di Anna Balestrieri
Gli episodi sarebbero iniziati al termine della parata, quando un gruppo di manifestanti avrebbe bloccato il carro sul quale si trovavano alcuni attivisti di Keshet Italia, gridando loro «assassini». L’associazione sottolinea come i propri rappresentanti non esponessero bandiere né simboli politici, ma indossassero esclusivamente una kippah rainbow, simbolo che unisce identità ebraica e appartenenza alla comunità LGBTQIA+.
Un Pride nato per rivendicare inclusione e diritti si è concluso con accuse di antisemitismo, tensioni e polemiche sulla libertà di espressione delle persone ebraiche LGBTQIA+. È quanto denuncia Keshet Italia, l’associazione ebraica LGBTQIA+, in un comunicato diffuso dopo il Napoli Pride, nel quale racconta di essere stata bersaglio di insulti, contestazioni e, infine, esclusa dall’intervento previsto sul palco.
«Assassini» e «via i sionisti dal Pride»
Secondo la ricostruzione dell’associazione, gli episodi sarebbero iniziati al termine della parata, quando un gruppo di manifestanti avrebbe bloccato il carro sul quale si trovavano alcuni attivisti di Keshet Italia, gridando loro «assassini».
L’associazione sottolinea come i propri rappresentanti non esponessero bandiere né simboli politici, ma indossassero esclusivamente una kippah rainbow, simbolo che unisce identità ebraica e appartenenza alla comunità LGBTQIA+.
La dinamica
Giunti nell’area backstage, i volontari riferiscono di essere stati accolti con ulteriori insulti, tra cui l’espressione in dialetto napoletano «munnezz’ e gent» («spazzatura umana») e l’accusa «voi ammazzat e criature».
L’intervento cancellato per motivi di sicurezza
Poco dopo, sempre secondo il comunicato, agli esponenti di Keshet Italia sarebbe stato comunicato che non avrebbero più potuto intervenire dal palco, nonostante quanto concordato in precedenza.
La motivazione fornita sarebbe stata legata a ragioni di sicurezza: la loro presenza e i simboli indossati avrebbero generato tensioni durante il corteo e avrebbero potuto provocarne ulteriori nella piazza.
Keshet Italia contesta questa ricostruzione, sostenendo che le autorità presenti avrebbero escluso l’esistenza di un concreto rischio per la sicurezza e affermando che la decisione sarebbe stata presa unicamente in seguito alle pressioni esercitate dai contestatori.
«Esclusi perché ebrei»
Nel comunicato l’associazione formula un’accusa molto netta: «Non siamo stati esclusi per ciò che facevamo, ma per ciò che siamo: ebrei».
Per Keshet Italia, impedire a persone ebree di prendere la parola perché la loro identità suscita contestazioni rappresenterebbe una forma di discriminazione antisemita e razziale, oltre a costituire un precedente pericoloso per l’intero movimento Pride.
L’associazione sostiene infatti che cedere alle intimidazioni significherebbe trasmettere il messaggio che una minoranza possa essere esclusa quando un gruppo sufficientemente rumoroso o aggressivo ne contesta la presenza.
Un’ora bloccati nel backstage
Il racconto prosegue riferendo che il gruppo sarebbe rimasto per circa un’ora all’interno dell’area riservata agli organizzatori, impossibilitato a uscire mentre alcuni manifestanti bloccavano gli accessi scandendo slogan come «via i sionisti dal Pride».
Durante quel periodo, sempre secondo la denuncia, sarebbero stati lanciati oggetti e liquidi all’indirizzo dei partecipanti, accompagnati da ulteriori insulti.
Keshet Italia definisce questi comportamenti «dinamiche di branco» e afferma che «nulla hanno a che vedere con la storia dei Pride», sostenendo che il ricorso all’intimidazione per impedire a qualcuno di esprimersi rappresenti un metodo incompatibile con i valori di inclusione e libertà.
Il ringraziamento ad Antinoo Arcigay Napoli
Pur criticando la decisione finale di escludere il proprio intervento, Keshet Italia rivolge un ringraziamento ad Antinoo Arcigay Napoli, principale promotrice della manifestazione, al presidente Antonello Sannino, al direttivo e ai volontari che, secondo l’associazione, avrebbero difeso il diritto delle persone ebree LGBTQIA+ a partecipare visibilmente al Pride.
«L’antisemitismo non è concesso nella città delle Quattro Giornate»
Visibilmente commosso, Antonello Sannino ha pronunciato uno dei discorsi più intensi della giornata, condannando con fermezza gli attacchi subiti dai partecipanti ebrei del Pride, alcuni dei quali sono stati insultati, aggrediti e persino raggiunti da sputi al volto. «L’antisemitismo non è concesso nella città delle Quattro Giornate», ha affermato tra gli applausi, ricordando come Napoli sia una città insignita della Medaglia d’oro al Valor Militare per l’insurrezione popolare del settembre 1943, che portò alla liberazione della città dal nazifascismo prima dell’arrivo delle truppe alleate. Sannino ha sottolineato il valore simbolico di quella pagina di storia, ricordando che proprio quella rivolta contribuì a impedire la deportazione della comunità ebraica napoletana. «Non possiamo accettare che proprio qui qualcuno venga discriminato o aggredito perché ebreo», ha detto, ribadendo che il Pride nasce per difendere tutte le minoranze e non può trasformarsi in un luogo di esclusione o di odio.
Negli ultimi mesi Sannino è stato oggetto di forti contestazioni da parte di ambienti del movimento filopalestinese e di alcuni settori dell’associazionismo LGBTQIA+, soprattutto dopo la sua partecipazione al Pride di Tel Aviv e per aver sostenuto pubblicamente il diritto di Israele a esistere e la necessità di distinguere tra solidarietà al popolo palestinese e delegittimazione dello Stato ebraico. Tali posizioni gli sono costate attacchi politici e personali, oltre a ripetute minacce denunciate alle autorità.
Un dibattito che attraversa il movimento LGBTQIA+
L’episodio si inserisce in un contesto più ampio di crescente polarizzazione all’interno di numerosi Pride europei e nordamericani, dove il conflitto israelo-palestinese ha provocato divisioni tra associazioni e attivisti.
Per Keshet Italia, nessuna persona dovrebbe essere costretta a scegliere quale parte della propria identità nascondere per poter partecipare a una manifestazione nata proprio per affermare il diritto alla visibilità delle minoranze.
L’associazione conclude ribadendo che continuerà a partecipare ai Pride «con la propria kippah, con la propria identità ebraica e LGBTQIA+», auspicando una risposta del movimento affinché episodi come quelli denunciati non si ripetano.
La reazione della Comunità ebraica di Napoli
La Comunità Ebraica di Napoli esprime grande solidarietà ai rappresentanti dell’associazione Keshet Italia – Gruppo Ebraico lgbtqai+ che a Napoli, in occasione del Gay Pride del 5 luglio scorso, è stato oggetto, nel corso del suo intervento dal palco, di una violenta contestazione verbale da parte di un gruppo di manifestanti che sventolavano bandiere palestinesi.
Le immagini in circolazione sul web mostrano quanto quel gruppo rumoroso fosse in realtà una sparuta minoranza rispetto alla folla che riempiva Piazza Dante, scelta per la manifestazione, e bene ha fatto il rappresentante di Keshet Italia, Raffaele Sabadini, a rimarcare che la sua associazione è formata da Ebrei italiani che vogliono la pace, senza lasciarsi intimidire dalle urla, dai cori “Palestina libera” e dagli oggetti lanciati sul palco da parte del gruppuscolo di provocatori.
A quanto ci risulta, Napoli è stata forse l’unica città italiana in cui il gruppo Keshet Italia abbia potuto parlare dal palco nel corso di un “Pride” e questo dimostra che la città è molto più aperta, accogliente e disponibile all’ascolto di quanto potrebbe far pensare quel ridotto numero di squadristi filopalestinesi che non perdono occasione in città per tentare di imporre le loro opinioni con atteggiamenti intimidatori e, almeno per ora, solo verbalmente violenti.
Ma oltre alla cagnara messa in atto dai manifestanti propal, provoca altresì sconcerto l’intervento del rappresentante di Nuovi diritti CGIL Napoli e Campania, tale Mario Zazzaro, che, dopo aver deriso l’associazione Keshet Italia per il suo nome, seguendo la ben nota tecnica di delegittimare qualcuno che si vuole escludere dal contesto sociale, ha messo in discussione il suo diritto ad intervenire, condizionandone la parola alla presa di distanza dal governo di Israele.
Quanto accaduto riveste particolare gravità visto che la CGIL, che è il più grande sindacato italiano, sembra aver dimenticato che in Italia i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E questo non siamo noi a sostenerlo ma l’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana.
Il Consiglio della Comunità Ebraica di Napoli



