C’è l’Aliyà nel futuro?

Italia

di Davide Foa

Taglit2«Oggi si tende a vedere Israele come una realtà avanzata, che non ha bisogno di aiuto. Per questo molti giovani non riescono a sentire un vero legame con Israele, non capiscono perché dovrebbero averlo».  Questo il pensiero di Samy Blanga, presidente nazionale del Keren Hayesod, che aggiunge: «Il Keren cerca di impedire questo tipo di ragionamento, perché solo con il legame Israele-Diaspora potremo costruire una continuità ebraica».
Facile diventa quindi comprendere l’entusiasmo e la felicità con cui è stata accolta una notizia di pochi giorni fa: l’Agenzia Ebraica ha aperto un ufficio a Milano.
Per chi non lo sapesse, l’Agenzia Ebraica fu istituita nel 1923 per rappresentare la comunità ebraica in Palestina. Essa divenne in poco tempo un’organizzazione quasi-governativa, capace di occuparsi di tutte le necessità amministrative della comunità ebraica.
Il 14 maggio 1948, l’Agenzia Ebraica, sotto la guida del suo leader David Ben Gurion, assunse il ruolo di governo provvisorio dello Stato d’Israele.
Quando poi venne creato un governo stabile, allora fu rinominata Agenzia Ebraica per Israele; il suo compito fu quello di facilitare lo sviluppo economico del Paese e l’inserimento sociale degli immigrati ebrei da tutto il mondo. Ma parliamo dei giorni nostri, quelli che più ci riguardano.
Ancora oggi, l’Agenzia Ebraica si occupa di accogliere i nuovi israeliani; per questo scopo, tiene stretti contatti con la United Jewish Communities (UJC) in Nord America, oltre che ovviamente col Keren Hayesod operante in tutto il mondo.
«Forse non tutti sanno che l’Agenzia Ebraica non si occupa di fundraising; ecco perché diventa fondamentale il lavoro del Keren. Possiamo dire di essere un tutt’uno con l’Agenzia Ebraica: insieme elaboriamo progetti e li realizziamo», afferma Blanga, esprimendo grande soddisfazione per l’apertura di questo nuovo ufficio.
20140812_103659«Sempre più sono gli ebrei italiani che, negli ultimi anni, vogliono fare l’Aliyah o anche solo un periodo di studio in Israele-, continua il presidente, -per questo è fondamentale aprire un canale di informazioni anche a Milano».
Chi volesse trasferirsi per un qualche periodo in Israele, o chi fosse semplicemente interessato all’argomento e volesse ricevere qualche informazione, ha oggi a propria disposizione un nuovo punto di riferimento.
Avvicinare i giovani ebrei della diaspora a Israele è certamente lo scopo principale del Keren Hayesod; per farlo organizza progetti di vario genere, cercando di rispondere alla esigenze di tutti. Stiamo parlando innanzitutto dei progetti Masa e Taglit. «Taglit è improntato per le persone che conoscono poco Israele, o che comunque sono lontani dalle comunità ebraiche – spiega Blanga,  – cerchiamo quindi di coinvolgerli un po’ da per tutto, sia da grandi che da piccole comunità». Il progetto Taglit, della durata di dieci giorni, vuole far nascere, in chi vi partecipa, la voglia di tornare in Israele.
Masa, in un certo senso complementare a Taglit, si rivolge soprattuto agli studenti che, finita la maturità, desiderano andare a vivere per un certo periodo in Israele. Vari sono i progetti, sia di preparazione allo studio universitario, come la mechinà, ma anche di impegno sociale, come lo Shnat dell’Hashomer Hatzair o l’Ashkara del Bene Akiva.
«Chi torna da Masa, da Taglit, così come dal viaggio da noi finanziato per le seconde liceo, può aiutarci a creare continuità e a rinvigorire il legame con Israele». Si tratta quindi di un percorso, che parte dalla scuola e che punta alla ricostruzione della Young Leadership, ovvero la sezione giovanile del KH, che oggi purtroppo è entrata in crisi per la mancanza di un ricambio generazionale.
«Il legame tra la diaspora e Israele fa bene a entrambi – assicura Blanga, – basti pensare ai cento rifugi mobili che siamo riusciti a finanziare in pochissimo tempo, questa estate durante gli attacchi missilistici da Gaza, grazie al contributo delle comunità ebraiche italiane». Molti piccoli finanziatori vorranno certamente sapere come funziona questo meccanismo, per esempio in base a cosa si decide di finanziare un rifugio mobile e non qualcos’altro. Il presidente del KH ci spiega che «prima di tutto, bisogna sapere che il KH e il governo israeliano si incontrano tre se non quattro volte l’anno per tracciare delle linee guida d’investimento. Esiste per questo scopo un comitato per i progetti di alta priorità nazionale (High Priority National Projects), in cui lavorano appunto sia dirigenti del KH sia esponenti del governo israeliano». Infatti, il ministero della Difesa israeliano, consapevole di non poter agire in modo rapido perché limitato da lente procedure, invia al KH richieste ufficiali di supporto.
Per quanto riguarda i rifugi mobili, questi diventano fondamentali nelle zone del Paese vicine ai confini più pericolosi, in quelle terre e in quelle città dove pochissimi sono i secondi concessi per mettersi al riparo prima che il missile esploda.
Ma il rifugio mobile ha anche un’altra caratteristica, forse ancor più preziosa, «È uno strumento di tranquillità psicologica; riesce infatti a tranquillizzare gli abitanti permettendo loro di uscire di casa».
I progetti del KH non si fermano qui. Samy Blanga si sofferma per esempio sul programma dei villaggi Ayalim. Si tratta di villaggi costruiti ex-novo da giovani, israeliani ma anche stranieri, che si spostano dalle grandi città verso zone depresse nel Negev o in Galilea. In questo modo è possibile vivacizzare terre e abitanti emarginati dal contesto socio-politico israeliano. «Come disse Ariel Sharon in uno dei suoi ultimi discorsi, dare valore e speranza a zone del Paese emarginate, può certamente essere considerato il nuovo sionismo».
Servizio di informazioni per le persone che desiderano andare a vivere in Israele: Tamar, presso lo sportello d’ascolto a scuola, 02 483110 209, tamaralo@jafi.org

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