Antisemitismo, quando l’odio rischia di diventare normalità

Italia

di Nina Deutsch

Dalle aggressioni alle minacce, la paura di mostrarsi ebrei si fa sempre più concreta. Ma il mondo ebraico dice «basta»: a Berlino la risposta è stata «Berlin trägt Davidstern», con la Stella di David indossata pubblicamente in segno di solidarietà; a Milano il 22 settembre sarà la volta di «Milano indossa la Kippà», una mobilitazione civile per affermare che nessuno deve nascondere la propria identità per paura.

Elencare tutti i casi di aggressioni e insulti antisemiti in questo periodo storico nel mondo produrrebbe un devastante elenco dell’angoscia per tutti quegli ebrei che non si sentono più sicuri da nessuna parte. E molti non ci stanno più e alzano la testa e dicono «basta»!

A Berlino, alla vigilia di Rosh haShanà, una donna di 43 anni è stata aggredita dopo essere stata vista indossare una collana con il Magen David, che portava come gesto di solidarietà alla comunità ebraica. Due uomini l’hanno insultata con espressioni antisemite e uno di loro l’ha colpita con una bottiglia di vetro rotta. L’episodio ha spinto la comunità ebraica di Berlino, insieme ad altre organizzazioni e associazioni, a lanciare l’appello «Berlin trägt Davidstern» («Berlino indossa la Stella di David»), invitando i cittadini a portare il simbolo in segno di solidarietà. «Se i criminali vogliono cancellare la Stella di David dal panorama urbano di Berlino, allora speriamo che Berlino risponda con migliaia di Stelle di David», è il messaggio dell’iniziativa, alla quale hanno aderito anche esponenti delle istituzioni cittadine. [Polizia di Berlino]

 

La manifestazione a Milano il 22 settembre

Anche in Italia il mondo ebraico reagisce con iniziative di solidarietà e mobilitazioni civiche in risposta ai recenti e gravi episodi di antisemitismo e aggressioni. Martedì 22 settembre, Milano si mobiliterà con l’iniziativa «Milano indossa la Kippà», una manifestazione pubblica nata per esprimere solidarietà alla Comunità Ebraica e condannare l’antisemitismo. [Mosaico-cem]

L’evento arriva dopo l’aggressione del 16 settembre, in piazzale Bande Nere, a Rav Tzemach, insultato e aggredito mentre aspettava l’autobus. Secondo la denuncia della vittima e le ricostruzioni riportate, tre uomini sulla ventina lo avrebbero accerchiato, insultato, spinto e colpito, arrivando a togliergli il cappello. Il rabbino ha fotografato e filmato gli aggressori mentre si allontanavano e ha poi presentato denuncia. «È giusto stare sempre in guardia, ma penso che, se troviamo uno squilibrato in mezzo alla strada, dobbiamo trovare un modo per rimuovere lui e non per nascondere chi siamo». [Mosaico-cem]

Durante la mobilitazione, cittadini, associazioni e rappresentanti istituzionali saranno chiamati a indossare la kippà per lanciare un messaggio semplice: nessuno dovrebbe essere costretto a nascondere la propria identità religiosa per paura.

Ma è proprio questo il punto. Perché dietro la cronaca di Berlino e Milano c’è qualcosa di più grande: la progressiva trasformazione dell’antisemitismo da fenomeno che una società democratica dovrebbe percepire come eccezionale a una presenza con cui rischia di abituarsi a convivere.

 

La situazione internazionale

I numeri internazionali aiutano a capire la dimensione del problema. Il secondo rapporto annuale del J7, la task force internazionale costituita nel 2023 dalle principali organizzazioni ebraiche dei sette Paesi con le maggiori comunità della diaspora – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Canada, Argentina e Australia – ha registrato più di 23 mila episodi antisemiti nel 2025. Nel complesso, questi sette Paesi rappresentano oltre il 90% della diaspora ebraica mondiale. Rispetto al 2022, l’anno precedente all’attacco di Hamas del 7 ottobre contro Israele, gli episodi complessivi sono aumentati del 136% e quelli violenti del 97%. Ma il dato più drammatico riguarda le vittime: nel 2025, 20 persone sono state uccise in quattro attacchi antisemiti, rendendo quell’anno il più letale per la violenza antisemita contro la diaspora ebraica da oltre trent’anni, cioè dal 1994, anno dell’attentato contro la sede dell’AMIA (Asociación Mutual Israelita Argentina) a Buenos Aires.[Rapporto J7].

Lo conferma, con una metodologia indipendente, anche il rapporto annuale della Tel Aviv University sullo stato dell’antisemitismo nel mondo. È il passaggio più inquietante: dall’insulto alla minaccia, dalla minaccia all’aggressione. E, nei casi più estremi, dall’aggressione alla morte.

 

E in Italia?

Anche in Italia il quadro è tutt’altro che rassicurante. Il rapporto annuale dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC ha registrato l’anno scorso 963 episodi, di cui 643 online e 320 avvenuti nel mondo reale. Erano stati 877 nel 2024, 454 nel 2023 e 241 nel 2022. Particolarmente significativo è l’aumento degli episodi più gravi: nel 2025 le aggressioni fisiche sono state 11, contro un incremento marcato degli anni precedenti. [Rapporto annuale sull’antisemitismo in Italia 2025].

Non è dunque soltanto una questione di numeri. È una questione di libertà quotidiana.

La kippà, il Magen David, un cognome, una lingua, un modo di vestirsi possono diventare elementi attraverso i quali una persona viene riconosciuta come ebrea e quindi presa di mira. Ed è proprio questo uno degli aspetti più insidiosi dell’antisemitismo contemporaneo: costringere qualcuno a domandarsi se sia prudente mostrarsi per quello che è.

È una forma di violenza che non finisce necessariamente quando l’aggressore scappa. Può continuare nella testa di chi, il giorno dopo, deve decidere se indossare ancora la kippà, la stella, un simbolo religioso; se mandare i figli a scuola; se partecipare a una celebrazione pubblica.

E c’è poi un altro luogo nel quale questa normalizzazione si sta consumando: la rete.

 

Il ruolo di Internet e dei social

Uno recente studio del World Jewish Congress, realizzato su 754 contenuti antisemiti segnalati da membri delle comunità ebraiche europee tra febbraio 2025 e aprile 2026, ha rilevato che l’81% dei contenuti risultava ancora accessibile al momento della verifica, nel maggio 2026. Ancora più significativo il dato relativo ai contenuti che contenevano incitamenti diretti alla violenza contro gli ebrei ancora online. Yfat Barak-Cheney, direttrice esecutiva del Technology and Human Rights Institute (TecHRI) del WJC, ha implorato le piattaforme di intervenire prima che sia troppo tardi. «Gli individui e le istituzioni ebraiche sono bersaglio di violenze alimentate dall’odio con una frequenza maggiore rispetto a qualsiasi altro gruppo religioso o etnico. Questi atti vengono poi glorificati e promossi sulle piattaforme dei social media» [World Jewish Congress – Studio dei contenuti antisemiti online]

La rete non crea necessariamente l’odio, ma può renderlo più veloce, più economico e infinitamente più riproducibile. E l’intelligenza artificiale, ormai come ben noto, aggiunge una nuova possibilità: produrre in pochi secondi immagini, testi e contenuti manipolati capaci di alimentare stereotipi e teorie del complotto su una scala prima impensabile. Anche l’American Jewish Committee (AJC) segnala la crescente preoccupazione degli ebrei americani per il ruolo dell’IA nella diffusione dell’antisemitismo.

C’è però un’altra distinzione da non perdere. Condannare l’antisemitismo non significa impedire la critica alle politiche di Israele, al governo israeliano o al sionismo come corrente politica. In una democrazia la critica politica deve poter esistere. Il problema nasce quando il conflitto mediorientale diventa il pretesto per trasferire sugli ebrei, in quanto ebrei, una colpa collettiva; per considerarli responsabili delle azioni di uno Stato; per escluderli, minacciarli o aggredirli.

L’antisemitismo, inoltre, non appartiene a una sola area politica o ideologica. Può presentarsi nell’estrema destra, negli ambienti estremisti islamisti, in settori radicalizzati dell’estrema sinistra, nel complottismo e in forme di odio apparentemente scollegate dalla politica. Ridurlo a una sola matrice significa rischiare di non riconoscerne le altre.

Forse è proprio questa la sfida più difficile del momento: riconoscere l’odio prima che diventi violenza, senza confondere la libertà di esprimere opinioni politiche con il diritto di trasformare una comunità in un bersaglio.

Berlino ha risposto a un’aggressione con migliaia di Stelle di David. Milano si prepara a rispondere con migliaia di kippot. Sono gesti simbolici, ma hanno un significato concreto: restituire visibilità a ciò che la paura tende a nascondere. Perché il vero rischio, alla fine, non è soltanto che un ebreo venga aggredito per strada. È che arrivi il giorno in cui un ebreo, prima di uscire di casa, si chieda se sia meglio non sembrare ebreo. E che nessuno trovi più strano doverlo fare.