Meir Shalev: “Incredibile l’idea di boicottare la letteratura”

Israele

“Questo è fonda- mentalismo politico”. Così il sindaco di Torino Sergio Chiamparino ha definito il boicottaggio da parte della sinistra estrema e di alcune associazioni di scrittori arabi contro la presenza d’Israele e dei suoi scrittori come ospite d’onore della Fiera del Libro di Torino, che si svolgerà dal 8 al 12 maggio. La scelta d’ Israele coincide con il sessantesimo anniversario della creazione dello Stato
ebraico. Un piccolo paese che ha solo 7 milioni di abitanti e che può vantare una letteratura straordinaria e prolifera con oltre 40 scrittori invitati, molti dei quali sono stati tradotti all’estero.
La letteratura Israeliana è giovane eppure molto amata al livello internazionale: da Oz a Yehoshua. Da Grossman a Meir Shalev. Eppure qualcuno vorrebbe trasformare il Salone del Libro di Torino non in un luogo di scambio culturale, ma in un inutile e arido scontro politico, un boicottaggio del tutto fazioso.

L’8 maggio al Lingotto di Torino ci sarà anche il sessantenne Meir Shalev, scrittore e giornalista televisivo che abbiamo incontrato a Roma alla presentazione del suo
libro Il ragazzo e la colomba, editore Frassinelli, e al quale abbiamo chiesto che cosa ne pensa di questo boicottaggio.

Come si è sentito quando l’ha saputo?

La mia prima reazione è stata la sorpresa perché non pensavo che una cosa di questo genere potesse accadere in Italia. Un paese che è sempre stato ai miei occhi il paese della letteratura, della musica, dell’arte e del cinema. Ho sempre pensato che questo fosse il paese della libertà di pensiero. Che ci sia un boicottaggio contro la letteratura, contro la libertà di pensiero è per me incomprensibile.
Penso che le altre persone in Italia dovrebbero dire la loro e non lasciare il campo libero a una minoranza intollerante. Io sono stato invitato a questa Fiera e intendo venire ma ci sono due cose che vorrei sottolineare. La prima è che se scopro che questa Fiera viene trasformata in una arena politica non verrò. Non è necessario utilizzare un contesto letterario, le persone possono esprimere le loro opinioni politiche al di fuori di questo contesto. Ci sarò se si può parlare della letteratura, dei libri. E l’altra cosa è che non userò le mie scelte politiche come un biglietto da visita in questa circostanza. Anche se posso non essere d’accordo con certe scelte della politica del governo, il mio biglietto da visita sono i miei libri, quello che scrivo. Se la Fiera rimarrà dentro un contesto letterario ci sarò, altrimenti posso rimanere a casa e scrivere. È un vero peccato che qualcuno voglia trasformare questo appuntamento in una occasione di scontro invece che di scambio e di dialogo.

Qualcuno ha proposto la partecipazione di scrittori anche palestinesi. Lei cosa ne pensa?

In una Fiera del libro come quella di Francoforte c’è il paese ospite ma questo non impedisce che ci siano dibattiti e autori di altri paesi.
E nessuno impedisce che a Torino ci siano anche autori di altri paesi. Ma non che si imponga la presenza dei palestinesi in contrapposizione a quella israeliana.
La Fiera del libro è ogni anno dedicata a un paese, quest’anno è Israele, l’anno prossimo potrebbero esserci gli scrittori palestinesi. Ma sono sicuro che se questo accadrà gli scrittori palestinesi non saranno mai boicottati da quelli israeliani.

Per la prima volta nel suo libro, Il ragazzo e la colomba, parla della guerra. Perché questo cambiamento?

In altri libri ho citato la guerra ma è la prima volta che la utilizzo per ambientare la storia. Il libro racconta di una coppia di ragazzi che utilizza i piccioni viaggiatori per scambiare messaggi e lettere di amore e soprattutto l’ultima lettera di amore è l’essenza del libro.
La guerra è trattata come se fosse un palcoscenico, il libro è di fatto una storia di amore, di speranza perché l’amore è la forza vitale della vita.

La storia di Il ragazzo e la colomba narra due storie che si intrecciano: quella di due ragazzi che si vogliono bene e che si scambiano messaggi d’amore usando un piccione viaggiatore durante il conflitto arabo-israeliano del ’48 e quella di un uomo che si costruisce una casa in un vecchio villaggio, una ricostruzione che va di pari passo con la consapevolezza e la ricerca delle sue origini. La casa è un simbolo legato alla storia di Israele?

In questo libro non c’è una rappresentazione simbolica della casa. Io ho voluto descrivere proprio l’amore che ognuno di noi prova verso la propria abitazione, il proprio rifugio. Un luogo che crea il senso di appartenenza. Nella storia sono importanti i piccioni viaggiatori che tornano sempre alla loro casa.
È vivo il desiderio di volere tornare al proprio tetto e sopravvivere alla guerra come l’Ulisse quando torna a casa dopo le sue battaglie. Anche se purtroppo il ragazzo non riesce a sopravvivere perché viene ferito e muore. Ma grazie alla sua idea di mandare un messaggio con i piccioni viaggiatori riesce ad ingannare la morte. Questa parte del libro è stata ispirata da una mia esperienza personale. 40 anni fa ero arruolato nell’esercito e sono stato ferito molto gravemente da quattro proiettili e anch’io ho sofferto molto e ho sentito molto vicina la morte. Ho un ricordo molto vivo di quella esperienza traumatica che è stata di ispirazione in questo libro. Tutti i soldati sperano di sopravvivere e di tornare a casa. È un modo di superare la guerra e di sconfiggere la morte.

Com’è scrivere in una lingua che da lingua morta è passata ad essere una lingua moderna, molto ricca?

È molto eccitante perché è una lingua unica al mondo; risale a 3000, 4000 anni fa. Io riesco a scrivere in un lingua che utilizza parole dei tempi della bibbia. Riesco ad usare espressioni antiche e mischiarle insieme all’ebraico moderno che si parla nelle strade ed è un miscuglio molto interessante.
Israele produce molta letteratura e questo mostra due cose: la prima è la rinascita miracolosa di una lingua che era quasi morta. L’ebraico veniva usato solo nelle sinagoghe e nelle cerimonie. Oggi facciamo shopping in ebraico, ci amiamo in ebraico, litighiamo in ebraico. Scriviamo articoli per i giornali ma anche romanzi che è un incredibile miscuglio di moderno, slang e linguaggio biblico.

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