Itamar, 11 marzo 2011: “Papà svegliati, papà svegliati!!”

Israele

di Alessandro Cohen

Alessandro Cohen è stato consigliere per le attività giovanili della Comunità di Milano, nel Consiglio di Leone Soued. Ora vive in Israele, a Ranana. Qualche giorno fa, Cohen ci ha inviato una toccante lettera in cui racconta della sua visita di condoglianze alla famiglia di Rut Ben-Ishai, la donna uccisa insieme al marito, Udi Fogel, e a tre dei suoi figli, lo scorso 11 marzo nel villaggio di Itamar.
Pubblichiamo qui il testo della lettera, come testimonianza di una tragedia che non può essere dimenticata troppo in fretta.

Non era la prima volta che facevo una visita del genere. Anche l’altra volta mi trovavo a Gerusalemme, nella città vecchia, dove Rav Lipshiz abita e lavora. È il direttore della Yeshivat Hakotel, dove ho studiato e mi sono sposato ormai quasi quattro anni fa.

Man mano che ci avviciniamo al quartiere di Arnona, dove abita la famiglia Ben-Ishai, mi ritornano in mente i ricordi, le immagini e la desolazione che quella visita mi lasciò per settimane. Yochai, il figlio di Rav Lipshiz, fu assassinato da un terrorista che entro’ nella bibloteca della Yeshiva Merkas Harav ed iniziò a sparare all’impazzata sugli studenti. Durante i 15 minuti dell’attacco, insieme a Yochai, il terrorista uccise altri 7 studenti e ne ferì gravemente 9, prima che David Shapira, ufficiale paracadutista, di passaggio davanti alla Yeshiva, riuscisse a fermarlo.

Anche quella volta un ministro del governo si recò alla Shiva; Rav Lipshitz gli raccontò degli studi di Yochai e della Ghemarà insanguinata che gli aveva riportato il suo maestro. Ricordo che rimasi impressionato dalla fede e dalla forza interiore che si sprigionavano dalle sue parole. A sentirlo sembrava come se ad essere stato ammazzato fosse uno qualsiasi dei tanti studenti della Yeshivà e che lui fosse lì a consolare i visitatori.

Qualche settimana fa sono andato a pregare kabalat shabbat al Kotel; incontrai Rav Lipshitz. Era molto gentile, come sempre, sorridente e premuroso, ma il suo sguardo era cambiato, come se i suoi occhi si fossero deformati.

In macchina durante il viaggio da Tel-Aviv, Rino mi fece notare che anche quell’attentato era avvenuto nei giorni vicini a Purim. Ho verificato: in effetti era il 6 marzo del 2008, il 30 di Adar A’, due settimane prima di Purim.

L’undici marzo 2011, Udi (36 anni), Rut (Ben-Ishai Fogel, 35 anni) e i loro tre figli Elad (4 anni), Yohav (11 anni) e Hadass (3 mesi!) sono stati trucidati a sangue freddo da un terrorista infiltratosi nella loro casa nel villaggio di Itamar a pochi chilometri dalla cittadina palestinese di Nablus.

…Tamar Fogel (12 anni) la sera di venerdi’ 11 marzo ritorna a casa verso mezza notte, dopo una serata di attività al Bene-Akiva; cerca di aprire la porta ma non ci riesce: è chiusa dall’interno. Fa il giro della casa e dalla finestra intravede il fratello Roi (8 anni) addormentato sul divano; c’è una strana confusione nel salotto e intanto sente l’altro fratello Ischai (3 anni) che piange. Spaventata si precipita dai vicini. Rav Yaakov Cohen prende la pistola e con Tamar si dirige verso la casa. Svegliano Roi che viene ad aprirgli la porta. Rav Cohen ancora non capisce cosa sia successo e manda Tamar a guardare in camera dei genitori. Tamar entra nella stanza, sul letto vede il papa’ Udi in un bagno di sangue; al suo fianco c’è la sorellina Hadass (3 mesi!) anche lei piena di sangue; per terra la mamma Rut (35 anni) anche lei insanguinata.
Al grido straziante della bambina, Yaakov si precipita nella stanza e scopre l’orribile tragedia, il pogrom della famiglia Fogel. Ichai (3 anni) è ai piedi del letto, piange e continua a ripetere “papà svegliati, papà svegliati!”

Rav Cohen porta fuori dalla casa i due bambini e insieme ai suoi due figli armati inizia a perlustrare la casa: nell’altra camera da letto trovano Elad (4 anni) e Yohav (11 anni) entrambi sgozzati nei loro letti; il sangue sgorga da tutte le parti.

Il ministro per la Diplomazia e gli Affari della Diaspora Edelstein, con il consenso della famiglia, ha reso pubbliche le foto del massacro. “Vogliamo che il mondo capisca con chi abbiamo a che fare!” Fatica sprecata!

La famiglia Ben-Ishay ha costruito una tenda bianca di fronte alla casa dei genitori di Rut, per accogliere i visitatori. Il padre, Rav Yohav Ben-Ishai e’ il Rabbino di un tempio del quartiere, ha fatto l’aliya dalla Francia negli anni ‘60 per venire a studiare alla Yeshiva Merkas Harav. Entriamo nella tenda. Ci sono tre gruppetti di persone. In uno c’è il padre di Rut, in un altro la madre, nel terzo i fratelli. Ci accostiamo al gruppo che circonda  Rav Ben-Ishai: è seduto su una sedia bassa, porta degli occhiali scuri, si dondola avanti e in dietro come se volesse scacciare i pensieri.

Parla con la gente intorno a lui e riceve i tanchumim (condoglianze) da parte dei visitatori. Non si riesce a sentire quasi niente di cio’ che dice, mi avvicino, e contemporaneamente arriva il ministro degli esteri Liebermann. Lo fanno sedere vicino a Yohav. I due si parlano ma ancora non riesco ad afferare bene cosa si dicono. Ad un certo punto il padre di Rut dice a Liebermann: “ti racconto che tipo era il mio Chatan (genero) Udi”. Arrivata l’età dell’arruolamento, chiese di partecipare ai Gibushim (selezioni) per entrare nei corpi scelti dell’esercito. Durante le prove fisiche alcuni dei suoi compagni rimasero indietro dal traguardo dell’obiettivo. Udi tornò indietro per aiutarli e trascinarli alla meta. Gli ufficiali gli dissero che lo scopo era quello di arrivare primo e così non passò la selezione.

La lezione da imparare, dice il padre di Rut, Rav Yohav Ben-Ishay, è che nella società ci sono persone più deboli e il compito di quelle più forti è di sostenerle ed aiutarle ad andare avanti. “Noi ti benediciamo, che tu possa essere sempre tra i forti e disponibile ad aiutare i più deboli della società”, gli dice.

La forza e la Emuna (fede) che ha questa famiglia mi fa sentire così piccolo! E’ la stessa sensazione che provai dopo la visita a Rav Lipshiz tre anni fa. È come se fossero loro a consolare i visitatori e non viceversa.

Vado a stringere la mano a Rav Ben Ishai: “Yenachamu min Hashamim”.
Tra i visitatori c’e’ anche Ishay, il moel di mio figlio ShlomoItamar.

Usciamo dalla tenda; abbiamo entrambi gli occhi rossi, non riusciamo a parlare. Per  fortuna un ragazzo ci chiede un passaggio e ci riporta bruscamente alla realtà del viaggio di ritorno a Tel-Aviv.

La sera torno a casa dal lavoro, mio figlio ShlomoItamar (3 anni) ha festeggiato Purim all’asilo, si e’ travestito da pagliaccio. L’indomani mattina ricevo una mail, racconta di un’attrice di teatro che dall’impulso di manifestare la sua compassione, è andata al villaggio di Itamar a fare uno spettacolo ai bambini dell’asilo. L’insegnante di Elad, tra le lacrime gli racconta che Elad aveva già deciso da cosa si voleva travestire, da soldato, “ma non uno qualsiasi” ha detto, da Moshe Dayan. Aveva 4 anni.

H’ Incom damam!

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