La rinascita di Israele dopo la Guerra dei Sei giorni

di Paolo Castellano

Dal 5 al 10 giugno del 1967 Israele ha combattuto la Guerra dei Sei Giorni. Seppur tragico per le perdite umane, questo avvenimento ha trasformato la società e rivoluzionato gli orizzonti del neonato Stato ebraico.

Ricordiamo la dichiarazione del ministro della difesa israeliano, Moshe Dayan:
“Questa mattina l’esercito israeliano ha liberato Gerusalemme. Abbiamo riunito Gerusalemme, la capitale divisa di Israele. Siamo tornati nel luogo più sacro da cui non ci separeremo mai più. Ai nostri vicini arabi – anche in questo momento – porgiamo la nostra mano in segno di pace. E ai nostri concittadini cristiani e musulmani, promettiamo solennemente la piena libertà religiosa. Non siamo venuti a Gerusalemme per conquistare i luoghi sacri degli altri popoli, e non vogliamo interferire con i seguaci delle altre fedi religiose, ma per salvaguardare la sua interezza e per vivere insieme agli altri, nell’unità”.
A Gerusalemme, sotto il dominio giordano dal 1948 al 1967, la presenza ebraica nella città fu negata e il suo ricordo cancellato. Agli ebrei non venne permesso di visitare i luoghi santi ebraici della Città Vecchia, in violazione degli accordi armistiziali. Il cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi venne profanato e le sue lapidi usate per costruire latrine; le antiche sinagoghe, come la celebre Hurva, la Tiferet Israel e la maggior parte degli edifici dell’antico quartiere ebraico della Città vecchia, vennero distrutti dagli occupanti giordani.  Per la prima volta in mille anni non rimase un solo ebreo o una sinagoga nella Città vecchia.

 

Avvicinandosi la data celebrativa, dalle colonne del Jerusalem Post Moshe Targin, rabbino della Yeshivat Har Etzion/Gush, ha elencato i sei grandi cambiamenti innescati dalla vittoria israeliana nel giugno del 1967.

Il ritorno alla geografia biblica

Nel 1948, agli ebrei fu “permesso” di tornare in un Israele spezzettato. La nascita di una patria per il popolo ebraico ha tranquillizzato le coscienze degli europei dopo gli orrori di Auschwitz. Inoltre, nello Stato ebraico hanno trovato casa gli “indesiderati” profughi ebrei che dopo la fine della seconda guerra mondiale subirono ulteriori discriminazioni nei loro paesi natii. Al contrario, nel 1967 è venuto a crearsi un “corridoio biblico” che attraversa il cuore di Israele e della storia ebraica: da Nablus a Nord, si snoda attraverso Gerusalemme, curva su Betlemme ed Ebron per arrivare a Be’er Sheva.

Emerge una superpotenza

Nel periodo 1948-1967 la vita in Israele era spartana e spietata. Il cibo razionato, le guerre di logoramento e l’isolamento diplomatico non erano di facile gestione per chi viveva allora nei territori ebraici.

Tutto cambia dal 1967, quando i soldati hanno vinto la Guerra dei Sei giorni, stimolando un orgoglio nazionale che ha trasformato il tessuto della società israeliana. Per la prima volta, dopo migliaia di anni, gli ebrei si sono difesi da un’aggressione militare. Dunque, gli israeliani incominciarono a realizzare i futuri sviluppi politici interni ed esteri della loro presenza in Medio Oriente.

Ebrei che tornano alla Terra promessa

Fare l’aliyah prima del 1967 richiedeva un grande coraggio a causa delle precarie condizioni economiche dello Stato ebraico. Chi decideva di trasferirsi in Israele lo faceva perché angosciato dall’antisemitismo e in fuga dalle persecuzioni nei paesi arabi. Tra il 1948 e il 1967 , le difficoltà finanziarie di Israele sono state così gravi che molte persone abbandonarono lo Stato.

Tutto è cambiato nel 1967. L’effetto attraente di Gerusalemme e il costante miglioramento economico israeliano ha suscitato l’interesse dell’ebraismo internazionale per il nuovo Stato. In questi anni, molti ebrei hanno fatto l’aliyah e chi non l’ha fatto si è affezionato ancora di più allo Stato di Israele, acquistando immobili e recandosi spesso in visita.

Graduale riconoscimento diplomatico

Dopo l’annuncio della sua indipendenza nel 1948, sostenuta a larga maggioranza nel 1947 anche dalle Nazioni Unite, a livello internazionale Israele è stato emarginato diplomaticamente. Ciò si spiega perché gran parte del Terzo mondo si era allineato con l’opposizione araba: l’ostilità diplomatica era alimentata dal grande blocco comunista che influenzava l’Europa, la Cina e alcune nazioni dell’America Latina.

A seguito della Guerra dei Sei giorni, gli Stati Uniti iniziarono ad armare con più convinzione lo Stato ebraico. Nel 1967 Israele si trovò da solo su una sponda del fiume a combattere di fronte al mondo intero come l’antenato Abramo. Da allora, lo Stato ebraico ha assistito a un lento ma continuo progresso diplomatico.

Rinascita religiosa

Nei documentari tutti abbiamo presente le scene in cui i soldati israeliani si radunano davanti al Muro Occidentale di Gerusalemme appena liberato, suonando lo shofar. In questo senso, la vittoria nella Guerra dei Sei giorni ha galvanizzato un intero popolo e ha provocato una rinascita del sentimento religioso.

Negli ultimi 55 anni, Israele si è affermato come l’epicentro dello studio della Torah. Si è osservata anche una rinascita del tradizionalismo tra la maggioranza degli ebrei israeliani. Tuttavia, gran parte dei cittadini israeliani non aderisce rigorosamente alla legge ebraica ma crede profondamente nella divinità e nella missione storica per il suo popolo.

Più fiducia nei confronti degli ebrei

Negli ultimi 50 anni, gli ebrei di tutto il mondo sono stati coinvolti maggiormente nelle istituzioni, nell’ambiente culturale e nella società in cui risiedono. In precedenza, molti ebrei erano costretti a vivere ai margini della società, esclusi da scuole prestigiose, studi legali e country club.

Rispetto alle generazioni precedenti, le moderne comunità ebraiche godono di piena fiducia e partecipano ampiamente ai meccanismi sociali dei loro paesi. Gran parte di questa fiducia si è originata dall’orgoglio nazionale raggiunto nel 1967.

Insomma, per Moshe Targin “sapere di avere costruito uno Stato ebraico forte e di successo alimenta il rispetto per gli ebrei di tutto il mondo”.

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