Il tradimento di Obama e il grande freddo nucleare

di A. B.

In seguito alla Primavera araba, e in conseguenza della détente internazionale con la Repubblica islamica dell’Iran, una cappa di gelo è calata fra Washington e Gerusalemme. Nelle rispettive capitali siedono adesso leader che, se prima si guardavano solo con fastidio e schietta antipatia, adesso si osservano in cagnesco. Pronti a mordersi, se necessario. Certo, l’affinità culturale e i decennali rapporti di cooperazione politica e militare hanno la loro inerzia. Certo,  ancora a fine novembre le aviazioni dei due Paesi (e anche dell’Italia e della Grecia) hanno condotto nei cieli del Neghev la più importante esercitazione aerea mai ospitata da Israele. Sono stati simulati scenari eloquenti. Fra questi, attacchi a lunga distanza di obiettivi strategici. Ma quanto contano poi questi scenari se dietro ad essi la volontà politica di uno dei partecipanti viene rumorosamente a mancare ?

Questo è esattamente quello che è avvenuto a fine novembre a Ginevra quando i Paesi del 5+1 (Russia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina e Germania), riunitisi sotto l’ombrello dell’Unione europea, hanno raggiunto con l’Iran un accordo preliminare di sei mesi, in base al quale – in cambio della rimozione di una parte delle sanzioni internazionali -, dovrà essere limitata e contenuta una parte del progetto atomico iraniano.

Mentre da Ginevra le telecamere rilanciavano i sorrisi smaglianti di Catherine Ashton (Eu) e del Ministro iraniano degli esteri Zarif, nonché dei Ministri degli esteri di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania, a Gerusalemme il premier Benyamin Netanyahu arringava allarmato i ministri del proprio governo. «Un errore storico», esclamava. «L’Iran ha fatto concessioni irrilevanti, ricevendo in cambio moltissimo».

Possibile che le teste d’uovo di Gerusalemme comprendessero meglio elementi gravi dell’accordo, sfuggiti distrattamente ai colleghi occidentali? No. E appunto da questo nasceva l’angoscia israeliana: non c’era stata la minima svista. Anzi. C’era piuttosto la determinazione Occidentale di sdoganare sveltamente il regime degli ayatollah: malgrado il suo sanguinoso impegno nella repressione della rivolta in Siria, che ha già reclamato 120 mila vittime e milioni di sfollati; malgrado il suo sostegno al braccio armato-terroristico degli Hezbollah; malgrado l’appoggio ai palestinesi della Jihad islamica e di Hamas; malgrado la catena di attentati anti-israeliani fomentati nell’ultimo anno dai servizi segreti iraniani in Georgia, India, Thailandia, Azerbaijan, e altrove. E malgrado la retorica virulenta del suo leader, Ali Khamenei, secondo cui il regime israeliano è paragonabile a un “cane rabbioso” e che i suoi leader “non possono essere considerati alla stregua di esseri umani”, e infine che, sempre per Khamenei, lo Stato ebraico dovrà deterministicamente sparire “in quanto fondato sulla forza”. L’Iran di Khamenei – avverte Israele – ha 18 mila centrifughe e 200 chilogrammi di uranio arricchito. Già oggi ha materiale sufficiente per produrre quattro ordigni atomici. L’accordo di Ginevra non riduce il suo potenziale. Se si paragona il programma atomico iraniano ad un automobile in corsa, adesso scala marcia. Per sei mesi procederà in prima. Poi, al momento opportuno, ripartirà in quarta. In cambio, l’economia dell’Iran – prostrata dalle sanzioni -, riceve una impetuosa boccata di ossigeno.

«Una apertura minima, volendo la richiuderemo», ha assicurato John Kerry a Benyamin Netanyahu. I fatti dimostrano il contrario: a fine novembre gli alberghi di Teheran facevano il tutto esaurito con uomini d’affari giunti da mezzo mondo, determinati a riallacciare i rapporti (e a battere la concorrenza) con il mercato iraniano.

Con un colpo solo, il presidente Barack Obama ha puntellato il regime oscurantista e reazionario degli ayatollah: una volta che esso vedrà coronato il sogno di potenza nucleare, le forze democratiche del Paese, che nel 2009 avevano sfidato il regime nelle strade di Teheran, dovranno ammettere di aver perso la partita. Certo oggi in Iran c’è un premier – Hassan Rohani – che si presenta come riformista. Eppure prende ordini da Khamenei, che mantiene peraltro un saldo controllo su tutte le leve del potere.

In quale cestino sono finite le istanze democratiche di Obama, che nel 2011 aveva ordinato a Mubarak di farsi da parte, di fronte al volere superiore delle masse egiziane? Strano comportamento, quello di Obama. Si dirà: ha firmato gli accordi di Ginevra per rafforzare il pragmatico Rohani e dargli così quel prestigio che ora gli verrà utile per combattere la propria battaglia in Patria. Solo che Obama aveva avviato un canale segreto di comunicazione con l’Iran già a marzo. E allora era in carica il turbolento Mahmud Ahmadinejad.

In una serie di incontri perorati dal Sultano Qabbus dell’Oman, Obama – che in quei giorni visitava Gerusalemme per ribadire la sua amicizia imperitura con lo Stato ebraico – aveva già intravisto la possibilità di fare affari con gli ayatollah.

Israele avrebbe avuto sentore del dialogo con ritardo di mesi: una soffiata amichevole, da parte dei servizi segreti giordani e da quelli sauditi. Anch’essi esterrefatti di fronte alla virata filo-sciita degli Stati Uniti.

A Netanyahu, Obama avrebbe rivelato del dialogo segreto con Teheran solo a fine settembre, quando ormai l’accordo con Zarif era definito a grandi linee. Netanyahu avrebbe cercato di mettergli i bastoni fra le ruote, puntando i propri riflettori sulle molte lacune dell’accordo: fra cui l’assenso occidentale a non vedere smantellata la centrale di Arak per la produzione di acqua pesante e la assenza di controlli a Parchin, dove l’Iran, in modo conclamato, avrebbe provato i congegni necessari per far esplodere gli ordigni nucleari.

Kerry contro Netanyahu

La crisi in Siria ha messo ad una prova ancora più dura i rapporti bilaterali. Indignato per il ricorso a gas nervini da parte delle forze di Assad, Obama aveva dapprima minacciato un intervento militare per poi ripiegare su un accordo – sostenuto dalla Russia – che consente a Bashar Assad di restare al potere fintanto che non avrà eliminato i propri arsenali chimici: una faccenda dai contorni sfuggenti, che si trascinerà mesi o anni. In Iran, parimenti, gli Stati Uniti hanno rinunciato al ricorso alla forza in cambio di un accordo pure dai contorni vaghi che lascia Teheran in grado di realizzare teoricamente il suo primo ordigno nucleare entro due-quattro mesi.

Chi esce sconfitto dal confronto? Israele, innanzi tutto. In una prima reazione, Netanyahu ha dichiarato di non sentirsi vincolato dagli accordi di Ginevra: ma subito ha ricevuto una serie di telefonate intimidatorie da Washington, Parigi e Londra che gli chiarivano che l’Occidente non accetterebbe mai un blitz solitario di Israele in Iran, nei prossimi mesi. «Quella opzione, per ora, non esiste più», ha ammesso l’ex capo della aviazione militare Eitan Ben Eliahu. Obama ha elevato Rohani, e ha punito Netanyahu.

Ferita e sconfitta (senza che riuscisse peraltro a comprendere bene il perché), anche l’Arabia Saudita: la più fedele alleata da decenni degli Stati Uniti nel Golfo persico. Vista da Riad, la minaccia nucleare iraniana si tocca quasi con mano. Occorrerà, dicono i sauditi, prendere provvedimenti immediati. Verificare ad esempio se sia possibile ottenere subito dal Pakistan ordigni atomici e i relativi sistemi di lancio. Dopo Iran ed Arabia Saudita, anche Egitto e Turchia potrebbero decidere di seguire il loro esempio. Persuaso di aver fatto tutto sommato un discreto lavoro, nelle ultime settimane il Segretario di Stato Kerry ha telefonato a Gerusalemme per ribadire che agli accordi sulla Siria e sull’Iran occorre aggiungerne un altro: quello con i palestinesi di Abu Mazen. Israele, ha precisato Kerry, dovrebbe mostrare un po’ di zelo: perché altrimenti – ha minacciato – rischia di restare isolato e perché i palestinesi potrebbero innescare una nuova intifada, cioè una insurrezione di popolo.

Se nei momenti di relax Netanyahu lancia freccette contro un bersaglio appeso al muro, è possibile che adesso senta l’urgenza di sostituire l’immagine disposta al centro. Via dunque quella di Catherine Ashton (già abbondantemente sforacchiata dopo le “Linee guida” Ue contro le colonie), per far posto adesso alla acconciatura rigonfia dell’ambizioso Segretario di Stato americano.