Ehud Olmert: questo è il mio programma.

Israele

L’uscita dalla scena politica del premier israeliano Ariel Sharon apre nuovi scenari sulla scena politica di Gerusalemme. In mancanza di Sharon il vice – primo ministro Ehud Olmert assume la leadership di Kadima, il nuovo schieramento politico centrista che lo stesso Sharon aveva voluto creare e che i sondaggi danno come largamente favorito alla prossima consultazione elettorale di primavera.
Il recente intervento che Olmert ha tenuto all’Israel Policy Forum di Washington è una straodinaria occasione di conoscere il pensiero di un uomo politico che condurrà Israele alle elezioni di marzo e probabilmente continuerà a rivestire un ruolo di primo piano nel futuro del Paese ebraico.

“Mi è successa una strana cosa questa sera: venivano tutti da me e mi dicevano piano: “Sa, signor Olmert, siamo proprio contenti che sia venuto, è bello che lei abbia accettato di venire”. E ho avuto la sensazione che prima di tutto non sia stato così facile per voi invitarmi. E d’altra parte per me non era la cosa più naturale del mondo accettare il vostro invito. Ma ora sono molto, molto felice di essere qui e sono molto felice che mi abbiate invitato.
Grazie. E vi dirò perché sono felice per me e per voi che mi avete invitato. Noi dobbiamo separarci dai vecchi pregiudizi che in qualche modo hanno determinato alcune nostre posizioni in passato e aprirci ai nuovi orizzonti che si stanno delineando in generale per noi come israeliani e per le relazioni all’interno del popolo ebraico. So che in questa sala ci sono molte persone a cui sembra molto strano che venga letta una speciale lettera scritta dal primo ministro Ariel Sharon in occasione di questo convegno del Israel Policy Forum. Converrete con me che non succede tutti i giorni di ricevere una lettera da Sharon. E d’altro canto non è così semplice e naturale che Sharon scriva una lettera a un’organizzazione ebraica così importante e significativa che in passato non ha certo fatto molte dichiarazioni d’amore al Primo Ministro. Questo significa
che in effetti le cose stanno cambiando. E io ne sono felice.
Io sono felice che le cose cambino. Ma questo non vuol dire – non correte troppo – che Sharon e voi andiate d’accordo su tutto. Non sono nemmeno certo che anch’io sarò d’accordo con voi su tutto. Ci sono ancora differenze, ma ci stiamo avvicinando e dobbiamo compiacercene. Dobbiamo essere molto felici di poter passare attraverso le barriere che ci hanno separato quando avanziamo e cerchiamo di portare lo Stato di Israele verso nuove politiche, nuovi orizzonti e nuovi drammatici cambiamenti che nelle nostre speranze porteranno, alla fine, pace e sicurezza a noi e ai palestinesi, che vivranno accanto allo Stato di Israele in un loro stato indipendente.
E’ un processo straordinario, quello che stiamo vivendo ora. Quello che il governo di Sharon sta facendo è una trasformazione epocale che avrà un impatto enorme su tutto quanto succederà d’ora in poi, in Israele e in Medio Oriente. L’elemento fondamentale di questo cambiamento è l’aver capito che tocca a noi e soprattutto a noi fare il primo passo, che non dobbiamo attendere oltre, che davvero non abbiamo bisogno che gli Usa guidino il processo nel Medio Oriente, saremo noi a guidare questo processo in Medio Oriente.
Lo guideremo perché è bene per noi. E perché sarà bene per i palestinesi. E crediamo che se sarà bene per noi e per i palestinesi allora sarà un bene in assoluto. Porterà più sicurezza, maggiore protezione, molta più prosperità e grande gioia per i popoli che vivono in Medio Oriente.
Ne abbiamo un disperato bisogno. Siamo stanchi di combattere, siamo stanchi di essere coraggiosi, siamo stanchi di vincere, siamo stanchi di sconfiggere i nostri nemici, vogliamo che ci sia data la possibilità di vivere con i nostri nemici un mondo di relazioni completamente diverso. Vogliamo che diventino i nostri amici, i nostri partner, i nostri buoni vicini, e io credo che ciò non sia impossibile. Potrà non succedere così in fretta come noi tutti vorremmo, potrà volerci più tempo di quanto ci aspettiamo: non è così semplice come può apparire agli occhi di chi all’esterno non comprende appieno la complessità delle memorie, e dei preconcetti e dei pregiudizi e delle paure e dei sospetti che hanno caratterizzato i rapporti tra noi e i palestinesi per così tanto tempo. Ma questa volta posso dire di essere arrivato alla conclusione – come molti miei colleghi, e primo fra tutti il primo ministro – che non è impossibile. Che è a portata di mano se saremo lungimiranti, se oseremo, se saremo preparati a prenderci i rischi e se riusciremo a convincere i nostri partner palestinesi di poter fare lo stesso. Così che insieme ci muoveremo verso la costruzione di relazioni diverse, migliore comprensione e maggior fiducia reciproca.
So che molti sono curiosi di sapere cosa succederà il giorno dopo il disimpegno. Me lo hanno chiesto fin dal mio arrivo qui a New York ieri mattina, tutti vogliono sapere. E io capisco questa curiosità, ma vi dico che il disimpegno è così importante, così cruciale e così delicato che in questo momento quello che dobbiamo fare è anzitutto essere sicuri che si svolgerà come programmato nei tempi fissati dal primo ministro, a partire dal 15 agosto prossimo per finire entro il giro di un mese e non oltre, in modo che per la metà di settembre Israele sia fuori dalla Striscia di Gaza e dalla parte settentrionale della Samaria in Cisgiordania.
Se – Dio non voglia – ciò non dovesse avvenire, allora credetemi, è del tutto irrilevante cosa accadrà il giorno dopo. Se il ritiro avverrà invece come programmato, e io credo che avverrà così perché non permetteremo che nulla interferisca con i nostri piani e col nostro impegno per realizzarlo: se ciò avverrà, dicevo, allora cambierà tutto. Sappiamo che dovremo fare dolorosi sacrifici e che una parte di questo sacrificio sarà anche ritirarsi da zone abitate da Israele per ben trentotto anni. Non è una cosa da prendere alla leggera. Ci sono alcuni che non amano i coloni e che ritengono che abbiano provocato grande danno. Noi, nel mio partito il Likud – e io sono membro del Likud e orgoglioso di esserlo – e il mio governo, abbiamo un profondo rispetto per i sentimenti patriottici, per lo spirito di sacrificio e di dedizione che questi coloni, in così tanti anni, hanno dimostrato verso quello che considerano il bene di Israele. E quando oggi andiamo da loro e gli diciamo “dovete lasciare le vostre case” non lo diciamo con gioia ma con la profonda convinzione che questo è quello di cui abbiamo bisogno per il futuro dello stato di Israele.
Ma non è facile. E’ forse la più grave crisi interna che Stato ha mai attraversato dal momento delle sue origini nel 1948. Non c’è mai stato uno scontro di tale violenza nato sui principi fondamentali che hanno dato forma allo sforzo sionista. Ecco perché è stato così difficile raggiungere quello stadio e perché è così doloroso realizzarlo nel modo in cui lo stiamo facendo: ma, come ho detto, non con gioia, non senza esitazioni, non senza paure, ma alla fine con il profondo convincimento che questo è un passo inevitabile nel processo che vuole cambiare le situazioni che hanno caratterizzato la vita del Medio Oriente per così tanti anni, per creare un nuovo ambito di relazioni fra noi e i palestinesi. E penso che la bellezza di questa politica del governo israeliano stia nel fatto che è un’azione unilaterale. Nessuno ce lo ha imposto, nessun governo, nessun governo straniero, ha costretto Israele a ritirarsi da questi territori. Siamo giunti alla conclusione che ciò è essenziale per cambiare le realtà e per agire per spezzare lo status quo e per dare inizio a qualcosa che alla fine porterà a un nuovo dialogo fra noi e i palestinesi. Stiamo proprio muovendo i primi passi per costruire questo dialogo. Dobbiamo superare difficoltà enormi. Ci sono tanti sospetti reciproci, tanti dubbi da ambo le parti, così tante paure. Aspettiamo ancora di vedere che i palestinesi si preparino a combattere il terrorismo nel modo più radicale e che disarmino le organizzazioni terroristiche che sono i veri nemici di questo processo.
Ciononostante noi siamo pronti a rischiare per primi, pronti a fare la prima mossa. Siamo pronti a mettere a repentaglio l’esistenza di questo governo, la maggioranza che abbiamo in parlamento, la stabilità del nostro partito politico al fine di aprire un varco perché questa realtà non sia solo ipotetica ma divenga davvero parte della nostra vita. Tutto dipende dal successo di questo disimpegno. E io sono venuto qui stasera per dirvi, a nome del Primo Ministro, a nome del governo, che noi confidiamo che questo disimpegno sarà coronato dal successo e che porterà quindi all’inizio di un nuovo modello di relazioni fra noi e l’Autorità Palestinese e che queste relazioni si trasformeranno in un dialogo significativo. Ancora una volta non voglio lasciarmi trasportare emotivamente dalle mie aspettative e dalle mie speranze e dal mio desiderio che tutto funzioni alla perfezione. Ci saranno ostacoli, non sarà facile, le organizzazioni terroristiche non smetteranno di compiere i loro attacchi. Il terrore non scomparirà dall’oggi al domani ma noi sappiamo che non c’è alternativa e preghiamo che anche i palestinesi capiscano che non c’è alternativa. E se capiranno le cose cambieranno. E non risparmieremo gli sforzi per convincerli, non combattendo contro di loro, non uccidendoli, non andando a caccia dei loro leader, ma sedendo con loro, parlando con loro, e aiutandoli, e collaborando con loro per costituire le basi per una crescita economica, collaborazione, miglioramento della qualità della vita dei palestinesi e degli israeliani, in modo che il Medio Oriente diventi davvero quello a cui era destinato a diventare dall’inizio, un paradiso per tutto il mondo, e non un campo di battaglia per gente il cui destino è vivere insieme e non farsi la guerra l’un l’altro.
Non è così semplice come tutti ci auguriamo che sia. Ma è realizzabile, ed è per questo che abbiamo intrapreso questi passi prudenti ora perché vogliamo essere sicuri che nessun errore comprometta questo processo. Si tratta solo di due mesi, fino al quindici agosto. Io prego che il mese successivo, quando tutti gli israeliani saranno risistemati entro lo stato di Israele e la striscia di Gaza sarà interamente sotto la sovranità palestinese, nasca una nuova alba di grande speranza in questa nostra parte del mondo. Io sono convinto con tutto il mio cuore che noi in Israele siamo pronti a questo. Io prego che la leadership palestinese voglia cogliere questa opportunità, diventi responsabile come è necessario che sia, dimostri coraggio e determinazione, sì che possa essere all’altezza della sfida che deve fronteggiare per rispondere alla buona volontà e ai desideri di pace che ora caratterizzano la leadership israeliana. Io credo che questo cambiamento sarà l’inizio di una epoca storica per tutti noi del Medio Oriente e io spero che ognuno di voi qui, e in molti altri luoghi in America, che siete stati partner, sostenitori e avete contribuito al benessere dello Stato di Israele e del popolo ebraico, potrete essere orgogliosi di quello che stiamo facendo e di quello che realizzeremo per la gente di Israele, per i palestinesi, per l’intero Medio Oriente”.

EHUD OLMERT, QUALCHE NOTA BIOGRAFICA

Ehud Olmert è nato a Binyamina il 30/9/1945. Sposato, con 4 figli, di professione avvocato. Laureato in psicologia e legge all’Università Ebraica di Gerusalemme
Ha prestato servizio nell’esercito come ufficiale di fanteria ed è stato corrispondente militare per il giornale dell’esercito Bamachane
E’ stato parlamentare dal 1973
Dal 1988 al 1990 ha avuto la carica di ministro senza portafoglio per gli affari delle minoranze, e dal 1990 al 1992 quella di ministro della sanità
Nel novembre del 1993 è stato eletto sindaco di Gerusalemme, per cui rassegnò le dimissioni dal Parlamento. Venne rieletto alla Knesset e nel febbraio 2003 si dimise da sindaco
Nel febbraio 2003 è stato nominato ministro del commercio e dell’industria, nonché vice primo ministro. Da allora è stato membro influente del governo e fu uno dei primi a sostenere l’idea del ritiro da Gaza, idea poi appoggiata dal primo ministro Sharon, e che divenne il ‘progetto di disimpegno’.
In seguito alla decisione di Sharon di lasciare il partito Likud nel novembre 2005, Olmert con altri ministri del Likud lo ha seguito per costituire il nuovo partito di centro, Kadima
Il 4 gennaio 2006 in seguito al grave attacco di cuore subito da Sharon, Olmert ha assunto le funzioni di primo ministro per guidare il governo in assenza di Sharon. Il 5 gennaio ha tenuto la sua prima riunione di gabinetto, il che indica il passaggio di poteri. Manterrà la carica di primo ministro fino alle prossime elezioni israeliane in programma per il 28 marzo.

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