Egitto, le due angosce di Benjamin Netanyahu

Israele

di Avi Shalom

GERUSALEMME – Israele segue col fiato sospeso la rivolta in corso in Egitto, nella constatazione che essa conclude tre decenni di tranquillità sul proprio confine meridionale e apre scenari allarmanti per la Regione.

Mercoledì, in un lungo intervento alla Knesset, Benjamin Netanyahu ha confermato che Israele rientra fra i Paesi che si rallegrebbero se dai moti in corso scaturisse un Egitto moderno, democratico, “uno Stato del 21° secolo”. Ben si sa – ha affermato – che tanto più un regime è democratico, tanto più è vincolato alla pace.

Il premier teme però che, sotto le spinte di forze destabilizzanti (in primo luogo quelle legate all’Iran), l’Egitto “potrebbe diventare una nuova Gaza”: una terra dove i diritti civili sono calpestati e dove viene imposta, magari in forma graduale, la Sharya islamica. In quel caso la rivolta anti-Mubarak non sarebbe affatto portatrice di venti di libertà bensì “trascinerebbe l’Egitto verso il Medio Evo”.

Nel 1979 Israele restituì il Sinai all’Egitto in cambio del Trattato di pace, onorato meticolosamente da Sadat e da Mubarak. In questi giorni i Fratelli Musulmani hanno già chiarito che, appena il regime di Mubarak sarà in macerie, invocheranno la immediata abrogazione di quel Trattato. In Israele viene rilevato che anche le forze laiche in Egitto si oppongono spesso alla normalizzazione fra i due Paesi. Le lotte interne in Egitto, secondo Netanyahu, potrebbero comunque protrarsi per anni.

Questa è la prima angoscia: i 230 chilometri di confine con l’Egitto cambiano la loro natura. Occorrerà rivedere la composizione e la dislocazione delle forze armate. In un quadro strategico bruscamente alterato in peggio, Israele dovrà provvedere, ha detto Netanyahu ai suoi connazionali, al  “bitzur”: alla saldezza delle fortificazioni.

La seconda angoscia di Netanyahu – anche se alla Knesset il suo nome non è stato pronunciato – si chiama Barack Obama. Il presidente Usa ha assunto un atteggiamento di aspro confronto verso il tradizionale ed importante alleato regionale, ordinando a Mubarak di trattare con gli insorti e di farsi subito da parte.

Il tono sprezzante dei messaggi inoltrati da Washington al Rais ha impressionato gli analisti israeliani. “In un momento di crisi – si è chiesto uno di essi – Obama potrebbe forse comportarsi allo stesso modo anche con noi?”

In pochi mesi la diplomazia statunitense nella Regione ha patito cedimenti e sconfitte anche in Turchia, in Tunisia e in Libano. Due pedine chiave – il presidente palestinese Abu Mazen e re Abdallah di Giordania – sono inoltre con l’acqua alla gola.

In questo contesto si incrina necessariamente un secondo assioma della politica regionale israeliana: ossia che proprio gli Stati Uniti debbano essere una delle fondamenta necessarie per ulteriori accordi di pace con i vicini arabi. Questa settimana la amministrazione Obama è riuscita a scuotere questa certezza, e a perdere posizioni preziose a Gerusalemme, a Ramallah e ad Amman.

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