Gruppo del Keren Hayesod al Kotel

Dentro Israele, alla scoperta del passato, del presente e del suo futuro

Israele

TEL AVIV – dalla nostra inviata Ilaria Myr
In tre giorni pieni, gli oltre trenta partecipanti hanno fatto una vera e propria «immersione» in quello che è il Paese oggi, esplorando i traguardi raggiunti, ripercorrendo alcune tappe della sua storia antica e recente, e «assaggiando» quello che verrà.

Innovazione. Dolore. Rinascita. Resilienza. Difesa. Sicurezza. Pace. Sono tante le “parole chiave” che mi porto a casa dopo avere partecipato alla missione in Israele del Keren Hayesod Italia, intitolata quest’anno “Israele. Ieri. Oggi. Domani”, che ha visto, dall’11 al 15 ottobre partecipare 32 persone da tutta Italia: sostenitori dei progetti dell’associazione e amanti di Israele, ebrei e non, che hanno voluto dimostrare la propria vicinanza al Paese in un momento storico molto particolare, a pochi giorni dal terzo anniversario del massacro del 7 ottobre, e a due settimane dalle elezioni politiche.

Ma sono anche di più le emozioni intense che rimarranno per molto tempo dopo questo viaggio intenso, stancante ma arricchente da tanti punti di vista. Il fitto programma di tre giorni ha infatti permesso ai partecipanti di ascoltare esperti di altissimo livello in materia di geopolitica, sicurezza e innovazione, ma anche di toccare con mano il trauma in cui il Paese vive da tre anni e la sua forza e resilienza nel guardare, nonostante tutto, sempre avanti, pensando al domani senza dimenticare quello che è successo. Qui una carrellata di alcuni degli interventi a cui abbiamo assistito e dei luoghi che abbiamo potuto visitare, scoprendo – nonostante fossimo tutti conoscitori del paese – posti, storie e persone con cui difficilmente si ha la possibilità di entrare in contatto in altri contesti (ed è proprio questa la forza di una missione come questa). Sul sito Mosaico e nei prossimi numeri di Bet Magazine dedichiamo articoli approfonditi su alcune delle esperienze vissute.

Il contesto geopolitico

La prima sera, durante la cena, siamo subito «entrati» dentro il contesto geopolitico grazie a una conversazione fra l’Ambasciatore italiano in Israele Luca Ferrari e un esperto dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS). In un interessante dibattito, hanno parlato di Iran, Israele e Stati uniti, nonché degli altri attori del Medio Oriente.

«Dopo la guerra dei dodici giorni, l’Iran non è più uno Stato sulla soglia del nucleare militare – ha spiegato l’esperto dell’INSS -. Se in futuro deciderà di correre verso la bomba, potremo intervenire. Inoltre, la loro base militare-industriale è stata quasi rasa al suolo. Senza contare che la loro economia sta crollando. Ma il regime esiste ancora. Inoltre, non ci sono segnali di defezioni, tradimenti o volontà di colpo di Stato all’interno dell’apparato militare iraniano. Quanto ai cittadini, non vediamo segnali di insurrezione. L’ultima cattiva notizia, la più preoccupante, è che stanno nuovamente progredendo nelle loro capacità nucleari. Non hanno ancora recuperato lo status di Stato sulla soglia nucleare, ma stanno costruendo un nuovo enorme impianto sotterraneo di arricchimento chiamato “Pickax Mountain”».

«Non si tratta di chiedersi se la guerra riprenderà, ma quando riprenderà – ha commentato l’ambasciatore Ferrari, che da esperto conoscitore sia del Medio Oriente (è stato per anni ambasciatore in Arabia Saudita) che degli Stati uniti, ha spiegato come l’amministrazione americana ragionerebbe in termini di sfere d’influenza globali e di negoziazione con la Cina su petrolio e terre rare, e come le prossime elezioni di midterm possano essere decisive per prossime eventuali azioni. «Si insedierà il nuovo Congresso, e si vedrà se Trump disporrà ancora di un Congresso che lavora per lui e di pieni poteri. È una delle ragioni per cui quel periodo potrebbe essere quello in cui l’America riprenderà l’azione».

 

Dentro l’innovazione

 
 

Il primo giorno è stato dedicato alla scoperta di luoghi e persone che raccontano che cosa ha reso Israele la start-up nation.

La prima tappa non poteva che essere il Shimon Peres center for Peace and Innovation, centro nato dalla visione dell’ex primo ministro e presidente israeliano. Nell’edificio in cemento e vetro, progettato dall’architetto italiano Massimiliano Fuksas, si possono scoprire, attraverso schermi touch e visori di realtà aumentata le scoperte e i progressi tecnologici che hanno cambiato il mondo nei settori della medicina, dell’agricoltura, della sicurezza e dell’energia. Un vero e proprio viaggio non solo nell’intelligenza visionaria di chi lo ha concepito, ma soprattutto nella creatività ebraica e israeliana, nonché nella ricerca e sviluppo che hanno portato questa giovane nazione ad essere all’avanguardia. Un luogo, questo, che personalmente non avevo mai visitato e che forse troppo spesso viene ignorato, ma che merita invece assolutamente una visita per le conoscenze che trasmette – lo sapevate che la chiavetta Usb è stata inventata in Israele da Dov Moran? – e l’ispirazione che suscita in chi lo visita.

L’innovazione applicata alla guerra è stata al centro dell’incontro con Tal Inbar, massimo esperto di politica aerospaziale, sistemi missilistici e veicoli aerei senza equipaggio (UAV), che ha illustrato le diverse tecnologie di cui oggi, purtroppo, si sente tanto parlare sia nell’ambito del conflitto in Medio Oriente che di quello fra Russia e Ucraina.

Mentre di cyber-sicurezza si è parlato durante la visita all’azienda israeliana Check-Point, in cui lavorano anche diversi italiani che ci hanno spiegato quali sono le maggior sfide in questo campo per le aziende (molti suoi clienti sono grandi aziende italiane, con cui i rapporti commerciali sono sempre molto forti). Qualche numero: ogni anno con i suoi strumenti bloccano circa 4,6 mld di attacchi, ispeziona più di 200 milioni di mail, e ogni giorno 3,6 miliardi di siti e file.

Abbiamo poi incontrato il vicesindaco di Tel Aviv Asaf Zamir, che ci ha parlato delle sfide della città, cuore pulsante del Paese, che nonostante le difficoltà degli ultimi tre anni continua a crescere vertiginosamente.

Infine, abbiamo incontrato Ahiya Schatz, fondatore di Fake Reporter, Organizzazione Non Governativa che individua, espone e combatte la disinformazione sul web, operazioni per influenzare le masse, hate speech e account fake a livello mondiale, e che ha messo in luce reti internazionali con lo scopo di condizionare le prossime elezioni israeliane.
 

Oltre l’orrore, guardando a domani

 
 

Il giorno emotivamente più intenso è stato senza dubbio quello che abbiamo passato al sud del paese, tragicamente colpito dagli attacchi del 7 ottobre 2023.

Ci siamo prima recati nel Kibbutz Dorot, sede del Progetto “Eden – Dal trauma alla guarigione”, sostenuto dal Keren Hayesod, che aiuta le vittime del post trauma femminile in seguito alle atrocità subite il 7 ottobre. Qui due donne, Cristina e Sigal, hanno raccontato, con grande commozione e dolore, come grazie a questa iniziativa si sentano ascoltate e capite e stiano riuscendo a tornare alla vita.

A Re’im, nel sito dove si svolgeva il festival Nova, e dove oggi c’è un commovente memoriale in ricordo delle 378 persone uccise dai terroristi di Hamas, ci si rende subito conto che è un luogo che lascerà una traccia indelebile in chi lo visita, soprattutto se ad accompagnarlo c’è chi quel giorno ha visto quello che era successo, come Eran Massas, 48 anni padre di quattro figli, il primo in Israele a fare girare video e immagini del massacro a Re’im. «Sono venuto qui moltissime volte dal 7 ottobre a testimoniare, ma ogni volta è molto difficile, e oggi lo è ancora di più vista la vicinanza alla data di quel massacro. Da allora ho deciso di dedicare la mia vita a raccontare quello che ho visto quel giorno».
Un racconto tragico quello di Eran, che quella mattina si è fiondato nel sud per dare il suo contributo, senza avere capito l’entità della tragedia, e si è trovato davanti a scene che non avrebbe mai pensato di vedere nella sua vita e che sicuramente non lo abbandoneranno mai. Suo il video in cui cammina in quello che era il bar del festival fra i corpi di moltissime persone chiedendo se c’è qualcuno ancora in vita.

Ancora colpiti dall’intensità delle sue parole e dalla sua profonda sofferenza ancora percepibile, ci siamo recati al kibbutz Nir Oz, dove abbiamo prima salutato Gadi Moses, l’ostaggio più anziano tornato in vita da Gaza che avevamo intervistato più di un anno fa e poi ascoltato la spiegazione di Binà BaLev, nuovo centro per l’educazione alla IA, innovazione e opportunità per le nuove generazioni, che ha sede negli edifici degli ex asili del kibbutz, colpiti il 7 ottobre. Il messaggio dei rappresentanti della comunità è stato particolarmente significativo: «Non vogliamo essere soltanto vittime. Vogliamo costruire qualcosa di cui le prossime generazioni possano essere orgogliose.»

 
 

Molto intensa è stata anche la visita al Centro di resilienza familiare di Ashdod, ampliato e restaurato grazie al progetto del Keren Hayesod e ai contributi provenienti dall’Italia. Lì si è potuto veramente toccare con mano il risultato concreto di quelle che dall’estero possono sembrare solo donazioni, e che qui si sono invece tradotte in spazi bellissimi in cui le famiglie di questa zona, anch’essa molto fragile, possono ritrovarsi, essere ascoltati, passare del tempo insieme e ritornare alla vita. Particolarmente emozionante è stata la testimonianza di un padre che ha perso il figlio e la fidanzata del figlio il 7 ottobre mentre erano in visita al kibbutz Kfar Aza: il dolore ancora così vivido traspariva dal suo volto, prima ancora che dalle sue commosse parole di ringraziamento a chi ha voluto il centro per famiglie.
Infine, la sera siamo stati ospitati nella residenza dell’Ambasciatore Ferrari per un concerto esclusivo di un pianista italiano, sentendoci «ospiti speciali» come alcuni vip presenti.

Gerusalemme: democrazia, sicurezza e identità

 
 

L’ultimo giorno è stato dedicato a Gerusalemme, dove abbiamo prima visitato il Museo della Knesset, sede fino agli anni ’60 del Parlamento israeliano, prima che si spostasse, nel 1966 nel quartiere di Givat Ram dove si trova tutt’oggi. Un luogo pieno di storia, che personalmente non conoscevo, in cui si è davvero costruita e sedimentata la democrazia israeliana. Lì abbiamo incontrato Gil Segal, ex Amministratore Delegato della Knesset, che ci ha illustrato con dati il panorama pre-elettorale. Mentre nella sede del Keren Hayesod il ceo Edna Weinstock-Gabay ci ha spiegato quanto l’aiuto dall’estero sia fondamentale per ricostruire la società e renderla ancora migliore che prima del 7 ottobre.

Dopo una visita alla Città Vecchia e al Kotel, accompagnati dalle interessanti spiegazioni della meravigliosa guida Giordana Moscati, ci siamo recati un luogo magico, Nebi Samuel, dove c’è la tomba del profeta Samuele. In questo sito storico e religioso situato su una collina a circa 4 chilometri a nord di Gerusalemme abbiamo ascoltato le origini delle tensioni in Giudea e Samaria che ci ha fatto il riservista Danny Tirza, uno dei protagonisti, dai tempi degli Accordi di Oslo, nelle negoziazioni con i palestinesi e uno dei responsabili della costruzione della barriera di difesa fra i territori di Giudea e Samaria e Israele. Molto interessante la sua spiegazione delle tre zone – A, B, C – in cui è stato diviso il territorio nel 1995 e delle tensioni che oggi purtroppo dominano l’attualità, chiamando senza termini «terrorismo» le azioni violente dei coloni.

Infine, nel noto ristorante Malka dello chef Eyal Shani a Tel Aviv abbiamo incontrato lo scrittore Etgar Keret, che ha condiviso con noi la sua esperienza di volontario negli hotel del sud con gli sfollati dopo il 7 ottobre e ci ha fatto riflettere su quanto oggi sia importante cercare di conoscersi a vicenda e di dialogare, al di là delle differenze e dei pregiudizi.

Bekitzur, come si dice in ebraico («in sintesi») è stato un viaggio importante, pieno di emozioni, organizzato alla perfezione dallo shaliach Eyal Avneri insieme al presidente del Keren Hayesod Victor Massiah, che ha rafforzato in ognuno di noi la convinzione di quanto sia importante conoscere Israele e le sue mille sfaccettature. E di quanto, più la si conosce, più la si ama.