Al quarto anno, Bibi tira le somme. E gioca al rialzo

di A. B.

La minaccia atomica iraniana. Gli sconvolgimenti nel mondo arabo che portano alla ribalta un islamismo esasperato e, talvolta, schiettamente antisemita. Il gelo nei rapporti con i palestinesi. Vicini di casa irrequieti e maneschi, come gli Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza, che puntano i loro missili verso lo Stato ebraico. E poi, ancora, l’insidiosa delegittimazione di Israele condotta in campus universitari occidentali. A fil di logica, ci sarebbe da attendersi fra gli israeliani un filo di preoccupazione, una qualche forma di angoscia esistenziale. Invece no. Proprio in questi giorni una ricerca condotta dalle Nazioni Unite fra 156 Paesi membri -sulla base di criteri diversi fra cui benessere economico, libertà politiche, qualità di vita -piazza Israele al quattrodicesimo posto della graduatoria, dopo Stati benedetti da condizioni geopolitiche amene come Danimarca, Finlandia, Norvegia, Olanda. Gli israeliani, conferma l’Onu, si dicono felici.

Fra i lettori di Haaretz che hanno forse notato quella notizia, almeno uno non è sobbalzato. Si tratta del lettore Benyamin Netanyahu, che questo mese inizia il quarto anno consecutivo da premier dopo aver conosciuto un periodo di stabilità politica senza eguali in tempi recenti. Nei sondaggi, il Likud non ha rivali ed è dato vincitore delle prossime elezioni politiche (novembre 2013). I suoi rivali hanno tutti volti nuovi: Shaul Mofaz ora guida Kadima; Shelly Yehimovic i laburisti; Zahava Galon il Meretz; e il giornalista Yair Lapid cerca di aprirsi uno spazio in un’area politica congestionata. Nelle caricature, Bibi Netanyahu è un Gulliver circondato da lillipuziani.

UN PAESE FELICE

“Gli israeliani – dice Netanyahu – sono uno dei popoli più felici al mondo. Amano il loro Paese, e comprendono che sotto ogni punto di vista Israele è in buone condizioni. Dieci anni fa, quando fui nominato ministro delle finanze, le nostre entrate medie pro capite erano due terzi di quelle europee. Nel frattempo li abbiamo raggiunti e se continueremo così toccheremo i livelli di Francia e Gran Bretagna”. Due giornali a lui favorevoli -Israel ha-Yom e Makor Rishon-, hanno tratto un consuntivo del governo Netanyahu: un esecutivo che agli esordi era stato subissato di critiche anche per le sue dimensioni elefantiache (30 ministri). Tre anni dopo, scrive Makor Rishon, “Non ci sono attentati. Non c’è disoccupazione. Non ci sono scioperi (mah…, A.B.). Non c’è inflazione. Non c’è recessione. Non ci sono pressioni internazionali energiche (mah…, A.B.). Ci sono invece: sviluppo economico, una rivoluzione nelle infrastrutture dei trasporti, si costruiscono alloggi come mai prima negli ultimi 10 anni”, scrive il quotidiano. Un altro analista dello stesso giornale, Amnon Lord, vede addirittura in Netanyahu “quasi il leader del mondo occidentale, e non è una esagerazione”. Infatti, spiega, “è riuscito a trasformare il nucleare iraniano, ossia la detenzione di armi atomiche da parte di un regime genocidico, nella questione Numero Uno per i Paesi occidentali”.

Nelle interviste rilasciate in occasione della Pasqua, Netanyahu lascia intendere che questo successo non è casuale. È vero, ammette con modestia, di essere stato uno dei primi a lanciare, già 15 anni fa, l’allarme sui progetti nucleari iraniani. Perché fa uso di strumenti da storico.

Figlio dello storico Ben-Zion Netanyahu (101 anni e ancora perfettamente lucido), anche Bibi Netanyahu ama osservare i processi a volo di uccello. Torna col pensiero al 1917 “quando iniziò l’espulsione dell’Impero Ottomano dalla Terra d’Israele”, o alla depressione economica del 1929. “Tempeste perfette”, dice, a cui si può associare adesso la primavera araba, che avrà portata analoga: “Dagli stretti di Gibilterra fin quasi all’India e all’Iran, questa Regione è investita da un Islam estremista”.

Dalle cancellerie occidentali Netanyahu si sente spesso dire che se almeno la questione palestinese trovasse una soluzione, la tensione calerebbe. “Pur con tutta la mia volontà di negoziare -replica-, anche se ci fosse un accordo con i palestinesi, i Fratelli musulmani non ci risparmierebbero. Nemmeno un trattato di pace fermerebbe l’ondata islamica”. L’assalto all’ambasciata israeliana del Cairo, l’antisemitismo che serpeggia in Libia e Tunisia, le voci preoccupanti che giungono dalla Siria e dalla Giordania: Netanyahu ha buone ragioni di essere circospetto.

Le quattro minacce

Che fare allora? Potenziare Israele -risponde-, in modo tale che i malintenzionati della Regione ci pensino più di una volta, prima di attaccare briga. “L’importante -dice- è continuare a guidare il Paese in maniera seria. Noi cerchiamo di reagire a quattro minacce principali. Prima fra tutti, quella nucleare: ci sforziamo di coinvolgere la comunità internazionale nel sistema di pressione sull’Iran. Poi c’è la minaccia dei missili puntati sulle nostre città. Abbiamo approntato sistemi di difesa attiva, fra cui Iron Dome”: il sistema di intercettazione che a marzo ha distrutto in volo oltre il 90 per cento delle decine di Grad sparati da Gaza sul Neghev. “La terza minaccia è quella cyber”. Hacker filo-arabi attaccano in continuazione i sistemi di computer israeliani. Si tratta di una lotta spasmodica, in cui Israele ha anche subito contraccolpi come l’oscuramento di siti governativi e la divulgazione delle carte di identità e di credito di migliaia di israeliani. La quarta cosa è la difesa fisica dei nostri confini. Se non avessimo eretto una barriera (sul Sinai, al confine con l’Egitto; sarà completata alla fine del 2012 -A.B.), il nostro Paese sarebbe stato investito da un’ondata migratoria. Anche così sono entrati 60 mila africani in cerca di lavoro. Avrebbero potuto facilmente essere anche 600 mila!”.

La scorsa estate centinaia di migliaia di israeliani si sono riversati in strada per invocare una maggiore giustizia sociale. Alcune delle loro istanze sono state effettivamente recepite da Netanyahu (come gli studi gratuiti dai tre anni di età), il quale però non ha cambiato nella sostanza la propria filosofia. “Il giusto approccio -spiega- deve essere l’integrazione armoniosa di una crescita basata sull’economia di mercato con un ponderato investimento in questioni sociali, per garantire a tutti i cittadini pari opportunità e strumenti eguali di progresso. Lo Stato di Israele -sostiene- ha superato la crisi economica meglio di quasi tutti gli altri Paesi al mondo. E dico ‘quasi’ solo per prudenza. La disoccupazione sta calando al minimo degli ultimi dieci anni. Ci sono Paesi dove fra i giovani la disoccupazione tocca il 50 per cento! Da noi la crescita dell’economia è del 5 per cento’’.

All’inizio del quarto anno di governo, Netanyahu ostenta dunque una dose di compiacimento che lascia interdetti gli analisti della stampa di opposizione. Come spiega -gli chiedono- il deterioramento delle sue relazioni personali con Barack Obama, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e David Cameron ? Non si rende conto che la questione palestinese non può essere spazzata sotto al tappeto? Che in assenza di una separazione fisica, Israele diventerà uno Stato binazionale? Non prova allarme di fronte alla violenza delle frange radicali dei coloni, che non esitano a profanare moschee?

Il sigillo bimillenario

Non è turbato dalla crescita turbinosa della minoranza ortodossa, che rifiuta l’ethos del Sionismo e che nemmeno contribuisce in maniera proporzionale all’economia del Paese? A Gerusalemme, nelle classi inferiori, la metà degli allievi sono arabi o ultraortodossi: di questo passo, signor premier, quale sarà il volto del Paese la prossima generazione?

Forse non conosce il futuro, ma di certo Netanyahu Ben-Yamin conosce il passato. Nel suo ufficio di Gerusalemme custodisce un sigillo di 2.800 anni fa, di un centimetro circa, scoperto tre anni fa in un edificio di Gerusalemme da dove allora si vedeva il Tempio di Salomone. Sotto a due melograni, decifrate le lettere ebraiche antiche, si apprende che apparteneva a un signore di nome Netanyahu Ben-Yaush. A volte, dicono i suoi intimi, Netanyahu (in ebraico: Dio lo ha dato) ha la sensazione di non essere un semplice primo ministro, bensì un personaggio incaricato di una missione storica per il popolo ebraico. Uno stato d’animo particolare, che potrebbe giocare un ruolo quando una notte dei prossimi mesi, nell’intimità del suo ufficio, prenderà in mano infine il Dossier Iran, per apporgli il suo fatidico sigillo.