di Anna Balestrieri
Oltre 250 artisti, 42 esposizioni e 21 sedi in tutta la città: la settima Biennale di Gerusalemme esplora il rapporto fra memoria, spiritualità e trauma collettivo. Dal dialogo con le Scritture alle ferite della guerra, le opere trasformano l’esperienza individuale e comunitaria in una ricerca di nuovi linguaggi e possibilità di rinascita.
Che cosa significa oggi fare arte ebraica? E in che modo la memoria religiosa, la tradizione e l’esperienza storica possono dialogare con le inquietudini del presente, senza rimanere confinate nel repertorio dei simboli e delle forme del passato? Sono alcune delle domande che attraversano la settima edizione della Biennale di Gerusalemme, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati all’arte contemporanea in relazione alla cultura e all’esperienza ebraica. Inaugurata il 24 settembre, la manifestazione prosegue fino al 12 novembre 2026, coinvolgendo oltre 250 artisti israeliani e internazionali in 42 esposizioni distribuite in 21 sedi della capitale.
Il titolo scelto per questa edizione, De Profundis («Dalle profondità»), richiama le parole iniziali del Salmo 130: «Dalle profondità grido a te, Signore». Un’espressione che appartiene alla tradizione della preghiera ebraica e che, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, ha assunto una risonanza particolare nella vita delle comunità ebraiche. La profondità evocata dalla Biennale non è soltanto quella del dolore, ma anche quella della coscienza, della memoria e della ricerca spirituale: il luogo da cui può prendere forma una nuova possibilità di espressione.
La scelta del tema risponde a un momento storico in cui la guerra, la perdita e l’incertezza hanno modificato profondamente il rapporto degli israeliani con il proprio spazio, con la memoria collettiva e con il futuro. Ma la manifestazione non si propone come una semplice rassegna artistica sulla cronaca. L’obiettivo è piuttosto interrogare il modo in cui l’esperienza traumatica può essere elaborata attraverso le immagini, i materiali, le installazioni e il dialogo con la tradizione religiosa. Come ha spiegato il fondatore e direttore artistico della Biennale, Rami Ozeri, l’arte può portare alla superficie ciò che rimane sepolto nell’inconscio individuale e collettivo, offrendo uno spazio di elaborazione e di incontro.
Una città trasformata in spazio espositivo
La struttura stessa della Biennale riflette questa pluralità di prospettive. Non un unico museo o un grande spazio espositivo centralizzato, ma una costellazione di luoghi che attraversa Gerusalemme, mettendo in relazione istituzioni culturali, gallerie, musei e spazi indipendenti. Tra le sedi figurano il Museo della Torre di Davide, il Museo delle Terre della Bibbia, il Van Leer Jerusalem Institute, la Galleria Hamiffal e il Museo d’arte ebraica italiana U. Nahon.
Uno dei punti centrali dell’edizione 2026 è l’edificio della vecchia Biblioteca nazionale e universitaria, nel campus di Givat Ram dell’Università Ebraica, che ospita complessivamente quattordici esposizioni. Qui il dialogo fra architettura, memoria e linguaggio artistico contemporaneo assume una dimensione particolarmente significativa.
La mostra collettiva Or Chozer (Reflected Light): An Active Vision (nella foto in alto), curata da David Sperber e Porat Salomon, riunisce venti artisti israeliani intorno alle celebri vetrate monumentali realizzate da Mordecai Ardon per la biblioteca. Le opere di Ardon, ispirate alla visione profetica di Isaia di un mondo in cui le spade saranno trasformate in aratri e le nazioni non combatteranno più le une contro le altre, costituiscono il punto di partenza di un confronto con il presente.
La promessa biblica della pace diventa così una domanda rivolta al nostro tempo: come conservare una visione universale quando la realtà quotidiana è segnata dalla guerra? Gli artisti non si limitano a illustrare l’ideale di Ardon, ma lo sottopongono a interpretazioni, tensioni e talvolta contestazioni. Tra i partecipanti figurano nomi importanti dell’arte israeliana contemporanea, tra cui Sigalit Landau, Gilad Ratman, Raida Adon, Belu-Simion Fainaru e Lihi Turjeman.
L’arte davanti alla ferita del 7 ottobre
Il rapporto con gli eventi del 7 ottobre emerge in modo ancora più diretto in Open Wound, esposizione collettiva allestita presso il Van Leer Jerusalem Institute e curata da Udi Urman. Il progetto riunisce quattordici artisti israeliani e della diaspora, tra cui Erez Aharon, Shulamit Bismuth, Dana Reisin, Daniel Tchetnik e Amir Tomashov.
Il titolo, «Ferita aperta», suggerisce già una precisa posizione curatoriale: non affrettare una riconciliazione simbolica, non cercare una redenzione estetica che rischi di rendere il dolore più facilmente assimilabile. Le opere si confrontano con la frattura emotiva, storica e spirituale prodotta dagli eventi recenti, dando spazio a esperienze che non hanno ancora trovato una forma definitiva di elaborazione.
In questa prospettiva, l’arte non è chiamata a guarire la ferita, ma anzitutto a renderla visibile. Il linguaggio artistico diventa uno strumento per testimoniare ciò che ancora sfugge alla narrazione ordinaria, restituendo complessità a un’esperienza che rischia di essere ridotta a immagini ripetute e formule pubbliche.
Anche On the Face of It, la mostra multimediale dell’artista americana Caron Tabb, affronta il tema della memoria attraverso un elemento apparentemente semplice: il colore bianco. Curata da Alissa Schapiro e ospitata al Van Leer Institute, l’esposizione esplora le molteplici associazioni culturali e religiose di questa tonalità: purezza, lutto, resa, possibilità di ricominciare. Il bianco rimanda tanto alle consuetudini funerarie e rituali ebraiche quanto alle esperienze personali e collettive della perdita, compresi gli eventi del 7 ottobre, la sorte degli ostaggi e le sofferenze delle loro famiglie.
La scelta di un materiale e di un colore essenziale permette di affrontare questioni complesse senza ricorrere necessariamente a una rappresentazione esplicita della violenza. È un modo per interrogare la memoria attraverso l’assenza, il silenzio e la materialità degli oggetti.
Dalla tradizione biblica alle domande del presente

Un’altra linea di ricerca attraversa la Biennale: il rapporto fra i testi fondativi dell’ebraismo e la loro reinterpretazione nell’arte contemporanea. Ne è un esempio Akeida Alone: Where Is the Lamb?, progetto dell’artista newyorkese Richard McBee, realizzato in collaborazione con il Jewish belu Salon. Dopo aver dedicato trentacinque anni e cento dipinti alla legatura di Isacco, episodio biblico in cui Abramo è chiamato a sacrificare il figlio, McBee presenta una nuova serie di sei opere che riparte dalla domanda di Isacco: «Dov’è l’agnello per l’olocausto?».
La scelta di tornare sull’Akedah, uno degli episodi più enigmatici della Genesi e una delle immagini più ricorrenti nella riflessione ebraica sul sacrificio, apre una questione che attraversa anche la sensibilità contemporanea: come si trasmette una memoria di sofferenza? E che cosa significa abitare una tradizione in cui la vulnerabilità, il sacrificio e la sopravvivenza sono temi così profondamente intrecciati?
La Biennale non si limita tuttavia a proporre una rilettura del patrimonio religioso. Alcuni progetti si confrontano con la dimensione universale dell’esperienza umana, utilizzando materiali e linguaggi che oltrepassano i confini di una specifica appartenenza culturale. È il caso di Mezuzah to the Moon, dell’artista Alejandro Glatt, che rielabora in chiave contemporanea uno degli oggetti più riconoscibili della vita ebraica domestica, la mezuzah, mettendolo in relazione con un immaginario cosmico e con la possibilità di immaginare nuove forme di connessione.
La questione dell’identità ebraica non viene quindi affrontata come una definizione da difendere, ma come un processo culturale in continua trasformazione. La partecipazione di artisti provenienti da Israele, Stati Uniti, Europa e America Latina contribuisce a rendere visibile questa pluralità. Non tutti gli artisti coinvolti sono ebrei: la Biennale nasce proprio dall’ambizione di offrire uno spazio in cui l’esperienza ebraica possa entrare in dialogo con linguaggi e sensibilità differenti, senza essere ridotta alla sola produzione di arte rituale o di Judaica.
Gerusalemme, laboratorio di una cultura diasporica
Questa dimensione internazionale è uno degli elementi che distinguono la manifestazione. Accanto agli artisti israeliani, partecipano collettivi e istituzioni provenienti da Los Angeles, Boston, Portland, Omaha, Buenos Aires e Praga. La geografia della Biennale restituisce così un’immagine della cultura ebraica che non coincide con i confini dello Stato di Israele, ma si sviluppa attraverso una rete di comunità, esperienze migratorie e tradizioni artistiche differenti.
In questo senso Gerusalemme diventa più di una sede espositiva: è il luogo in cui le diverse declinazioni dell’identità ebraica possono incontrarsi, confrontarsi e talvolta entrare in tensione. Il carattere diffuso della manifestazione, con le sue ventuno sedi, rafforza questa idea di una città attraversata da molteplici narrazioni, in cui il passato religioso e storico convive con le sperimentazioni del presente.
Il progetto si inserisce inoltre in un dibattito più ampio sul ruolo della cultura ebraica nello spazio pubblico internazionale. In un periodo in cui artisti e istituzioni culturali israeliane si confrontano anche con le pressioni del boicottaggio e con le difficoltà di partecipazione agli eventi internazionali, la presenza di autori stranieri assume un significato ulteriore. Per alcuni, prendere parte alla Biennale significa proprio riaffermare la possibilità di un dialogo culturale che non venga interrotto dalle contrapposizioni politiche.
Dalla memoria alla possibilità di ricominciare
Accanto alle esposizioni, il programma comprende incontri con artisti e curatori, visite guidate, laboratori, discussioni e performance. La Biennale si propone dunque non soltanto come una rassegna da visitare, ma come un’occasione di confronto tra chi produce arte e chi la osserva, tra istituzioni culturali e comunità locali.
Il suo interrogativo centrale rimane quello suggerito dal titolo: che cosa può emergere dalle profondità? Non necessariamente una risposta rassicurante o una promessa immediata di guarigione. Piuttosto, la possibilità di dare forma a esperienze che non hanno ancora trovato parole, di recuperare un rapporto con la tradizione senza trasformarla in un rifugio nostalgico e di immaginare un futuro che non cancelli la memoria del dolore.
In una città come Gerusalemme, dove le stratificazioni religiose, storiche e politiche sono parte integrante dello spazio quotidiano, questa ricerca assume un significato particolare. L’arte non risolve i conflitti e non sostituisce la riflessione politica, ma può creare un territorio di incontro in cui le identità non siano costrette a scegliere tra appartenenza e apertura.
La settima Biennale di Gerusalemme si conclude ufficialmente il 12 novembre, anche se alcune esposizioni proseguiranno oltre questa data: al Van Leer Institute, per esempio, Open Wound e gli altri progetti ospitati nella sede resteranno visitabili fino al 18 novembre. In un momento in cui la società israeliana è ancora impegnata a fare i conti con le conseguenze della guerra, la Biennale suggerisce che anche l’arte può diventare uno spazio di elaborazione collettiva: non una via di fuga dalla realtà, ma un modo per guardarla più a fondo.
Sito ufficiale della Jerusalem Biennale 2026 – tema, date, sedi, artisti e presentazione delle esposizioni.
Catalogo delle esposizioni – elenco completo dei progetti e dei partecipanti.



