Christiane Amanpour

Amanpour, l’addio alla CNN e le accuse di una narrazione sbilanciata su Israele

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch
Dopo oltre quarant’anni di carriera, la giornalista lascia la CNN con una reputazione divisa. Per i critici, la sua copertura del Medio Oriente ha spesso privilegiato la prospettiva palestinese, trascurando le ragioni della sicurezza israeliana e incorrendo in imprecisioni controverse. Dal caso della famiglia Dee al paragone tra Marwan Barghouti e Nelson Mandela, fino alle polemiche sugli ostaggi israeliani e sulla guerra di Gaza, gli episodi che alimentano in questi giorni il dibattito sulla sua imparzialità.

 

Per oltre quarant’anni ha raccontato guerre, dittature e crisi internazionali, sfidando governi e mettendo in discussione le versioni ufficiali dei fatti. Ma la stessa determinazione che ha reso Christiane Amanpour una delle giornaliste più autorevoli della televisione internazionale le ha procurato critiche durature, soprattutto per il modo in cui ha raccontato Israele e il conflitto con i palestinesi.

A 68 anni, la corrispondente di punta della CNN annuncia l’addio all’emittente, ma il bilancio della sua carriera è già terreno di scontro: per i sostenitori è una reporter indipendente, attenta alle vittime e insofferente alle ragioni del potere; per alcuni telespettatori ebrei e filoisraeliani, la sua copertura del Medio Oriente è stata invece sbilanciata, poco sensibile alle esigenze di sicurezza israeliane e talvolta imprecisa nel descrivere episodi decisivi.

L’annuncio dell’uscita dalla CNN, annunciato lunedì 19 ottobre, ha riportato in primo piano una controversia che accompagna da anni la giornalista. Come ricostruisce il Times of Israel in un approfondimento sulla sua eredità professionale, le critiche riguardano non soltanto singole formulazioni, ma anche la presunta tendenza a privilegiare la prospettiva palestinese rispetto a quella israeliana.

Amanpour non ha spiegato le ragioni della sua decisione di lasciare la CNN, dove è entrata nel 1983 come assistente di redazione. All’inizio del 2027, il suo programma quotidiano su CNN International passerà a una cadenza settimanale e si concluderà a maggio; a giugno lascerà definitivamente l’emittente. Amanpour & Company, il programma che conduce per la televisione pubblica statunitense PBS, terminerà invece alla fine del 2026. Continuerà a condurre il podcast The Ex Files, realizzato con l’ex marito Jamie Rubin, già funzionario del Dipartimento di Stato americano.

Nel messaggio di commiato, Amanpour ha riassunto la propria filosofia professionale con una frase destinata a riaccendere il dibattito: «Siate sempre sinceri, non neutrali». Una dichiarazione che rivendica il dovere di non confondere l’imparzialità con l’equidistanza, ma che solleva anche una questione: dove finisce la scelta legittima di una prospettiva e dove comincia il rischio di raccontare la realtà attraverso una lente selettiva?

Dalla Bosnia al Medio Oriente, una reputazione controversa

La fama di Amanpour si è consolidata negli anni Novanta con i reportage dalla guerra in Bosnia, dopo la copertura della prima guerra del Golfo. Nel corso della carriera ha seguito conflitti e crisi in Ruanda, Afghanistan, Ucraina e Iran, distinguendosi per la capacità di confrontare i responsabili politici con le conseguenze delle loro decisioni.

Nata da padre iraniano musulmano e madre britannica cattolica, cresciuta tra l’Iran e l’Inghilterra, ha spesso richiamato le proprie origini per spiegare il suo approccio alle notizie internazionali. La volontà dichiarata di superare le divisioni e mettere in discussione le narrazioni dominanti, tuttavia, non l’ha risparmiata dalle accuse di parzialità.

Una delle controversie più significative risale al 2007, quando presentò God’s Jewish Warriors, il primo documentario di una serie in tre parti sul ruolo della religione nella politica e nei conflitti. Il programma fu criticato dal Committee for Accuracy in Middle East Reporting and Analysis (CAMERA), organizzazione che monitora la copertura mediatica del Medio Oriente ed è nota per le sue posizioni filoisraeliane.

Secondo i critici, il documentario concentrava l’attenzione sugli ambienti religiosi più radicali e sui coloni israeliani, trascurando la pluralità del mondo ebraico, compresi gli oppositori degli insediamenti. Anche il peso attribuito alla lobby filoisraeliana a Washington, in particolare all’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), fu giudicato eccessivo, a scapito delle ragioni strategiche e dei legami politici alla base dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele.

La polemica fu ripresa nel 2010 da Ron Kampeas in un commento pubblicato dalla Jewish Telegraphic Agency. La critica era che la selezione delle testimonianze rischiasse di trasformare una legittima contestazione del nazionalismo religioso e delle politiche israeliane in una rappresentazione deformata dell’identità ebraica e delle aspirazioni nazionali israeliane.

Gli errori e le scuse: il caso della famiglia Dee

Tra gli episodi più contestati sul piano della precisione giornalistica figura quello del 2023. Il 10 aprile, mentre intervistava l’allora primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese Mohammad Shtayyeh, Amanpour definì «sparatoria» l’attacco in cui erano state uccise Lucy Dee e le figlie Maia e Rina, cittadine israelo-britanniche. Le tre donne viaggiavano in auto in Cisgiordania quando uomini armati palestinesi legati ad Hamas aprirono il fuoco contro il veicolo.

La definizione suggeriva uno scontro a fuoco, mentre si era trattato di un attacco contro un’automobile in transito. Dopo le proteste, anche del rabbino Leo Dee, marito e padre delle vittime, Amanpour si scusò pubblicamente, riconoscendo l’inesattezza della formulazione.

Nel 2024 un’altra polemica fu provocata da un messaggio sui social dedicato a Marwan Barghouti, dirigente politico palestinese detenuto in Israele e condannato da un tribunale israeliano per il suo coinvolgimento in attacchi mortali. «Per molti israeliani è un terrorista. Per molti palestinesi è il loro Mandela», scrisse Amanpour. Il paragone rifletteva la distanza tra la percezione israeliana di Barghouti e la sua popolarità tra una parte dei palestinesi, ma fu criticato perché rischiava di mettere in secondo piano la gravità degli attacchi per i quali era stato condannato.

La guerra di Gaza e lo scontro sulla linea editoriale della CNN

La copertura della guerra di Gaza ha alimentato ulteriormente le polemiche. Nel febbraio 2024, secondo The Intercept e The Guardian, alcuni giornalisti della CNN contestarono le procedure editoriali dell’emittente, accusandole di favorire le versioni israeliane a scapito delle testimonianze palestinesi. Anche Amanpour partecipò al confronto, denunciando «modifiche dei testi, doppi standard e tutto il resto». La CNN respinse le accuse, ribadendo l’impegno a rappresentare tutte le parti.

Alcuni spettatori filoisraeliani rimproveravano però alla rete l’eccessiva attenzione alle vittime palestinesi e la scarsa considerazione per le responsabilità di Hamas e le esigenze di sicurezza israeliane.

In un’intervista al podcast Talk Easy, condotto da Sam Fragoso, Amanpour ha difeso la copertura dell’emittente. Subito dopo il 7 ottobre, ha ricordato, la CNN aveva dato ampio spazio alle testimonianze delle vittime israeliane. Con il protrarsi della guerra e l’aumento delle vittime civili a Gaza, soprattutto donne e bambini, «la narrazione si è capovolta», riflettendo, a suo giudizio, la realtà sul terreno. La giornalista ha aggiunto che diversi colleghi avevano lamentato il ritardo con cui la rete aveva dato spazio alla prospettiva palestinese.

Gli ostaggi israeliani e la polemica sulla Notte dei Cristalli

Nell’ottobre 2025 Amanpour si è scusata per aver affermato che gli ostaggi israeliani liberati dalla prigionia di Hamas erano stati probabilmente trattati «meglio del cittadino medio di Gaza». Le parole suscitarono dure reazioni perché rischiavano di minimizzare le privazioni e le violenze subite dagli ostaggi. La stessa giornalista le definì poi «insensibili e sbagliate».

Nell’intervista con Fragoso, Amanpour è tornata anche sulle polemiche del 2020, quando aveva accostato la Notte dei Cristalli, il pogrom antiebraico nazista del novembre 1938, agli attacchi di Donald Trump contro la storia, i fatti e la verità. Diverse organizzazioni ebraiche, tra cui l’American Jewish Committee, contestarono il paragone e Amanpour si scusò. Di recente ha ribadito il senso del proprio ragionamento, sostenendo che quell’episodio dimostra quanto rapidamente possano erodersi i valori democratici, e ha lasciato intendere di aver subito pressioni per ritrattare.

L’addio alla CNN arriva mentre il futuro dell’emittente è al centro di interrogativi sull’indipendenza editoriale, dopo l’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance. A maggio Amanpour aveva espresso preoccupazione per quello che definiva un «riallineamento ideologico» alla CBS News, invocando la tutela dell’autonomia giornalistica, senza collegare direttamente queste preoccupazioni alla propria decisione.

La carriera di Amanpour resta segnata dal contrasto tra la reputazione di una reporter che ha sfidato il potere e raccontato le conseguenze delle guerre e le contestazioni per una copertura del Medio Oriente giudicata da alcuni sbilanciata e, in più occasioni, imprecisa. «Siate sempre sinceri, non neutrali», ha scritto nel messaggio di commiato. Una filosofia che rivendica l’indipendenza del giornalismo, ma che non esaurisce il problema al centro delle polemiche: raccontare i conflitti significa anche verificare rigorosamente i fatti e rappresentare con precisione le responsabilità di tutte le parti.