di Anna Balestrieri
La candidatura della diplomatica emiratina, di origini palestinesi, apre un nuovo capitolo nella successione ad António Guterres. Dall’economista costaricana figlia di rifugiati ebrei alla rappresentante degli Emirati protagonista della diplomazia mediorientale, la corsa al Palazzo di Vetro riflette le contraddizioni di un ordine internazionale sempre più frammentato.
C’è una storia familiare che attraversa l’Europa devastata dalla guerra, i campi profughi del dopoguerra e il Mediterraneo orientale prima di approdare in America centrale. E ce n’è un’altra che conduce dalla memoria palestinese alla diplomazia di Abu Dhabi, fino ai negoziati che hanno contribuito a ridisegnare i rapporti tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Le protagoniste sono Rebeca Grynspan e Lana Zaki Nusseibeh, due diplomatiche che, da percorsi differenti, sono arrivate a contendersi la guida delle Nazioni Unite.
Il 21 ottobre gli Emirati Arabi Uniti hanno ufficializzato la candidatura di Nusseibeh alla carica di segretario generale dell’ONU, aggiungendo un nuovo nome a una competizione già complessa. La diplomatica emiratina entra così in una partita nella quale Grynspan, candidata della Costa Rica, si è distinta nei primi scrutini informali del Consiglio di sicurezza, senza però riuscire a ottenere un consenso sufficiente tra le grandi potenze.
La scelta del successore di António Guterres, il cui mandato termina alla fine del 2026, si annuncia dunque come molto più di una selezione del prossimo vertice amministrativo delle Nazioni Unite. La competizione mette in gioco il futuro del multilateralismo, il peso delle potenze regionali e la possibilità che, per la prima volta, sia una donna a guidare l’organizzazione internazionale.
Rebeca Grynspan, dalla fuga dall’Europa alla diplomazia globale
La storia di Rebeca Grynspan comincia in Costa Rica, dove è nata nel 1955, ma le sue radici familiari conducono alla persecuzione degli ebrei in Europa. I suoi genitori, ebrei polacchi, fuggirono separatamente in Unione Sovietica nel 1936, temendo l’espansione del nazismo. La madre lasciò in Polonia i propri genitori, che furono poi uccisi durante la Shoah.
Dopo la guerra, entrambi tentarono di raggiungere la Palestina mandataria, ma le autorità britanniche li fermarono durante il viaggio e li trasferirono a Cipro. Fu lì che si incontrarono. In seguito riuscirono a raggiungere il Costa Rica, dove costruirono una nuova vita. La loro vicenda, ricostruita da Grynspan in un’intervista alle Nazioni Unite e ripresa dal Times of Israel nel maggio 2026, è parte importante della sua storia personale.
«Sono figlia della pace», ha dichiarato Grynspan durante la presentazione della propria candidatura, ricordando come la possibilità di trovare rifugio in un Paese rispettoso dei diritti umani abbia consentito ai suoi genitori di ricominciare.
Per Grynspan, la pace non è soltanto un principio diplomatico: è anche la condizione che ha reso possibile la storia della sua famiglia. Questo elemento biografico, tuttavia, non basta a definire le sue posizioni politiche, né anticipa automaticamente il modo in cui agirebbe alla guida dell’ONU.
Economista di formazione, laureata all’Università del Costa Rica e con un master all’Università del Sussex, Grynspan ha costruito la propria carriera tra politica nazionale e istituzioni internazionali. È stata vicepresidente del Costa Rica dal 1994 al 1998 e ha ricoperto incarichi ministeriali in ambito economico e sociale. In seguito è entrata nel sistema delle Nazioni Unite, diventando vicesegretaria generale e vicesegretaria generale associata del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), prima di guidare la Segreteria generale iberoamericana.
Nel 2021 António Guterres l’ha nominata alla guida dell’UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, diventata sotto la sua direzione uno dei principali centri di analisi sulle disuguaglianze economiche, sul debito e sulle difficoltà dei Paesi in via di sviluppo. La Costa Rica ha formalizzato la sua candidatura alla successione di Guterres il 3 marzo 2026.
Il suo programma punta a un’organizzazione più efficace, capace di mediare nei conflitti e di recuperare credibilità presso gli Stati membri. Grynspan ha criticato l’eccessiva avversione al rischio dell’ONU e ha sostenuto la necessità di riforme amministrative, riduzione delle duplicazioni e maggiore capacità di intervento diplomatico.
Se eletta, sarebbe la prima donna e la prima persona di origine ebraica a ricoprire la carica di segretario generale delle Nazioni Unite. La sua identità ha attirato l’attenzione della stampa internazionale anche per i legami familiari con Israele: una sorella si è trasferita nel Paese e alcuni suoi nipoti hanno prestato servizio nelle Forze di difesa israeliane. Ma il suo percorso professionale comprende anche la guida di un’agenzia che ha pubblicato rapporti fortemente critici sulle conseguenze economiche dell’occupazione israeliana per i palestinesi.
Questo equilibrio potrebbe diventare uno degli aspetti più delicati della sua eventuale leadership. La biografia di Grynspan racconta l’esperienza della persecuzione e dell’esilio, ma la sua candidatura dovrà essere giudicata soprattutto sulla capacità di rappresentare l’intera comunità internazionale, compresi gli Stati che contestano le politiche israeliane.
Lana Nusseibeh, la diplomazia degli Emirati tra Israele e il mondo arabo
L’ingresso di Lana Zaki Nusseibeh nella competizione introduce un profilo differente. Diplomatica di lunga esperienza, 48 anni, è attualmente ministra di Stato agli Affari esteri degli Emirati Arabi Uniti. Per oltre un decennio ha rappresentato il suo Paese alle Nazioni Unite, dove ha guidato la delegazione emiratina anche durante il mandato biennale di Abu Dhabi nel Consiglio di sicurezza.
Nusseibeh proviene da una famiglia palestinese. Suo padre, Zaki Nusseibeh, nato a Gerusalemme, è una figura di rilievo della vita culturale e istituzionale emiratina, da lungo tempo consigliere della leadership degli Emirati. La vicenda familiare della diplomatica si colloca quindi all’incrocio tra la storia palestinese e la costruzione dello Stato emiratino contemporaneo. È però la sua carriera al servizio di Abu Dhabi, e non soltanto la sua origine, a definire il suo profilo pubblico.
Nel corso del suo incarico alle Nazioni Unite, Nusseibeh ha contribuito alla proiezione internazionale degli Emirati, seguendone le iniziative diplomatiche e la campagna per l’elezione al Consiglio di sicurezza. La sua esperienza si è sviluppata in un periodo di trasformazione della politica estera del Paese, sempre più impegnato a consolidare relazioni economiche e diplomatiche con partner occidentali e regionali.
Un passaggio centrale è rappresentato dagli Accordi di Abramo del 2020, che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele, nell’ambito di un più ampio processo sostenuto dagli Stati Uniti. La diplomazia emiratina ha svolto un ruolo essenziale nella costruzione di questa nuova relazione. Per attribuire a Nusseibeh un ruolo personale preciso nei negoziati che hanno condotto all’accordo, tuttavia, occorre distinguere la sua esperienza diplomatica complessiva dalle responsabilità specifiche dei protagonisti di quei negoziati.
La sua attività alle Nazioni Unite ha assunto un significato particolare anche dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’inizio della guerra a Gaza. Nusseibeh ha contribuito al lavoro diplomatico che ha portato all’approvazione della risoluzione 2720 del Consiglio di sicurezza, adottata nel dicembre 2023, per facilitare l’ingresso e il coordinamento degli aiuti umanitari nella Striscia.
La sua candidatura si presenta così con una doppia dimensione: da una parte, la capacità di dialogare con Israele e con le potenze occidentali; dall’altra, la familiarità con le posizioni e le sensibilità dei Paesi arabi, in una fase in cui la guerra di Gaza ha aggravato le divisioni internazionali.
Nusseibeh incarna una diplomazia regionale che ha scelto la normalizzazione con Israele senza poter ignorare la questione palestinese. La sua eventuale elezione non significherebbe automaticamente una nuova linea dell’ONU sul Medio Oriente, ma porterebbe al vertice dell’organizzazione una dirigente che conosce direttamente le dinamiche politiche e diplomatiche della regione.
Gli Emirati hanno presentato la sua candidatura sottolineandone l’esperienza internazionale, il giudizio nelle crisi e la capacità di costruire risultati concreti. La stessa Nusseibeh ha richiamato la necessità di un’ONU che intervenga prima che le crisi degenerino, sappia mettere insieme attori con interessi divergenti e trasformi la mediazione in risultati tangibili.
La sua candidatura, tuttavia, non è priva di ostacoli. Come ha riferito il Financial Times, la politica regionale degli Emirati, comprese le controversie legate al conflitto in Sudan, potrebbe suscitare riserve tra alcuni membri delle Nazioni Unite. La posizione di Abu Dhabi nella competizione diplomatica regionale e i rapporti con l’Arabia Saudita costituiscono ulteriori elementi da considerare.
Due identità, ma nessuna rappresentanza automatica
Il confronto tra Grynspan e Nusseibeh potrebbe essere letto superficialmente come una contrapposizione tra una candidata ebrea e una candidata di origine palestinese. Sarebbe una semplificazione. Nessuna delle due è chiamata a rappresentare una comunità religiosa o nazionale: entrambe si presentano come diplomatiche che intendono guidare un’organizzazione composta da 193 Stati membri, con interessi spesso incompatibili.
Le loro storie familiari sono rilevanti perché mostrano come le vicende del Novecento continuino a intrecciarsi con le istituzioni del presente. Ma non determinano automaticamente le loro posizioni sulla guerra, sul conflitto israelo-palestinese o sul futuro dell’ONU.
La differenza non è soltanto biografica: riguarda anche il contesto istituzionale dal quale provengono. Grynspan si presenta come una candidata latinoamericana, con una lunga esperienza nel sistema ONU e nella politica dello sviluppo. Nusseibeh porta invece il punto di vista di un Paese del Golfo che negli ultimi anni ha investito nella propria capacità di mediazione e nella proiezione internazionale.
Per questo il loro confronto può diventare una lente attraverso cui osservare la competizione per il futuro della diplomazia globale. Non una gara tra identità contrapposte, ma tra percorsi, reti diplomatiche e diverse esperienze di governo delle crisi.
La partita decisiva si gioca nel Consiglio di sicurezza
A determinare il nome del prossimo segretario generale non sarà una votazione diretta dell’Assemblea generale. La procedura prevede una raccomandazione del Consiglio di sicurezza, seguita dalla nomina dell’Assemblea. I cinque membri permanenti — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito — dispongono del potere di veto, che può bloccare una candidatura anche in presenza di un ampio sostegno degli altri membri.
Gli scrutini informali delle settimane precedenti hanno indicato Grynspan come una delle candidate più sostenute, ma hanno anche mostrato il limite di questa posizione: nessuno dei concorrenti ha finora ottenuto un consenso sufficiente da parte delle cinque potenze. Nell’ultimo sondaggio informale riportato il 17 ottobre, tutti i candidati hanno ricevuto almeno un voto contrario da parte di un membro permanente.
L’arrivo di Nusseibeh amplia quindi il quadro delle opzioni, ma non risolve il problema centrale. La sua candidatura può offrire ai membri del Consiglio un profilo con una solida esperienza diplomatica e una conoscenza diretta del Medio Oriente; allo stesso tempo, le controversie regionali che coinvolgono gli Emirati potrebbero complicarne il percorso. Per Grynspan, il sostegno raccolto negli scrutini dovrà tradursi in un accordo che eviti il veto di una delle grandi potenze.
La questione di genere rimane un altro elemento rilevante. In quasi ottant’anni di storia delle Nazioni Unite, nessuna donna ha mai ricoperto la carica di segretario generale. La richiesta di una svolta è sostenuta da diversi Paesi e osservatori, ma non costituisce una garanzia di consenso: il genere delle candidate non sostituisce le considerazioni strategiche che guidano le decisioni dei membri permanenti.
La competizione si svolge inoltre in una fase in cui l’ONU è sottoposta a pressioni crescenti. Le guerre in Ucraina e a Gaza, le crisi umanitarie, le difficoltà del sistema internazionale degli aiuti e le rivalità tra Stati Uniti, Cina e Russia hanno reso più difficile costruire risposte condivise. Il futuro segretario generale dovrà confrontarsi con un Consiglio di sicurezza nel quale gli interessi delle grandi potenze possono paralizzare l’azione collettiva.
La vera domanda non è se il prossimo segretario generale sarà in grado di rappresentare una particolare identità, ma se riuscirà a esercitare un’autorità diplomatica in un sistema in cui le stesse potenze chiamate a scegliere il leader dell’ONU possono impedirgli di agire.
Il futuro del multilateralismo passa anche da questa scelta
Le candidature di Grynspan e Nusseibeh mettono in evidenza due aspetti diversi della crisi del multilateralismo. La prima propone l’esperienza maturata nelle istituzioni internazionali, con un programma che insiste sulle riforme, sulla mediazione e sulla capacità dell’ONU di rispondere alle crisi economiche e politiche. La seconda porta l’esperienza di una diplomazia regionale che ha cercato di combinare partnership strategiche, normalizzazione e partecipazione alle iniziative multilaterali.
Entrambe sostengono la necessità di rendere l’organizzazione più efficace, ma la scelta non dipenderà soltanto dalla qualità dei programmi. Peseranno le relazioni con le grandi potenze, gli equilibri regionali e la capacità di rassicurare Stati che guardano con diffidenza alle intenzioni degli altri.
La successione di Guterres sarà un test della capacità dell’ONU di rinnovarsi senza perdere la propria funzione di luogo di confronto tra Stati. Il prossimo segretario generale dovrà rappresentare un mondo attraversato da guerre e fratture, ma anche trovare margini di azione in un sistema che assegna alle grandi potenze il potere di limitare la sua stessa autorità.
Che a guidare le Nazioni Unite sia per la prima volta una donna sarebbe una svolta storica. La vera svolta, tuttavia, si misurerà nella capacità della persona scelta di trasformare il consenso diplomatico in una possibilità concreta di agire per la pace.



