di Anna Balestrieri
La notizia della visita, avvenuta domenica 27 settembre, è stata inizialmente diffusa da N12 e successivamente confermata a Reuters da un alto funzionario israeliano. L’ufficio del primo ministro israeliano e il ministero degli Esteri emiratino non hanno fornito nell’immediato dettagli sull’incontro. Ma secondo N12, al centro della visita vi sarebbe stata soprattutto la minaccia iraniana, tema particolarmente sensibile per Abu Dhabi e Gerusalemme dopo la guerra con l’Iran.
Un aereo privato decolla da Israele poco dopo mezzogiorno. A bordo c’è il primo ministro Benjamin Netanyahu, diretto ad Abu Dhabi. Nessun programma ufficiale, nessun comunicato preventivo. Ad attenderlo, secondo quanto riferito da una fonte israeliana a Reuters, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan.
La notizia della visita, avvenuta domenica 27 settembre, è stata inizialmente diffusa da N12 e successivamente confermata a Reuters da un alto funzionario israeliano. L’ufficio del primo ministro israeliano e il ministero degli Esteri emiratino non hanno fornito nell’immediato dettagli sull’incontro.
Netanyahu avrebbe raggiunto Abu Dhabi a bordo di un jet privato, atterrando alle 15.10 e ripartendo intorno alle 19.10, dopo circa quattro ore negli Emirati. La visita, secondo N12, era stata organizzata mantenendo un alto livello di riservatezza.
Il silenzio ufficiale non significa però assenza di diplomazia: significa, semmai, che una parte della diplomazia israelo-emiratina continua a svolgersi lontano dai riflettori.
Il dossier iraniano
Quale sia stato esattamente il contenuto del colloquio non è stato reso pubblico. Secondo N12, al centro della visita vi sarebbe stata soprattutto la minaccia iraniana, tema particolarmente sensibile per Abu Dhabi e Gerusalemme dopo la guerra con l’Iran.
Una ricostruzione di Israel Hayom aggiunge che Netanyahu sarebbe stato accompagnato dal direttore del Mossad Roman Gofman e dal capo del Consiglio di sicurezza nazionale Shmuel Ben Ezra, oltre che da altri funzionari. Secondo la stessa fonte, l’incontro era stato preparato nelle settimane precedenti e avrebbe dovuto rimanere segreto fino al rientro della delegazione israeliana.
La composizione della delegazione, se confermata, suggerirebbe dunque un incontro con una forte componente di sicurezza. Ma in assenza di un comunicato congiunto, non è possibile stabilire quali accordi o decisioni siano stati effettivamente discussi.
La telefonata prima del 7 ottobre
È qui che il viaggio acquista un significato ulteriore.
All’inizio di settembre Haaretz ha pubblicato un’inchiesta secondo cui Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato a Netanyahu circa dieci giorni prima del 7 ottobre 2023 per avvertirlo che Hamas, guidato allora da Yahya Sinwar, stava preparando una grande operazione contro Israele. Secondo la ricostruzione, la conversazione sarebbe durata circa 45 minuti e il presidente emiratino avrebbe segnalato il rischio di un’operazione destinata a provocare un grave sconvolgimento regionale.
La notizia è stata successivamente ripresa da Reuters e da altre testate internazionali. Una fonte emiratina citata dal Times of Israel ha confermato che vi fu una conversazione telefonica tra i due leader e che il tema riguardava un’imminente operazione di Hamas.
Ma la ricostruzione è contestata.
L’ufficio di Netanyahu ha definito falsa la versione pubblicata da Haaretz e il primo ministro ha minacciato azioni legali contro il giornale. Anche gli Emirati non hanno confermato pubblicamente il contenuto della presunta conversazione. Il ministero degli Esteri di Abu Dhabi ha dichiarato di non commentare indiscrezioni relative alle conversazioni tra leader.
Una relazione nata sei anni fa
Il paradosso è che Israele ed Emirati non sono affatto estranei l’uno all’altro.
Le relazioni diplomatiche sono state stabilite nel settembre 2020 con gli Accordi di Abramo, durante il primo governo Netanyahu sostenuto dall’amministrazione Trump. Nel 2021 sono state aperte le ambasciate a Tel Aviv e Abu Dhabi. Da allora i due Paesi hanno sviluppato rapporti diplomatici, economici, commerciali e tecnologici, mantenendo canali di dialogo anche sulle questioni regionali.
Per Abu Dhabi il rapporto con Israele rappresenta anche un canale di comunicazione con Washington e uno strumento della propria diplomazia regionale. Per Israele, gli Emirati costituiscono uno dei principali interlocutori arabi con cui è stato possibile costruire una relazione ufficiale senza passare prima dalla soluzione del conflitto israelo-palestinese.
Dopo il 7 ottobre, tuttavia, la relazione si è trovata davanti a un equilibrio più difficile: gli Emirati hanno mantenuto i rapporti diplomatici con Israele, mentre hanno insistito pubblicamente sulla necessità di de-escalation e stabilità regionale. In una dichiarazione dell’8 settembre, il ministero degli Esteri emiratino ha affermato che, dal 7 ottobre, il proprio impegno è stato orientato alla riduzione dell’escalation e che i governi israeliano ed emiratino hanno conservato «linee di comunicazione aperte e dirette».
Un precedente controverso
La visita di settembre non è il primo incontro attribuito ai due leader quest’anno.
A maggio, l’ufficio di Netanyahu aveva annunciato che il premier aveva effettuato una visita segreta negli Emirati e incontrato Mohammed bin Zayed durante la guerra con l’Iran. Abu Dhabi aveva però smentito che il presidente avesse incontrato Netanyahu e aveva definito prive di fondamento le notizie su visite non annunciate.
Successivamente una fonte a conoscenza dei fatti aveva riferito che i due si erano effettivamente incontrati il 26 marzo ad Al Ain, città-oasi dell’emirato di Abu Dhabi. La versione non fu allora accompagnata da una conferma ufficiale emiratina.
Il contrasto tra comunicazione pubblica e diplomazia riservata è dunque parte della storia stessa delle relazioni tra i due Paesi.
La coincidenza con la campagna elettorale
C’è infine un altro elemento temporale che rende la visita particolarmente significativa: Israele si avvicina alle prossime elezioni nazionali.
La vicenda della presunta telefonata di Mohammed bin Zayed è infatti diventata parte del dibattito sulle informazioni disponibili alle autorità israeliane prima del 7 ottobre e sulle responsabilità per le falle che precedettero l’attacco di Hamas. Netanyahu respinge la ricostruzione di Haaretz, mentre esponenti dell’opposizione hanno utilizzato le nuove rivelazioni per chiedere un esame delle responsabilità politiche e istituzionali.
È quindi difficile separare completamente il significato diplomatico dell’incontro dal contesto politico israeliano nel quale esso avviene. Ma è altrettanto importante non confondere ciò che è documentato con ciò che resta oggetto di ricostruzioni: sappiamo che Netanyahu è andato ad Abu Dhabi e ha incontrato Mohammed bin Zayed; non sappiamo invece che cosa i due leader abbiano deciso o discusso nei dettagli.
La diplomazia delle porte chiuse
Resta così l’immagine più eloquente di questa giornata: un jet privato, poche ore ad Abu Dhabi, un incontro tra due leader che ufficialmente non avevano nulla da annunciare e, sullo sfondo, una relazione diplomatica nata appena sei anni fa ma ormai inserita stabilmente nell’architettura strategica del Medio Oriente.
Gli Accordi di Abramo avevano trasformato un rapporto che non esisteva in una relazione istituzionale. Le guerre successive hanno mostrato quanto quella relazione possa essere preziosa e, allo stesso tempo, delicata.
Il viaggio di Netanyahu suggerisce soprattutto che, anche quando la diplomazia resta fuori dalle fotografie ufficiali, i canali costruiti negli ultimi anni continuano a funzionare. E oggi, fra Israele ed Emirati, parlare in privato significa spesso parlare di Iran, sicurezza regionale e del fragile equilibrio nato dopo il 7 ottobre.
Per questo pezzo eviterei di usare la foto generica già presente nel JPost: possiamo cercare una foto credit-free di Netanyahu e Mohammed bin Zayed insieme oppure, se non esiste con licenza libera, una buona immagine CC di Abu Dhabi/degli Accordi di Abramo.



