di Cyril Aslanov
[Ebraica.Letteratura come vita]
In Relocation (2021, in inglese nell’originale ebraico), tradotto con il titolo Dove si nasconde il lupo da Raffaella Scardi (2022), Ayelet Gundar Goshen descrive i problemi di comunicazione fra Michael e Lilach Shuster e il loro figlio unico Adam. La frattura intergenerazionale è ancora complicata dal fatto che i genitori sono nati entrambi in Israele mentre Adam è nato dopo la loro relocation negli Stati Uniti. Il nome Adam (letteralmente «Uomo») risuona come una designazione generica, staccata sia dall’origine israeliana della famiglia che dal nuovo ambito statunitense. Quest’impressione è altresì rafforzata dal fatto che il cane di quel giovane sedicenne si chiama semplicemente Kelev «Cane».
Al momento in cui si svolge l’azione di questo thriller, Michael lavora come programmatore in una startup alla Silicon Valley. Con il sottofondo delle tensioni interetniche che hanno sconvolto gli Stati Uniti nel 2020, Jamal Jones, uno dei compagni di classe di Adam, un afroamericano sfavorito, di madre cristiana e di padre convertito all’Islam, muore misteriosamente durante una festa tenutasi nella villa di un giovane americano bianco di famiglia borghese. Siccome la vittima aveva sistematicamente bullizzato Adam per anni, i sospetti della polizia cadono su quest’ultimo.
Infatti, il ragazzo aveva tutte le ragioni del mondo di volersi vendicare dalla brutalità e delle estorsioni di Jamal. La mancanza totale di comunicazione fra la coppia e il loro figlio fa sì che Lilach, la narratrice che parla in prima persona, e suo marito non si accorsero del martirio che Adam aveva sofferto a causa di Jamal. Durante tutto il romanzo, la madre cerca ad ogni costo di capire che cosa fosse accaduto fra Adam e Jamal. La sua indagine personale si incrocia con quella della polizia locale che ha delle forti presunzioni contro il taciturno Adam.
Al di là del divario fra i genitori e l’adolescente, si manifesta un malinteso culturale fra questi israeliani espatriati e il loro figlio nato in America e chiaramente più americano che israeliano. Il microcosmo degli israeliani che lavorano nelle startup della Silicon Valley è dipinto con grande finezza da Gundar Goshen che ha percepito che un sabra sistemato fuori di Israele rimane per tutta la sua vita un esiliato anche laddove è perfettamente integrato a livello professionale.
In Relocation, Gundar Goshen riesce con la maestria di un’Agatha Christie a mantenere alta la suspense della sua narrativa attraverso una successione di brevi capitoli che costituiscono ciascuno dei colpi di scena, ritardando fino all’ultimo momento la scoperta degli altarini, nonostante il silenzio ostinato di Adam. La conclusione aperta del romanzo smentisce tutto ciò che il lettore avrebbe potuto immaginare. Questo meccanismo di differimento della rivelazione della verità è precisamente reso possibile dal fatto che Adam è una personalità tormentata e opaca anche agli occhi della propria madre, il padre essendo un geek ambizioso e carrierista. C’è solo una persona che ha capito Adam e in cui lui ha una fiducia totale: Uri Ziv, il suo professore di Krav maga che esercita un’influenza di leader carismatico e di guru su un gruppo di giovanotti ebrei, all’ombra di minacce antisemite contro gli ebrei americani e gli israeliani residenti negli Stati Uniti. Sfortunatamente, Uri non è esattamente la persona salvatrice che finge di essere e tradisce l’adorazione o la stima che Adam e i suoi genitori avevano nei suoi confronti.
In Relocation Gundar Goshen rovescia con talento i valori convenzionali. L’abbiamo già vista all’opera in Una notte soltanto, Markovitch (2012, 2015 in traduzione italiana), romanzo storico dove la psicologa diventata scrittrice di successo inventa la storia rocambolesca di un’operazione di salvataggio di ebree tedesche dalla Germania nazista grazie a matrimoni finti. Il romanzo ci presenta le conseguenze inconfessabili di un’azione eroica. Ci voleva una certa audacia per mischiare nella stessa narrazione la dimensione collettiva con le motivazioni talvolta egoiste degli attori della storia nazionale.
La stessa tensione fra la facciata onorevole e i segreti indicibili si manifesta anche in Svegliare i leoni (2014, 2017 in traduzione italiana). Infine, in Bugiarda (2018, 2019 in traduzione italiana), Gundar Goshen non esita a lanciare l’ipotesi che una denuncia di molestia sessuale possa essere una menzogna. Questo romanzo è stato oggetto di critiche acerbe da parte di militanti femministe, mosse da una logica manichea che non tollera che un uomo sia assolto da un’accusa di #MeToo.
Il comune denominatore fra i quattro romanzi menzionati qua sopra è il tentativo di spaccare il politicamente corretto e di far riflettere il lettore sull’ambivalenza dei presupposti della nostra civilizzazione. In Relocation, Gundar Goshen ha cercato di mettere il lettore a disagio quando sfiora il sacrilegio, rappresentando una vittima di colore come un bullo violento e un eroico professore di Krav maga come un turbido impostore. Bisognava avere un certo coraggio per sceneggiare delle situazioni dove niente è scontato: né la legittima rivendicazione del BLM (Black Lives Matter) né l’eroismo di chi organizza l’autodifesa ebraica in un’America sempre meno accogliente per gli ebrei. Il messagio di questa sottile romanziera è l’invito alla vigilanza contro ogni tipo di indottrinamento in nome di una decostruzione scettica, critica e intransigente dei nuovi miti che ci impediscono spesso di pensare in modo indipendente e imparziale.



