Elizabeth Hirsh Naftali

Rapita: Abigail, tre anni, 51 giorni nelle mani di Hamas. «Dovevo essere la sua voce»

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch
Intervista alla prozia, Elizabeth Hirsh Naftali, che racconta la battaglia bipartisan per riportare a casa Abigail, rapita a tre anni dopo l’uccisione dei genitori. «Non avevo una strategia: ho mostrato il suo volto a Democratici e Repubblicani, conservatori e progressisti, ebrei, cristiani e musulmani». Dopo la liberazione, il 26 novembre 2023, Naftali ha continuato a battersi per riportare a casa gli altri ostaggi, scegliendo al tempo stesso di proteggere la privacy della bambina. E oggi rilancia la sua sfida: «Sinwar ha scritto il copione della guerra. Ora dobbiamo scrivere quello della pace».

 

Abigail Idan aveva tre anni, l’età delle fiabe, dei giochi e delle braccia della mamma. Il 7 ottobre 2023 ha visto i suoi genitori ammazzati. Senza pietà. Poi è stata rapita e portata a Gaza, dove è rimasta ostaggio di Hamas per 51 giorni. A migliaia di chilometri di distanza, una donna che conosceva appena quella bambina ha deciso che non sarebbe rimasta a guardare. E qui comincia la storia.

La donna si chiama Elizabeth Hirsh Naftali, sua prozia. Imprenditrice, autrice, speaker e attivista umanitaria, è cresciuta a Los Angeles in una famiglia profondamente impegnata nella comunità ebraica, dove i valori della Tzedakah e del Tikkun Olam – la responsabilità di contribuire a «riparare il mondo» – hanno avuto un ruolo importante nella sua formazione. È madre di cinque figli e vive tra Israele e Stati Uniti dal 1992.

Dopo il 7 ottobre si è ritrovata al centro di una battaglia che non aveva scelto, ma dalla quale non avrebbe più potuto tirarsi indietro. Quando ha saputo che Abigail era stata rapita dopo l’uccisione dei genitori a Kfar Aza, nelle vicinanze della Striscia, Elizabeth ha iniziato a muoversi ovunque potesse: Washington, Congresso, Casa Bianca, incontri con politici, diplomatici e leader internazionali di tutti gli schieramenti, pur non avendo alcuna esperienza pregressa né una strategia prestabilita su come salvare un ostaggio dalla prigionia. Ha raccontato la storia di Abigail, mostrato il suo volto, chiesto, insistito, senza mai fermarsi.

Sguardo magnetico, occhi nitidi di un profondo blu lapislazzulo, questa donna minuta e coraggiosa non molla da allora. Dopo la liberazione, il 26 novembre 2023, ha continuato a fare pressione sui governi e a battersi per gli altri ostaggi portando la propria testimonianza nel mondo. Nel 2024 ha raccontato questa esperienza in Saving Abigail: The True Story of the Abduction and Rescue of a Three-Year-Old Hostage: non soltanto la storia di una bambina rapita, ma di una famiglia spezzata e di una donna diventata, quasi senza rendersene conto, la sua instancabile voce.

Abigail oggi è libera, ma la libertà non cancella ciò che è accaduto. I suoi genitori non ci sono più e la sua infanzia è stata segnata da un’esperienza che nessun bambino al mondo dovrebbe conoscere.

Da Abigail parte la nostra conversazione con Elizabeth: dai 51 giorni di prigionia, ma soprattutto da cosa significhi salvare una bambina, raccontarne la storia e poi proteggerla dalla sua stessa storia.

Quando l’ha finalmente rivista dopo 51 giorni, che cosa ha trovato di diverso dalla bambina che aveva immaginato?

Ho ricevuto una telefonata da mia nipote, sopravvissuta all’attacco in casa sua insieme al marito e ai tre figli. Sua sorella Smadar, madre di Abigail, è stata uccisa il 7 ottobre. Mia nipote mi ha detto: «Per favore, vieni, ti stiamo aspettando». Ho preso un aereo e sono andata in Israele. Abigail aveva compiuto quattro anni a Gaza, due giorni prima di essere rilasciata. Avevo trascorso 51 giorni sperando e pregando di poterla vedere. Era Hanukkà, c’erano palloncini per il compleanno e per la festa. Quando l’ho presa tra le braccia, un aereo è passato sopra la casa: il suo corpicino si è irrigidito. Le ho detto: «Va tutto bene, è solo un aereo diretto in America, da dove vengo io».

Ho capito che per tutte quelle notti era rimasta a Gaza mentre intorno continuavano i bombardamenti, senza alcuna certezza sulla sua incolumità. Non voglio schierarmi, ma essere onesta: oltre alla presenza dei terroristi e alle loro azioni, quella bambina aveva sentito e percepito i bombardamenti provenienti da Israele. Il suo primo pensiero poteva essere: «L’edificio in cui mi trovo verrà distrutto?». Quando era a Gaza, infatti, l’edificio in cui si trovava era stato raso al suolo e i terroristi di Hamas l’avevano costretta a spostarsi.

Quando ha capito che non bastava più essere la prozia di Abigail e che doveva diventare la sua voce?

Quando sono andata a Washington, circa una settimana e mezzo dopo il 7 ottobre, pensavamo inizialmente che Abigail fosse morta tra le braccia del padre. Roee fu colpito mentre cercava di proteggerla e morì successivamente. I fratelli di Abigail, Michael e Amalia, si nascosero per circa 14 ore. Abigail riuscì invece a raggiungere una casa vicina e fu poi catturata. Quando abbiamo capito che non figurava tra le vittime, ma era stata presa in ostaggio, ho capito che toccava a me farmi portavoce della sua storia.

Non avevo una strategia né una preparazione. Ma ho capito che mostrando la sua foto potevo far vedere a tutti – Democratici e Repubblicani, conservatori e progressisti, ebrei, cristiani e musulmani – il volto di una bambina di tre anni: vittima, orfana e ostaggio. Una bambina che si era svegliata in una mattina di festa con la sua famiglia e poco dopo si trovava a Gaza, sapendo che i suoi genitori erano stati uccisi.

I leader che ho incontrato erano profondamente commossi. Ho capito che dovevamo continuare a raccontare la nostra storia anche a persone con opinioni politiche diverse dalle mie: il mio obiettivo era far conoscere la verità su ciò che era accaduto e contribuire alla liberazione di Abigail e degli altri ostaggi.

La cpertina del libro scritto da Elizabeth Hirsh Naftali

Ha mai temuto che Abigail diventasse, oltre che una bambina da salvare, anche un simbolo politico? Come si protegge oggi una bambina dalla propria stessa storia?

Abigail è diventata un simbolo perché ho mostrato la sua foto ai leader americani e quell’immagine è stata vista anche dal presidente Biden. Le famiglie degli ostaggi hanno lavorato con grande attenzione insieme al governo americano per mantenere un sostegno bipartisan al loro rimpatrio, evitando di politicizzare la questione. Abigail era un ostaggio, ma era anche il simbolo di tutti gli ostaggi: non era democratica né repubblicana, non era schierata con Netanyahu o con l’opposizione. Incarnava semplicemente l’orrore del 7 ottobre.

Quale altro leader mondiale si è adoperato per riportare a casa gli ostaggi dal 7 ottobre 2023? Ce n’è stato solo uno: il presidente Biden. Quale altro leader mondiale ne ha fatto una priorità? Nessuno. Se non fosse stato per il presidente Biden e la sua amministrazione, Abigail non sarebbe tornata a casa.

Noi famiglie abbiamo fatto molta attenzione a non politicizzare né a strumentalizzare gli ostaggi. Abbiamo cercato di mantenere un approccio bipartisan e diplomatico. Dopo la liberazione di Abigail, tutti volevano sapere come stesse e vedere una sua foto, ma ho scelto di non diffondere immagini: aveva bisogno di vivere una vita privata. La sua privacy contava più di uno scoop. Non si trattano così i bambini. Abigail, i suoi fratelli e tutti gli altri bambini coinvolti sono innocenti, sono vittime. E se dobbiamo raccontare la loro storia, non sarà una storia di odio, ma di speranza.

Che cosa vorrebbe che Abigail sapesse dei suoi genitori quando sarà abbastanza grande da capire ciò che è successo?

Credo che i genitori di Abigail fossero persone meravigliose. Vorrei che sapesse soprattutto questo: che le volevano bene e hanno fatto tutto per lei, per suo fratello e per sua sorella. È stata profondamente amata fin dall’inizio della sua vita.

Quali ostacoli ha incontrato nel raccontare questa storia?

Il maggiore è rappresentato da chi vuole negare quanto accaduto il 7 ottobre: persone anti-israeliane e antisemite che vorrebbero far credere che la guerra di Israele sia iniziata soltanto l’8 ottobre. La sfida è continuare a raccontare i fatti a chi non li conosce o non sa davvero cosa sia successo. Il silenzio è complicità.

Un altro ostacolo è il fatto che non è stata ancora istituita una commissione d’inchiesta statale indipendente sui fallimenti legati al 7 ottobre. Sappiamo che i terroristi di Hamas hanno sfondato le recinzioni, ucciso e rapito persone, ma non sappiamo ancora come sia stato possibile che accadesse, né perché nessuno fosse presente per salvare Abigail dopo l’uccisione dei suoi genitori o i suoi fratelli, rimasti nascosti in un armadio. Dopo lo Yom Kippur in Israele ci fu un’inchiesta; dopo l’11 settembre ci fu un’inchiesta in America. Qui non è ancora avvenuto. È importante anche per i bambini vittime di questi eventi: dobbiamo garantire che non accada mai più.

Chi è oggi più interessato ad ascoltare la sua testimonianza?

Le comunità ebraiche di tutto il mondo vogliono ascoltare questa storia, ma anche chi segue il Medio Oriente e, in mezzo alle fake news, vuole capire cosa sia realmente accaduto. La guerra è terribile, ma molte persone vogliono sapere la verità, sapere come sta Abigail e sperare in un futuro libero da nuovi cicli di violenza e odio.

Che differenza nota tra le reazioni del pubblico americano e di quello europeo?

Non credo ci sia una grande differenza: penso che le persone cerchino connessione e umanità. In ogni Paese e in ogni città, la gente vuole semplicemente sapere cosa è successo: c’è un disperato bisogno di verità. Non vogliono restare sedute da sole davanti a uno schermo, ma partecipare a un dialogo. Si può anche non essere d’accordo con me o non apprezzare ciò che dico, ma nessuno può contestare i fatti che espongo, perché mi baso esclusivamente su quanto accaduto. Credo che le persone apprezzino la mia onestà.

Perché, secondo lei, la sofferenza israeliana ha avuto nei media meno spazio di quella palestinese?

Israele non riuscì a concepire l’attacco che Hamas stava preparando, nonostante segnali e avvertimenti. Yahya Sinwar – il politico e terrorista palestinese, dal febbraio 2017 a capo di Hamas nella Striscia di Gaza, ndr – al contrario, aveva studiato per anni Israele e ne aveva intuito vulnerabilità e reazioni, costruendo un copione nel quale attacco, risposta militare, vittime civili e polarizzazione internazionale si sarebbero alimentati a vicenda. Non tutto andò come aveva previsto, ma il suo «film» è sopravvissuto alla sua morte. Ora dobbiamo spezzare quel copione: riconoscere le responsabilità, immaginare un futuro oltre Hamas e oltre la guerra, trasformare la pace da aspirazione a progetto concreto. Sinwar ha immaginato la guerra e ne ha scritto il copione. Ora dobbiamo immaginare la pace e scrivere il nostro.

Ci sono poi diverse ragioni per cui, dal 7 ottobre, la sofferenza israeliana ha ricevuto meno attenzione rispetto a quella palestinese. Ma dobbiamo chiarire bene cosa rappresenti davvero questo luogo: è la terra ancestrale del popolo ebraico, la nostra patria. Si può discutere a lungo della storia, ma il fatto è che il 7 ottobre Israele è stato invaso da oltre 7.000 terroristi di Hamas con un unico obiettivo: uccidere e distruggere, volendo annientare l’intero Israele. È facile passare direttamente al giorno successivo, quando iniziarono i bombardamenti, ma così si perde la storia dell’inizio.

Israele aveva un video di 47 minuti, che non voleva diffondere per rispetto del dolore delle famiglie, ma che mostrava anche il grave fallimento del governo e dell’apparato di sicurezza quel giorno. Nel frattempo, i palestinesi di Gaza hanno mostrato la propria sofferenza e hanno vinto la battaglia della comunicazione. Gli algoritmi hanno poi creato realtà parallele: molti giovani americani vedono soltanto la sofferenza di Gaza e non mostrano nulla del 7 ottobre, mentre alcuni ebrei americani vedono quasi esclusivamente ciò che diffonde Israele. Viviamo in compartimenti stagni.

Ciò che non abbiamo visto sono state le immagini di Abigail durante i 51 giorni di prigionia, quelle degli ostaggi tenuti per mesi, dei bambini e degli anziani uccisi il 7 ottobre. Non cerco equivalenze: ciò che accade a Gaza è orribile. Ma fin dall’inizio ho chiesto due cose insieme: riportare a casa gli ostaggi e prendersi cura dei bambini di Gaza, garantendo loro cibo e protezione. Avrei voluto accanto a me più voci palestinesi.

La mia voce non è la più popolare, ma è chiara: invita all’unione e a ricordare il principio fondamentale dell’amore per il prossimo. Se amare il prossimo fosse facile, non ci sarebbe bisogno di un comandamento che ce lo impone. Non possiamo scegliere il nostro vicino, ma possiamo scegliere come trattarlo.

C’è una domanda che nessuno le ha mai fatto e che avrebbe voluto sentirsi fare?

A volte mi chiedo chi dia voce a coloro che sono stati uccisi il 7 ottobre, ai loro sogni infranti e al loro futuro rubato. Come possiamo fare in modo che la loro morte non sia stata vana, ma serva a costruire un futuro che onori le loro vite? E come possiamo dare voce ai bambini e alle famiglie di Gaza che hanno perso la vita, i propri cari o la propria salute?

La domanda che nessuno vuole davvero porsi è: quale mondo vogliamo vedere per questi bambini? I genitori di Abigail non hanno più voce, così come non ce l’hanno i bambini uccisi il 7 ottobre o quelli morti successivamente nella regione. La loro voce risiede in tutti noi, dipende da come agiamo.

Ci lasciamo guidare dall’odio e dalla rabbia, o troviamo uno scopo? Questa è la mia voce: non quella dell’odio, ma quella della speranza. I demoni sono reali ed è molto più facile, oggi, provare odio. Ma se vogliamo un futuro, dobbiamo coltivare la speranza e lottare per essa.