Anne Carson, il Nobel possibile e la lingua dell’esilio

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
Se il nome di Anne Carson (data per favorita) dovesse uscire dall’Accademia svedese l’8 ottobre, sarebbe dunque possibile leggerne l’opera anche da questa prospettiva: non cercando un’inesistente «Carson ebrea», ma osservando come la Bibbia ebraica, la memoria della Shoah e la figura di un poeta ebreo come Celan entrino nel laboratorio di una classicista che ha fatto della distanza fra le culture uno dei propri principali oggetti poetici.

Se Anne Carson dovesse ricevere giovedì il Nobel per la Letteratura, non sarebbe soltanto il riconoscimento a una delle voci più originali della poesia contemporanea. Sarebbe anche l’incoronazione di una scrittrice che da decenni attraversa, spesso obliquamente, alcuni dei grandi territori della tradizione ebraica: la Bibbia, la memoria dei morti, il problema del linguaggio dopo la catastrofe, l’esilio e il rapporto tra parola e silenzio.

Carson, canadese nata a Toronto nel 1950, è da anni una presenza ricorrente nelle previsioni sul Nobel. Alla vigilia dell’annuncio del 2026, previsto per l’8 ottobre, alcuni pronostici la collocano tra i nomi di punta insieme alla cinese Can Xue; la Repubblica l’ha indicata come una delle due favorite dei bookmaker. Ma definirla semplicemente «poetessa» rischia di essere riduttivo: è classicista, traduttrice, saggista e autrice di quelli che vengono comunemente definiti verse novels, romanzi in versi, oltre che di libri difficilmente riconducibili a un unico genere.

Dalla Grecia a Gerusalemme, senza passare per una frontiera

L’immaginario di Carson viene generalmente associato al mondo greco. La sua formazione accademica è infatti profondamente classica: ha tradotto Saffo, Euripide e Sofocle e ha costruito buona parte della propria opera sulla possibilità di far dialogare l’antichità con il presente. Ma accanto alla Grecia c’è, con una frequenza tutt’altro che casuale, la Bibbia ebraica.

Già nel volume Glass, Irony and God del 1995 compare un testo intitolato semplicemente “The Book of Isaiah”. Non si tratta di un riferimento ornamentale alla Bibbia: Isaia entra nella macchina poetica di Carson come una voce antica che continua a interrogare il presente. L’editore New Directions descrive il testo come una poesia che evoca «l’antico giudaismo», mentre la Poetry Foundation lo presenta ancora oggi tra i testi rappresentativi dell’autrice.

È un dettaglio importante perché consente di leggere Carson al di là della consueta contrapposizione fra «Atene e Gerusalemme». La sua scrittura nasce dall’incontro fra il mondo classico e quello biblico, fra mito greco e profezia, fra Saffo e Isaia, fra la misura della filologia e la violenza della rivelazione.

Isaia, il profeta e la poesia

Il rapporto con Isaia permette inoltre di individuare una delle caratteristiche più profonde della scrittura di Carson: il suo interesse per la voce che parla da una distanza temporale impossibile da colmare.

Il profeta biblico è, per definizione, una voce che parla nel presente attraverso un testo proveniente dal passato. Carson compie qualcosa di analogo: prende frammenti, tradizioni e figure antichissime e li rimette in circolo in un presente radicalmente diverso. La sua poesia non cerca di ricostruire un’antichità intatta, ma di mostrare cosa accade quando una parola antica continua a sopravvivere, deformandosi, in un altro tempo.

È anche per questo che nella sua opera la traduzione non è un’attività secondaria. Tradurre significa per Carson mettere in contatto mondi separati, accettando che qualcosa vada perduto nel passaggio. E qui emerge uno dei fili più interessanti della sua relazione con la cultura ebraica.

Paul Celan: quando la lingua è sopravvissuta alla catastrofe

Il caso più forte è Economy of the Unlost, pubblicato da Princeton University Press nel 1999. Il libro mette in dialogo il poeta greco Simonide di Ceo con Paul Celan, poeta ebreo di lingua tedesca e sopravvissuto alla Shoah.

La scelta è sorprendente: che cosa possono avere in comune un poeta della Grecia del V secolo avanti Cristo e un ebreo della Bucovina che scrive in tedesco dopo lo sterminio della sua famiglia e del suo mondo?

Per Carson, moltissimo. Entrambi sono poeti dell’epitaffio, della memoria e della parola sottoposta a una particolare economia. Simonide incide il ricordo dei morti nella pietra; Celan cerca una lingua capace di parlare dopo Auschwitz. Il problema della poesia diventa così anche il problema della memoria: come dire ciò che non può essere pienamente detto senza tradirlo?

La stessa Carson legge Celan attraverso immagini di sottrazione, condensazione e silenzio. La critica ha osservato come, nella sua interpretazione, la poesia di Celan sia legata alla memoria dei morti e alla necessità di testimoniare l’esperienza dell’Olocausto.

Non è dunque soltanto una scrittrice che cita un poeta ebreo. Carson porta Celan al centro di una riflessione sulla natura stessa della poesia e sulla possibilità della parola dopo una frattura storica irreparabile.

Il «non detto» e la memoria

È qui che l’angolazione ebraica diventa particolarmente fertile, senza bisogno di trasformare Carson in ciò che non è. Non è una scrittrice «ebraica» in senso identitario, né una narratrice interessata principalmente alla storia degli ebrei. Il suo rapporto con l’ebraismo è piuttosto testuale, filosofico e poetico.

Il filo che unisce Isaia a Celan passa attraverso una domanda: che cosa può fare la parola davanti a ciò che eccede la parola?

Da una parte c’è il linguaggio profetico, che pretende di parlare del divino, della distruzione e della redenzione. Dall’altra c’è Celan, per il quale la lingua tedesca è contemporaneamente la lingua della poesia e quella della cultura che ha prodotto Auschwitz. Tra i due Carson individua una tensione che riguarda la poesia in quanto tale: dire, tacere, ricordare, sottrarre, lasciare spazio all’assenza.

Simone Weil e il problema di Dio

Un altro passaggio conduce a Decreation, il volume del 2005 il cui titolo viene da un concetto di Simone Weil, figura decisiva nella riflessione spirituale di Carson. Un saggio del libro, originariamente pubblicato nel 2002, è dedicato esplicitamente a «Saffo, Margherita Porete e Simone Weil» e alla loro maniera di parlare — o paradossalmente di non parlare — di Dio.

Anche qui il collegamento con la tradizione ebraica richiede qualche cautela. Weil nacque nel 1909 in una famiglia ebraica francese secolarizzata e in seguito sviluppò una intensa esperienza cristiana e mistica; la sua relazione con l’ebraismo fu complessa e tutt’altro che lineare.

Ma proprio questa complessità rende Weil una figura particolarmente interessante per Carson: una scrittrice nata dentro una tradizione ebraica che cerca Dio attraverso una progressiva sottrazione dell’io. La «decreazione» di Carson diventa così una teoria della scrittura: l’autore deve diminuire la propria presenza per lasciare emergere qualcosa che lo oltrepassa.

Una letteratura dell’esilio

È forse questo il punto nel quale i diversi fili — Isaia, Celan, Weil, i classici greci — possono essere ricomposti.

Carson sembra tornare continuamente a personaggi e testi che abitano una posizione di confine: fra due lingue, fra due epoche, fra presenza e assenza, fra fede e incredulità, fra la parola e il silenzio.

Non sorprende allora che Economy of the Unlost si apra proprio con la condizione di essere «tra due mondi»: per Simonide il passaggio dalla cultura del dono a quella del denaro; per Celan il passaggio fra il mondo precedente e quello successivo alla Shoah, accompagnato dall’estraneità nei confronti della propria lingua tedesca.

È una forma di esilio che non coincide necessariamente con l’emigrazione geografica: è l’esilio dentro la lingua, dentro la memoria, dentro la storia.

Un Nobel per una scrittrice «tra»

Se il nome di Anne Carson dovesse uscire dall’Accademia svedese l’8 ottobre, sarebbe dunque possibile leggerne l’opera anche da questa prospettiva: non cercando un’inesistente «Carson ebrea», ma osservando come la Bibbia ebraica, la memoria della Shoah e la figura di un poeta ebreo come Celan entrino nel laboratorio di una classicista che ha fatto della distanza fra le culture uno dei propri principali oggetti poetici.

È forse questa la caratteristica più interessante della sua candidatura. Carson non sceglie fra Atene e Gerusalemme. Le mette una accanto all’altra, come fa con Simonide e Celan. E nel punto di attrito fra la parola antica e la memoria moderna trova una delle domande fondamentali della letteratura: come continuare a parlare quando il mondo ha reso la parola insufficiente?

In questa prospettiva, il possibile Nobel ad Anne Carson non sarebbe soltanto il premio a una grande classicista che ha reinventato la poesia contemporanea. Potrebbe essere anche il riconoscimento a una scrittura che, attraverso la Grecia e la Bibbia, Saffo e Isaia, Simonide e Celan, ha fatto della memoria e della perdita una forma di conoscenza.