bandiera Onu sulla Corte internazionale di Giustizia all'Aia

Israele davanti alle Corti dell’Aja: la Colombia cambia rotta e Karim Khan esce di scena

Mondo

di Davide Cucciati

Il 18 settembre la Colombia ha rinunciato al proprio intervento nel procedimento per presunte violazioni della Convenzione sul genocidio promosso dal Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia. All’altra grande Corte dell’Aja, la Corte penale internazionale (nella foto), Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant restano destinatari dei mandati d’arresto emessi nel novembre 2024. A non esserci più è invece l’uomo che li aveva richiesti: Karim Khan, destituito a luglio dall’incarico di procuratore al termine di un procedimento disciplinare avviato in seguito ad accuse di natura sessuale.

Sono due vicende giuridicamente separate: la prima riguarda la Corte internazionale di giustizia (ICJ), che decide controversie tra Stati e davanti alla quale è Israele, come Stato, a essere chiamato a rispondere delle accuse mosse dal Sudafrica. La seconda riguarda la Corte penale internazionale (ICC), competente sulla responsabilità penale delle persone fisiche.

Il passo indietro della Colombia

Il 18 settembre il governo colombiano ha comunicato alla cancelleria dell’ICJ la rinuncia all’intervento presentato il 5 aprile 2024 nel procedimento South Africa v. Israel. La Corte ha reso pubblica la rinuncia il 22 settembre. Bogotà ha precisato che la decisione non modifica la sua adesione alla Convenzione sul genocidio né gli obblighi che ne derivano.

Il governo di Gustavo Petro aveva utilizzato l’articolo 63 dello Statuto dell’ICJ, che consente agli Stati aderenti a una convenzione oggetto di una controversia di intervenire sulla sua interpretazione. Ma l’atto colombiano non era privo di significato politico: nelle 56 pagine depositate all’Aja, Bogotá, pur mantenendo una posizione processuale autonoma, proponeva un’interpretazione della Convenzione largamente convergente con le argomentazioni avanzate dal Sudafrica contro Israele. Anche la rinuncia assume per questo un significato che supera il tecnicismo processuale. Nel frattempo, infatti, è cambiata radicalmente la politica colombiana verso Israele.

Con l’arrivo alla presidenza di Abelardo De La Espriella, insediatosi il 7 agosto, Bogotá ha avviato un rapido riavvicinamento dopo la rottura delle relazioni diplomatiche decisa nel 2024 da Petro. Il ministro degli Esteri colombiano Omar Bula ha descritto il nuovo corso come una “ricomposizione” di una relazione durata per decenni, indicando sicurezza, difesa, tecnologia, commercio, agricoltura e scienza tra i principali settori di cooperazione.

Prima ancora dell’insediamento di De La Espriella, Bula aveva incontrato a Washington il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. Secondo il ministero degli Esteri israeliano, i due avevano concordato una serie di misure: ripristino delle piene relazioni diplomatiche, nomina degli ambasciatori, abolizione dell’obbligo di visto, ripresa delle esportazioni colombiane di carbone verso Israele e trasferimento dell’ambasciata colombiana a Gerusalemme. Nell’elenco figurava anche la rinuncia all’intervento colombiano nel procedimento sudafricano davanti all’ICJ.

La decisione formalizzata il 18 settembre era dunque parte di una revisione più ampia della politica colombiana verso Israele.

La Colombia non è stata peraltro l’unico Stato a intervenire nel procedimento. Tra i Paesi dell’Unione europea lo hanno fatto Spagna e Irlanda, rispettivamente nel giugno 2024 e nel gennaio 2025. Formalmente, anche i loro atti riguardano l’interpretazione della Convenzione sul genocidio. Nel merito, contengono però posizioni interpretative strettamente connesse alle questioni sollevate dal Sudafrica. Dublino ha proposto, tra l’altro, un’interpretazione dell’intento genocidario che attribuisce rilievo, nell’accertamento della responsabilità dello Stato, anche a una politica o a un modello di condotta desumibile da elementi circostanziali. Madrid ha invece chiesto alla Corte di prestare particolare attenzione all’obbligo di punire l’incitamento diretto e pubblico al genocidio.

Diversa è la posizione della Germania, il cui sostegno a Israele è diventato oggetto di un distinto procedimento davanti alla stessa Corte. Nel marzo 2024 il Nicaragua ha accusato Berlino di avere violato i propri obblighi internazionali anche attraverso la fornitura di assistenza militare a Israele. Nel procedimento Nicaragua v. Germany, la Corte ha respinto, con 15 voti contro uno, la richiesta nicaraguense di misure provvisorie, senza pronunciarsi sul merito della controversia.

Il rapporto politico tra Berlino e Israele è rimasto stretto anche successivamente. Nel giugno 2025, durante gli attacchi israeliani contro la repubblica islamica dell’Iran, il cancelliere Friedrich Merz arrivò a dichiarare che Israele stava facendo “il lavoro sporco per tutti noi”, esprimendo “grandissimo rispetto” per il coraggio mostrato dall’esercito e dalla leadership israeliana.

La Corte Penale Internazionale (ICC)

Dalla Corte internazionale di giustizia all’altra grande Corte dell’Aja, la Corte Penale Internazionale.

Il 20 maggio 2024, Karim Khan, allora procuratore della Corte penale internazionale, aveva chiesto mandati d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant. Contemporaneamente aveva presentato richieste nei confronti di tre dirigenti di Hamas: Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif.

I procedimenti riguardanti Haniyeh e Sinwar furono successivamente chiusi dopo la conferma della loro morte. Il 21 novembre 2024, i giudici della Corte emisero invece i mandati contro Netanyahu, Gallant e Deif. Il procedimento contro quest’ultimo è stato chiuso nel febbraio 2025 dopo che l’accusa aveva notificato alla Corte la sua morte.

La Corte indica tuttora Netanyahu e Gallant come ricercati per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Entrambi contestano le accuse e Israele contesta la giurisdizione della Corte.

Nel frattempo, però, è uscito di scena il procuratore che aveva chiesto quei mandati.

La caduta di Karim Khan

La vicenda che ha portato alla destituzione di Khan si è sviluppata parallelamente al procedimento riguardante Israele.

Una collaboratrice dell’ICC ha accusato Khan di comportamenti sessuali non consensuali. Khan ha sempre negato ogni illecito. Le accuse sono diventate pubbliche nell’ottobre 2024 e l’indagine è stata successivamente affidata all’ufficio di controllo interno delle Nazioni Unite. Nel maggio 2025 Khan si è messo in congedo.

A suscitare polemiche è stata anche la cronologia degli eventi. Khan era stato informato dell’esistenza delle accuse nelle settimane precedenti all’annuncio del 20 maggio 2024 con cui aveva chiesto i mandati contro i dirigenti israeliani e di Hamas. Khan e i suoi legali hanno successivamente sostenuto che la vicenda disciplinare dovesse essere letta anche nel contesto delle pressioni politiche esercitate sulla Corte dopo l’iniziativa contro Netanyahu e Gallant.

Dall’altra parte, dopo la destituzione di Khan, l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha sostenuto che fosse stato il procuratore a utilizzare il procedimento riguardante Israele per distogliere l’attenzione dalle accuse mosse contro di lui. L’8 giugno 2026 l’organo direttivo dell’Assemblea degli Stati Parte lo ha sospeso formalmente dall’incarico, in attesa della decisione definitiva. Sulla base dell’indagine condotta dall’ufficio di controllo interno delle Nazioni Unite, ha successivamente concluso che Khan aveva intrattenuto una relazione sessuale con una subordinata in un contesto caratterizzato da uno squilibrio di potere. Secondo il rapporto dell’indagine, esaminato da Reuters, erano stati inoltre riscontrati episodi di contatto sessuale non consensuale. L’organo direttivo ha quindi raccomandato la rimozione di Khan dall’incarico. L’ex procuratore ha contestato le conclusioni e la regolarità del procedimento. Il 24 luglio l’Assemblea degli Stati Parte ne ha deciso la destituzione, a scrutinio segreto, con il voto favorevole di 82 Stati. L’Assemblea ha stabilito che Khan si era reso responsabile di un grave illecito disciplinare e di una grave violazione dei doveri d’ufficio.

Le conseguenze hanno riguardato anche la sua attività professionale. Il 19 giugno il Bar Standards Board, l’organismo di vigilanza sulla professione forense in Inghilterra e Galles, aveva sospeso Khan, in via cautelare, dall’esercizio della professione di avvocato.

Una Procura senza procuratore capo

La Corte penale internazionale non ha ancora un successore di Khan. L’Ufficio del Procuratore è attualmente guidato dai due viceprocuratori, il senegalese Mame Mandiaye Niang e la figiana Nazhat Shameem Khan, che non ha rapporti di parentela con l’ex procuratore.

Entrambi erano stati eletti nel dicembre 2021 per un mandato di nove anni e avevano assunto le funzioni nel marzo successivo. La stessa ICC precisa che la loro guida dell’Ufficio proseguirà in attesa delle decisioni dell’Assemblea degli Stati Parte sulla successione.

Davanti alla Corte internazionale di giustizia, la rinuncia colombiana non chiude il procedimento promosso dal Sudafrica: viene meno uno degli interventi presentati da altri Stati, mentre la causa contro Israele continua. Davanti alla Corte penale internazionale, la destituzione di Karim Khan non cancella i mandati contro Netanyahu e Gallant: dalla scena è uscito il procuratore che ne aveva chiesto l’emissione, non le decisioni successivamente adottate dai giudici.

A essere cambiato, in entrambi i casi, è il contesto intorno a procedimenti che, almeno per ora, continuano.