Un'urna per le elezioni in Israele

Bibi o non Bibi? Le elezioni israeliane sono molto più di questo

Israele

di David Zebuloni

Il 27 ottobre si vota in Israele. Il più forte oppositore di Benjamin Netanyahu si chiama Gadi Eizenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano. Si presenta come «dritto, corretto, trasparente, onesto, coerente», ma non è chiaro con chi, se eletto premier, vorrà formare il governo. E poi ci sono i Demokratim di Yair Golan, che è riuscito a compattare la sinistra, e il nuovo volto dei Charedì, Moti Leitner, disponibile a trattare sull’arruolamento dei religiosi. Israele si prepara a un nuovo capitolo della sua storia

Le elezioni per la Knesset si avvicinano a passi da gigante e in Israele già si avverte l’aria del cambiamento. Perché a prescindere dalla vittoria o dalla sconfitta di Netanyahu alle urne, un cambiamento avverrà. Il governo che si formerà, con o senza Netanyahu, probabilmente sarà diverso, o molto diverso, da quello che ha guidato il Paese negli ultimi quattro anni.

Ed ecco ciò che in molti non capiscono, o si rifiutano di capire, sia dentro che fuori da Israele: non tutto si riassume in sì-Bibi-no-Bibi. La vittoria del leader tanto (e giustamente) discusso non si può isolare dal risultato complessivo delle elezioni, ovvero dai risultati che otterranno gli altri partiti in corsa e, quindi, dall’eventuale coalizione e opposizione che si formeranno.

Benjamin Netanyahu è senza ombra di dubbio il grande catalizzatore della politica israeliana e mediorientale, ma chi formerà con lui un governo di maggioranza farà la vera differenza. Saranno di nuovo Ben Gvir e Smotrich? I partiti ultraortodossi? O forse Eizenkot, Bennett e Lieberman?

Andiamo per ordine. Come in ogni tornata elettorale, Bibi si trova testa a testa con un politico centrista che gli fa da opposizione. Una volta era Lapid, un’altra era Gantz e ora è il turno di Gadi Eizenkot, l’ex capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano. Ed è incredibile quanto quest’ultimo sia diverso da Netanyahu. L’opposto di Netanyahu. Simmetricamente opposto all’ormai storico leader del Likud. Se Bibi, infatti, è noto per il suo carisma, Gadi ha invece il carisma di uno stivale di gomma. Se Bibi è il leader per eccellenza della destra, Gadi è un centrista puro. Se Bibi tende ad andare sempre a zig-zag, mai dritto, Gadi ha invece la reputazione di un uomo integro, dritto come un righello. E non a caso il suo partito si chiama proprio Yashar, che in ebraico significa, per l’appunto, «dritto».

La strategia di Eizenkot è semplice, ma efficace: anziché spiegare all’elettore israeliano chi sia, spiega invece chi non è. Lui non è Netanyahu. Lui è dritto, ovvero corretto, trasparente, onesto, coerente. Il suo passato militare e politico ne è la conferma. Eppure, alla legittima domanda «Con chi formerai il governo?», lui non risponde. Ancora oggi non è chiaro se sia favorevole a un governo senza Netanyahu, ma con il partito arabo di Mansur Abbas, oppure se preferisca un governo che comprenda anche il Likud, oltre ai vari partiti di centro o centrodestra, come quelli di Bennett e Lieberman.

Perché la politica è, in fondo, matematica: per formare un governo bisogna avere 61 seggi, e per ottenere 61 seggi devi scendere a compromessi. Devi formare alleanze improbabili, optare per il meno peggio, includere o escludere partiti con valori diversi dai tuoi, a costo di deludere una fetta di elettori. Ecco, la matematica, ovvero i sondaggi, ci insegna che Eizenkot non potrà formare un governo con i soli partiti di centro o centrodestra. Se mai dovesse vincere, si troverà a un bivio e dovrà scegliere tra Bibi e Abbas, tra destra e sinistra, tra laici e ultraortodossi. E chi sceglierà? Boh, silenzio stampa.

Un problema simile ce l’ha Netanyahu. Nonostante il suo blocco sia più definito di quello di Eizenkot, anche la sua destra ed estrema destra non godono più del consenso delle elezioni precedenti. E se Smotrich non dovesse superare la soglia di sbarramento, chi includerebbe nel proprio governo? Opterebbe comunque per un governo di destra o tenterebbe il tutto per tutto, rivolgendosi agli stessi partiti centristi ai quali già Eizenkot fa l’occhiolino?

Sono tutte speculazioni, ovviamente, ma sono anche scenari assolutamente plausibili. Ed ecco perché focalizzarsi sul testa a testa Netanyahu-Eizenkot risulta essere profondamente sbagliato. Ossessionati dai sondaggi, che un giorno danno Bibi favorito e un altro Gadi, perdiamo di vista il quadro completo della situazione: come sarà formato il prossimo governo dello Stato d’Israele? Quale governo si prospetta? Non solo chi sarà il capo del governo, ma anche e soprattutto chi saranno i prossimi ministri della Sicurezza, degli Interni, degli Esteri, della Salute, dell’Istruzione, dell’Economia, della Cultura. Chi prenderà le decisioni e chi sarà responsabile di ricostruire un Paese piegato e mortificato da oltre tre anni di attacchi provenienti dai nemici e di odio proveniente dagli amici. O dai presunti amici. Forse, ormai, ex amici. Ed effettivamente, oltre allo scontro tra titani che avviene ai vertici della piramide, anche all’interno dei partiti si registrano cambiamenti importanti e degni di nota.

Partendo da sinistra, i due partiti Avoda e Meretz si sono fusi in un’unica formazione politica, i Democratici, guidati da Yair Golan, che, a differenza degli ultimi anni, in cui la sinistra sembrava essere morta definitivamente, sembrano oggi riscuotere un discreto successo. Una rinascita che racconta il moto migratorio di quegli elettori di sinistra che avevano abbandonato i loro partiti per votare Lapid o Lieberman e che oggi tornano a casa.

Dall’altra parte, invece, si fa l’opposto: mentre la sinistra si unisce, la destra si divide in tanti piccoli partiti. Alcuni hanno già ritirato la propria candidatura, come il partito degli ex pentiti del Likud Gilad Erdan e Yuli Edelstein. Altri, invece, sembrano intenzionati a partecipare fino alla fine. Tra loro, il nuovo partito di destra più interessante e promettente sembra essere quello di Ofer Vinter, ex generale dell’IDF, che si lancia per la prima volta in un’avventura politica e porta con sé personaggi che non hanno mai messo piede nella Knesset. Vinter è infatti convinto che, per dare speranza agli elettori e avviare un processo di guarigione della società israeliana, sia necessario proporre una nuova leadership, fresca. Forse senza esperienza politica, ma con molta esperienza in altri settori e, soprattutto, senza alcuna responsabilità diretta o indiretta nel fallimento dell’intelligence che ha portato alla strage del 7 ottobre.

Tra i nomi che maggiormente spiccano nella sua lista troviamo l’attivista arabo filo-israeliano Yoseph Haddad, la nota giornalista Natalie Shem Tov e la mamma-simbolo Lali Deri, che ha perso il figlio Saadia in combattimento contro Hamas.

Il cambiamento più interessante, tuttavia, perlomeno agli occhi di chi scrive, avviene all’interno dei partiti ultraortodossi, che, con la tanto discussa legge sulla leva militare obbligatoria per tutti, attualmente al centro del dibattito alla Knesset, sono i veri protagonisti di questa tornata elettorale. Per la prima volta, infatti, accanto ai due partiti storici che rappresentano il mondo ultraortodosso nelle sue componenti sefardita e ashkenazita, rispettivamente Shas e Yahadut HaTorah, nasce una nuova formazione politica dal nome Hatzibur Hacharedì, che si traduce letteralmente come «il pubblico ultraortodosso». Il termine «pubblico» viene qui inteso come «popolo» e lascia intendere l’intento di questo partito: noi siamo del popolo, siamo i veri ultraortodossi. Senza l’avallo di alcun grande rabbino, cosa che di per sé fa storcere il naso a molti ultraortodossi, Hatzibur Hacharedì di Moti Leitner propone una lista che comprende sia uomini sia donne (rivoluzione!) e si mostra molto più disponibile ad affrontare le questioni spinose riguardanti l’arruolamento di coloro che studiano nelle yeshivot. Forse non supereranno la soglia di sbarramento. Forse non riusciranno a portare a termine il cambiamento che ritengono tanto necessario. Ma un seme oggi è stato piantato. E un giorno, vicino o lontano, darà i suoi frutti.

Le prossime elezioni, dunque, non saranno soltanto un referendum su Netanyahu, ma anche un’occasione per ridisegnare gli equilibri della politica israeliana. E mentre tutti guardano a chi arriverà primo, forse vale la pena prestare maggiore attenzione a chi arriverà secondo, quinto, decimo, ventesimo e cinquantesimo. Perché il nome del prossimo primo ministro riempirà senza dubbio le prime pagine di tutti i media internazionali, ma saranno gli altri nomi a scrivere realmente il prossimo capitolo della storia di Israele.