Tre anni dopo il 7 ottobre, Elitzur Hajbi può finalmente essere sepolto

Israele

di Anna Balestrieri

Il lutto rimasto sospeso
Per tre anni una porta è rimasta chiusa. Dietro quella porta, in una casa del moshav Yachini, erano rimasti i resti di Elitzur Hajbi, ucciso durante l’attacco del 7 ottobre 2023. Solo nel terzo anniversario del massacro la sua famiglia ha potuto finalmente accompagnarlo alla sepoltura.

Hajbi è stato l’ultima delle vittime del 7 ottobre a Yachini a essere recuperata e sepolta. La sua storia racconta una delle conseguenze più dolorose del massacro: per alcune famiglie, il lutto non ha potuto iniziare davvero perché mancava ancora la possibilità di dare ai propri morti una sepoltura.

Quella stanza mai più aperta
Dopo l’attacco, i familiari non erano riusciti a entrare nel locale in cui Elitzur era stato ucciso. Il resto dell’abitazione era stato progressivamente ripulito e sistemato, ma quella stanza era rimasta fuori dal ritorno alla normalità.
La casa poteva essere riordinata, ma non quella stanza: per tre anni è rimasta intatta, separata dal resto dell’abitazione e dalla vita quotidiana della famiglia.
Con l’avvicinarsi dell’anniversario, i familiari hanno deciso di affrontare quel passaggio. Hanno aperto la porta e chiesto l’intervento di ZAKA Search & Rescue per recuperare ciò che rimaneva di Hajbi e consentirne finalmente la sepoltura.

Il ritorno dei volontari
Sul posto è intervenuta una squadra dell’unità ZAKA di Sderot, insieme al vice direttore operativo dell’organizzazione Chaim Weingarten e al responsabile della regione Lachish, il rabbino Avi Deri. I volontari hanno trascorso diverse ore nella stanza per raccogliere i resti.
Il lavoro, svolto nel silenzio della casa, aveva un significato diverso rispetto alle operazioni condotte nelle ore e nei giorni successivi al 7 ottobre. Questa volta non si trattava soltanto di recuperare una vittima: si trattava di permettere a una famiglia di concludere un percorso rimasto incompiuto per tre anni.

«Un cerchio che finalmente si chiude»
Dubi Weissenstern, amministratore delegato di ZAKA Search & Rescue, ha descritto il ritorno nella stanza come un momento particolarmente difficile. Per l’organizzazione, ha spiegato, il compito iniziato durante il massacro non poteva considerarsi concluso finché Hajbi non fosse stato restituito alla sua famiglia e sepolto nel rispetto dovuto a ogni vittima.

Leggi anche: Crans-Montana, oltre il dolore: chi sono i volontari di ZAKA e perché il loro intervento non conosce confini religiosi

Anche Moshe Rosenberg, direttore esecutivo di ZAKA US, ha sottolineato quanto fosse stata dolorosa la riapertura di quella porta. Per i familiari, la stanza era diventata in tre anni una sorta di spazio congelato nel tempo: entrarvi significava affrontare nuovamente il momento della perdita.
Questa volta accanto a loro c’erano i familiari
Il rabbino Deri ha ricordato soprattutto una differenza rispetto alle operazioni del 7 ottobre: questa volta i volontari non erano soli tra le abitazioni devastate. Al loro fianco c’erano il figlio e il fratello di Elitzur.
La presenza dei familiari ha dato all’intervento un carattere profondamente diverso. Non era più il lavoro anonimo e urgente dei primi giorni dopo il massacro, quando i volontari cercavano vittime tra case bruciate e distrutte. Era un ultimo atto compiuto insieme alla famiglia, nel luogo stesso in cui Elitzur aveva perso la vita.

La sepoltura dopo tre anni
Per la famiglia Hajbi, il funerale rappresenta dunque molto più della conclusione di una procedura. È il momento nel quale una morte avvenuta il 7 ottobre 2023 può finalmente essere trasformata in un lutto compiuto.
Il caso di Elitzur mostra anche quanto a lungo siano rimaste aperte alcune ferite del massacro. A tre anni dall’attacco, persino una casa poteva conservare ancora una stanza che nessuno era stato in grado di aprire.
Nel giorno in cui Israele ricordava le vittime del 7 ottobre, Hajbi ha ricevuto finalmente una sepoltura. Per la sua famiglia, dopo tre anni di attesa, quella porta poteva essere richiusa.