Vance: “La politica estera americana non può essere subordinata a Israele”

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di Davide Cucciati
Il Pew Research Center, istituto indipendente e apartitico specializzato nelle indagini sull’opinione pubblica, aveva già rilevato ad aprile che il 57% dei repubblicani e degli indipendenti vicini al partito sotto i cinquant’anni esprimeva un giudizio sfavorevole nei confronti di Israele, contro il 50% dell’anno precedente. Nell’intero elettorato di orientamento repubblicano, invece, il 58% manteneva un’opinione favorevole.


Il 58% dei repubblicani americani fra i 18 e i 29 anni ha un’opinione sfavorevole di Israele. Il 54% considera eccessivi gli aiuti militari che Washington fornisce allo Stato ebraico. Fra i repubblicani ultrasessantenni, invece, il 77% esprime un giudizio favorevole e soltanto il 16% ritiene eccessivo il sostegno militare. È la distanza generazionale fotografata a luglio da Marquette Law School Poll, il centro di ricerca sull’opinione pubblica della facoltà di Giurisprudenza della Marquette University, nel Wisconsin. L’indagine ha coinvolto 1.076 adulti americani attraverso un campione probabilistico nazionale.

È in questa cornice che acquistano peso le parole pronunciate da JD Vance il 15 settembre 2026: “Non possiamo permettere che la nostra politica estera in Medio Oriente sia subordinata allo Stato di Israele”. Il vicepresidente statunitense ha riconosciuto l’importanza della cooperazione con Israele nell’intelligence e nella tecnologia militare. Ha però sostenuto che Washington debba poter prendere decisioni differenti da quelle del governo Netanyahu quando gli interessi dei due Paesi divergono.

Le parole del vicepresidente pongono una questione: quale rapporto esiste fra la sua concezione della politica estera, il cambiamento dell’elettorato repubblicano e il futuro politico dell’America First?

Il Pew Research Center, istituto indipendente e apartitico specializzato nelle indagini sull’opinione pubblica, aveva già rilevato ad aprile che il 57% dei repubblicani e degli indipendenti vicini al partito sotto i cinquant’anni esprimeva un giudizio sfavorevole nei confronti di Israele, contro il 50% dell’anno precedente. Nell’intero elettorato di orientamento repubblicano, invece, il 58% manteneva un’opinione favorevole.

Un giudizio negativo su Israele non equivale necessariamente al rifiuto della sua sicurezza: una ricerca del Reagan Institute, centro legato alla fondazione dell’ex presidente repubblicano Ronald Reagan, ha rilevato che fra i repubblicani under 30 che si identificano specificamente come MAGA il 60% sostiene l’invio di armi a Israele e il 63% considera importante la sua sicurezza per gli Stati Uniti.

Vance sembra conoscere questa complessità: il 31 agosto ha partecipato a Las Vegas a un incontro della Republican Jewish Coalition, organizzazione che riunisce attivisti e finanziatori ebrei repubblicani. Ha ribadito il valore strategico dell’alleanza e condannato l’antisemitismo. Secondo Jewish Telegraphic Agency, alcuni partecipanti hanno apprezzato il confronto; altri sono rimasti insoddisfatti perché il vicepresidente ha evitato di prendere esplicitamente le distanze da Tucker Carlson, commentatore conservatore contestato per avere diffuso o ospitato narrazioni antisemite.

Il 17 settembre Vance ha incontrato alla Casa Bianca anche Sid Rosenberg, conduttore radiofonico che aveva criticato le sue posizioni su Israele ed espresso una preferenza per Marco Rubio in vista del 2028. Rosenberg ha raccontato al New York Post di avere avuto un colloquio positivo.

Una posizione che precede la guerra

L’idea di distinguere gli interessi americani da quelli israeliani è precedente alla guerra.

Il 26 ottobre 2024, intervistato dal comico e podcaster Tim Dillon, Vance riconobbe il diritto di Israele a difendersi, precisando che gli interessi dei due Paesi non coincidono necessariamente. Sosteneva allora che Washington dovesse evitare una guerra con l’Iran, per i costi umani ed economici che avrebbe comportato.

Nel giugno 2026 il vicepresidente è tornato sull’argomento, criticando le operazioni israeliane in Libano per i loro possibili effetti sui negoziati americani con Teheran. Ha tuttavia sostenuto la decisione di Trump di intervenire contro la Repubblica Islamica dell’Iran, spiegando che il presidente riteneva necessario impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari.

La distinzione emerge nel confronto con Marjorie Taylor Greene, ex deputata repubblicana uscita dal Congresso nel gennaio 2026. Greene, così come Tucker Carlson, ha accusato apertamente Israele di avere trascinato gli Stati Uniti nella guerra. Vance, invece, attribuisce la decisione militare a una valutazione autonoma di Trump, pur rivendicando il diritto americano di dissentire dal governo israeliano.

Lo scontro sull’Iran ha raggiunto anche il Congresso. Il 15 settembre la Camera ha approvato con 220 voti favorevoli e 204 contrari una risoluzione che chiede il ritiro delle forze americane dalle ostilità in assenza di autorizzazione parlamentare. Hanno votato a favore 213 democratici e sette repubblicani: Thomas Massie, Warren Davidson, Brian Fitzpatrick, Tom Barrett, Nancy Mace, Zach Nunn e Mariannette Miller-Meeks.

I sette non costituiscono un fronte omogeneo contro Israele. Massie critica da tempo gli aiuti americani allo Stato ebraico e rivendica le prerogative del Congresso in materia di guerra. Nunn e Miller-Meeks, invece, hanno cambiato voto rispetto a precedenti risoluzioni, richiamando la necessità di autorizzare la prosecuzione del conflitto e di chiarirne gli obiettivi. Entrambi rappresentano collegi dell’Iowa nei quali sono impegnati nella campagna per la rielezione.

La guerra entra così nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre anche attraverso i suoi costi economici. Una rilevazione Reuters/Ipsos pubblicata il 14 settembre documenta le difficoltà dei repubblicani sul terreno dell’economia, mentre l’aumento dei prezzi dei carburanti alimenta il malcontento. Vance è impegnato nella campagna del partito, ma questo contesto non basta a dimostrare che le sue dichiarazioni su Israele siano state concepite per conquistare specifici gruppi di elettori.

Il dopo Trump

La discussione investe ora il futuro del Partito repubblicano. Marco Rubio, segretario di Stato ed ex sfidante di Trump alle primarie del 2016, esprime una sensibilità diversa da quella di Vance su alcuni dossier mediorientali. Reuters ha documentato il contrasto emerso a giugno: mentre Vance criticava gli attacchi israeliani a Beirut per i loro effetti sui negoziati con Teheran, Rubio difendeva le operazioni come risposta agli attacchi di Hezbollah. Entrambi hanno sostenuto le decisioni dell’amministrazione e i rispettivi uffici hanno respinto l’idea di una divisione interna.

Il 16 luglio Jewish Telegraphic Agency ha raccolto le dichiarazioni di esponenti e finanziatori ebrei repubblicani che preferirebbero Rubio a Vance come candidato nel 2028. Fra loro Shabbos Kestenbaum ed Eric Levine, membro del consiglio della Republican Jewish Coalition. Rubio ha comunque dichiarato che sosterrebbe Vance qualora il vicepresidente decidesse di candidarsi.

Il confronto, però, si estende oltre i due membri dell’amministrazione.

Il senatore texano Ted Cruz, già sfidante di Trump alle primarie del 2016, ha criticato pubblicamente la politica estera di Vance. Il 2 settembre, intervistato al PBD Podcast, lo ha descritto come più incline all’isolazionismo e ha contestato il memorandum preliminare negoziato con la Repubblica Islamica dell’Iran.

Il 16 settembre Cruz ha affrontato esplicitamente il tema della successione. Intervistato a Pod Force One, ha sostenuto che nel 2028 il Partito repubblicano dovrà confrontarsi anche sulla scelta fra una politica estera isolazionista e una leadership americana nel mondo. Non ha annunciato una candidatura e ha rinviato il confronto sui nomi al periodo successivo alle midterm.

Un’altra posizione è quella di Rand Paul, senatore del Kentucky e già candidato alle primarie del 2016. A marzo ha dichiarato alla CBS di stare valutando una nuova candidatura presidenziale, con una decisione da prendere dopo le elezioni di novembre. Paul contesta l’intervento in Iran per l’assenza di autorizzazione del Congresso e propone una politica estera maggiormente orientata alla diplomazia e meno incline all’impiego della forza.

Rubio, Cruz e Paul rappresentano dunque approcci differenti al ruolo internazionale degli Stati Uniti. Le loro dichiarazioni mostrano che il dibattito sul dopo Trump comprende anche il significato da attribuire all’America First: quali impegni mantenere con gli alleati, quando ricorrere alla forza e quanto spazio lasciare alla diplomazia.

Per Vance, il rapporto con Israele si colloca al centro di queste discussioni. Il vicepresidente rivendica da almeno due anni l’autonomia degli interessi americani, mentre i sondaggi documentano una crescente distanza generazionale nell’elettorato repubblicano. Al tempo stesso, cerca il dialogo con gli ambienti conservatori che considerano l’alleanza con lo Stato ebraico una priorità.

La guerra con la Repubblica Islamica dell’Iran e le elezioni di novembre offrono il contesto immediato di un confronto destinato a pesare anche sulla futura identità internazionale dei due partiti. Tra i democratici, la crescente distanza da Israele ha già prodotto risultati elettorali: a giugno i tre candidati al Congresso sostenuti dal sindaco di New York Zohran Mamdani, tutti critici verso la politica israeliana, hanno vinto le rispettive primarie; due di loro hanno sconfitto deputati uscenti più vicini a Israele. Ad agosto, in Michigan, Abdul El-Sayed, contrario alla prosecuzione degli aiuti militari statunitensi senza condizioni, ha battuto la moderata Haley Stevens nella primaria per il Senato.

Tra i repubblicani il quadro resta più complesso: il sostegno a Israele rimane più forte, ma i sondaggi mostrano una freddezza crescente nelle generazioni più giovani. La questione, allora, è quanto il rapporto con Israele, a lungo uno dei punti più stabili della sua politica estera, possa diventare uno dei terreni sui quali si definirà il dopo Trump.