Netanyahu all’Onu: «La più grande menzogna del secolo». L’attacco a Iran, Qatar, Erdogan e Mamdani

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di Anna Balestrieri
Il premier israeliano difende la guerra a Gaza, accusa Qatar e Turchia di alimentare la propaganda anti-israeliana e si rivolge direttamente al sindaco di New York Zohran Mamdani. All’ingresso di Netanyahu numerose delegazioni lasciano l’aula.

«Se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato questa sala, per favore lo facciano». È con queste parole che Benjamin Netanyahu ha aperto il suo intervento alla 81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, rivolgendosi alle numerose delegazioni che avevano abbandonato l’aula al momento del suo ingresso.

Un discorso combattivo, costruito per rispondere frontalmente alle accuse rivolte a Israele e per presentare la guerra come una battaglia su più fronti: militare, diplomatico e soprattutto informativo. Netanyahu ha insistito sul fatto che Israele non stia combattendo soltanto Hamas, Hezbollah e l’Iran, ma anche quella che ha definito una «guerra per la verità», combattuta nei media internazionali e sui social network.

«Il genocidio? La menzogna del secolo»

Il passaggio più atteso del discorso è stato quello relativo alle accuse di genocidio nella Striscia di Gaza. Netanyahu le ha respinte categoricamente, definendole «la più grande menzogna del XXI secolo» e sostenendo che Israele non avrebbe commesso un genocidio, ma avrebbe impedito che fosse perpetrato contro la propria popolazione.

Il premier ha utilizzato anche argomenti legati agli aiuti umanitari forniti alla popolazione di Gaza. «Quale regime genocida somministra milioni di vaccini contro la poliomielite alla popolazione nemica?», ha chiesto all’assemblea, ricordando inoltre la distribuzione, secondo i dati citati da Israele, di milioni di tonnellate di alimenti nella Striscia.

La linea argomentativa di Netanyahu è dunque stata quella di contrapporre l’accusa di genocidio alle azioni israeliane finalizzate, secondo il governo, a proteggere i civili palestinesi durante le operazioni militari. Le accuse contro Israele restano tuttavia al centro di un intenso contenzioso internazionale e sono state oggetto di procedimenti e valutazioni da parte di organismi giudiziari internazionali.

La «guerra per la verità»

Netanyahu ha dedicato una parte consistente dell’intervento alla dimensione informativa del conflitto. Secondo il premier, Israele sarebbe impegnato su un «ottavo fronte»: dopo i sette fronti militari, quello della comunicazione.

Il primo Paese chiamato direttamente in causa è stato il Qatar. Netanyahu ha accusato Doha di aver investito per anni ingenti somme nelle università americane e nei media internazionali, citando in particolare Al Jazeera.

Secondo Netanyahu, l’obiettivo di questi finanziamenti sarebbe stato quello di influenzare le nuove generazioni contro Israele, gli Stati Uniti e l’Occidente. Il premier ha inoltre sottolineato che il Qatar continua a ospitare dirigenti di Hamas.

Le accuse sono state inserite da Netanyahu in una più ampia descrizione della battaglia per l’opinione pubblica internazionale: secondo il premier, una parte crescente dello scontro con Israele non si combatte più soltanto sul campo di battaglia, ma attraverso immagini, narrazioni e campagne sui social media.

Erdogan e la Turchia

Dopo il Qatar, Netanyahu ha rivolto il suo attacco alla Turchia e al presidente Recep Tayyip Erdoğan. Lo ha definito un «tiranno» e lo ha accusato di ospitare i vertici di Hamas.

Nel suo intervento Netanyahu ha inoltre ricordato le accuse rivolte ad Ankara sulla questione curda, il riconoscimento del genocidio armeno, l’arresto di giornalisti e la situazione di Cipro del Nord. Ha quindi collegato la politica turca nei confronti di Israele alla più ampia competizione per l’influenza regionale.

«Dice che sarà il sovrano di Gerusalemme. No, signor Erdoğan, non lo sarà», ha dichiarato Netanyahu dal podio dell’Onu.

«Il regime iraniano cadrà»

L’Iran ha occupato un altro posto centrale nel discorso. Netanyahu ha ricordato la distruzione delle infrastrutture nucleari iraniane e ha sostenuto che la decisione di colpire il programma nucleare di Teheran fosse necessaria per impedire che l’Iran acquisisse armi nucleari.

Ma il messaggio più significativo è stato rivolto direttamente alla popolazione iraniana. Netanyahu ha sostenuto che il regime islamico cadrà e che «un giorno, e potrebbe non essere lontano», il popolo iraniano sarà libero.

Per rafforzare il messaggio, durante il discorso Netanyahu ha mostrato una piccola antenna Starlink, collegandola alla possibilità per gli iraniani di comunicare e organizzarsi anche sotto un regime che limita l’accesso alle informazioni.

Il premier israeliano ha inoltre ricordato l’attacco con i cercapersone utilizzati contro Hezbollah, mostrando fisicamente un dispositivo mentre illustrava la capacità israeliana di colpire le organizzazioni armate nella regione.

Lo scontro diretto con Zohran Mamdani

Una parte particolarmente insolita dell’intervento è stata dedicata a un politico che non rappresenta uno Stato: Zohran Mamdani, sindaco di New York.

Netanyahu lo ha chiamato direttamente in causa, accusandolo di aver contribuito a creare un clima nel quale gli ebrei newyorkesi non si sentirebbero più al sicuro. Ha criticato i suoi rapporti politici e personali, citando anche il commentatore Hasan Piker.

«Signor Mamdani, hai cercato di impedirmi di venire qui; hai cercato di mettermi a tacere. Non puoi mettermi a tacere. Non puoi mettere a tacere la verità», ha detto Netanyahu.

Il premier ha poi legato direttamente la posizione di Mamdani sulla guerra di Gaza alla sua difesa di Israele: secondo Netanyahu, il sindaco avrebbe accusato Israele di genocidio mentre, nella sua ricostruzione, Hamas avrebbe rappresentato una minaccia esistenziale per la popolazione israeliana.

Mamdani ha successivamente respinto le accuse, definendole infondate e sostenendo che Netanyahu stesse cercando di «ripulire» la propria immagine rispetto alle accuse rivolte a Israele.

L’uscita delle delegazioni

Lo scontro non si è consumato soltanto nelle parole. Quando Netanyahu è salito sul podio, numerosi diplomatici hanno lasciato l’aula.

Secondo diverse ricostruzioni, più di cento delegati provenienti da circa cinquanta Paesi hanno abbandonato la sala all’inizio dell’intervento. Altri rappresentanti sono invece rimasti al proprio posto. Secondo quanto riferito dall’ufficio del primo ministro israeliano, 120 delegazioni sarebbero rimaste in aula.

L’episodio ha prodotto immagini destinate a diventare una delle fotografie politiche della giornata: da una parte i diplomatici che escono dall’aula, dall’altra Netanyahu che continua il proprio intervento davanti a una platea progressivamente ridotta, con delle voci in sottofondo che cantano “Am Israel Chai”. Secondo il premier israeliano, tra quanti hanno lasciato l’aula ci sono anche delegati di paese che “avrebbero ringraziato personalmente Israele per aver agito in loro difesa contro il comune nemico iraniano”.

La questione della Cisgiordania

Nel discorso il premier ha affrontato anche la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania. Netanyahu ha affermato di non poter rappresentare la popolazione dei coloni attraverso il comportamento di un gruppo di giovani responsabili, secondo le sue parole, di lanci di pietre e incendi di ulivi.

«Non posso stare dalla parte dei vigilantes», ha dichiarato, aggiungendo che lo Shin Bet li sta cercando. Allo stesso tempo, Netanyahu ha respinto quello che considera un parallelo tra la violenza dei coloni e gli attacchi palestinesi contro civili israeliani.

Ha quindi ricordato due recenti episodi di violenza in Cisgiordania, compreso l’attacco contro il riservista israeliano-americano Neria Leiter, figlio dell’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter.

La risposta dall’interno di Israele

Il discorso non è stato accolto senza critiche neppure in Israele. L’ex premier Naftali Bennett ha accusato Netanyahu di non aver definito il Qatar un nemico, sostenendo che il governo israeliano dovrebbe assumere una posizione più dura nei confronti di Doha e del suo rapporto con Hamas.

Anche il leader dei Democratici, Yair Golan, ha criticato il discorso, mentre il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ne ha difeso l’impostazione, sostenendo che Netanyahu abbia rappresentato la posizione israeliana sulla scena internazionale.

Un discorso rivolto più al mondo che all’Onu

Più che un tradizionale intervento diplomatico all’Assemblea generale, il discorso di Netanyahu è apparso come una lunga arringa politica rivolta contemporaneamente a pubblici diversi: ai governi occidentali, agli alleati di Israele, agli oppositori del governo, alla comunità ebraica internazionale e soprattutto al pubblico israeliano.

Il messaggio centrale è stato netto: Israele non accetta la narrazione internazionale secondo cui sarebbe diventato l’aggressore del conflitto e intende continuare a presentare la propria guerra come una lotta per la sopravvivenza, contro Hamas, Hezbollah, l’Iran e una rete più ampia di avversari diplomatici e mediatici.

Il fatto che Netanyahu abbia scelto di rivolgersi direttamente a Mamdani, Erdoğan e al regime iraniano, oltre che ai delegati presenti in aula, conferma la natura fortemente politica dell’intervento. Davanti a un’Assemblea segnata dalle proteste e dalle uscite dei diplomatici, il premier israeliano ha trasformato il podio dell’Onu in una tribuna per la difesa internazionale di Israele.