
Costruire e abitare un territorio, creare comunità, lavorare la terra: sono stati elementi centrali dell’ethos pionieristico del sionismo laburista e del movimento dei kibbutz. Poi è arrivato
il nuovo sionismo religioso del Gush Emunim e, con la vittoria del Likud di Menachem Begin,
nel 1977 l’espansione degli insediamenti ha conosciuto una forte accelerazione. E oggi?
Cara lettrice, caro lettore,
con questo numero inizia la mia avventura come direttore responsabile di Bet-Magazine e Mosaico. Confesso che questo traguardo professionale, per il quale ringrazio qui la Giunta e il Consiglio tutto della Comunità che hanno voluto conferirmi all’unanimità l’incarico, mi inorgoglisce e un poco mi spaventa anche. Fino a poche settimane fa la scrivania dalla quale sto ultimando il mio primo editoriale era occupata dalla collega e amica carissima Fiona Diwan, la quale ha lasciato un’eredità di professionalità e gusto per il giornalismo che saranno francamente difficili da eguagliare. Posso dirvi comunque che farò del mio meglio per essere all’altezza del compito, considerando la storia di questo nostro piccolo/grande giornale che dal 1945 entra nelle case degli iscritti alla Comunità milanese per raccontare i fatti vicini e lontani intorno agli ebrei e a Israele. Per far ciò ho la fortuna di lavorare con colleghi e collaboratori, donne e uomini, che Fiona ha trovato o formato: tutte e tutti davvero bravissimi. Fatta questa doverosa introduzione, passiamo a quello che vi racconta il nostro Magazine questo mese.
Come avrete notato dalla copertina, abbiamo deciso di parlare di un fenomeno che, negli ultimi tempi (ma non solo), ha occupato molte pagine di giornali e servizi dei vari telegiornali nazionali. Mi riferisco agli israeliani che vivono oltre la Linea Verde, ovvero il confine armistiziale del 1948 che al momento divide – per lunghi tratti fisicamente con la barriera di separazione – il territorio di Israele proprio con quello di Giudea e Samaria, regioni impropriamente definite Cisgiordania, o West Bank, dai media occidentali. Dunque nei Territori, o Shtachim in ebraico, vivono, senza considerare Gerusalemme Est, oltre mezzo milione di israeliani che qui da noi vengono tutti definiti «coloni»: un termine, questo, dall’accezione inevitabilmente negativa, soprattutto perché utilizzato da un certo tipo di informazione che equipara tutti a una frangia di cosiddetti «giovani delle colline» portati a risolvere dispute e questioni di vicinato con gli arabi palestinesi attraverso mezzi violenti e, per noi, almeno per come sono raccontati, assolutamente inaccettabili.
Tuttavia, come spesso accade, la verità contiene aspetti storici e sociali ben più profondi. Ed è per questo, per avere gli strumenti adatti a comprendere la complessità della realtà israeliana, che abbiamo deciso di raccontarne la storia, cercando di scavare il più possibile oltre le apparenze.
In aggiunta a questa inchiesta, affrontiamo anche altri temi come il premio speciale attribuito dalla giuria del Festival del cinema di Venezia a un docu-film – Naza – di due registi-giornalisti israeliani noti per le loro posizioni anti-sistema: 25 minuti di applausi finali (un record) a nostro giudizio viziati da quell’osceno pregiudizio anti israeliano che ha fatto dimenticare le atrocità commesse dai palestinesi di Gaza il 7 Ottobre. Data che scandisce un prima e un dopo nelle relazioni tra lo Stato ebraico e i vicini e che proprio in questi giorni tocca il terzo, tristissimo anniversario.
Come è noto, non soltanto il Talmud ma anche la Torà ci sprona a non dimenticare (Deut. 32;7) con Moshe che invita il popolo a ricordare «i tempi antichi…interroga tuo padre e ti racconterà…». Ora, noi siamo convinti della giustezza e dell’importanza della memoria, come singoli e come comunità di popolo. Per questo nei prossimi mesi, e anni, cercherò di dare voce alle ragioni e alle istanze degli ebrei (a partire dai «milanesi») e del diritto alla Storia del rinnovato Stato di Israele.
Paolo Salom



