di Davide Servi
Una kippà sulla testa, per dire che nessuno dovrebbe avere paura di mostrare chi è. Martedì 22 settembre, in piazza San Carlo, Milano ha risposto all’aggressione subita pochi giorni prima da un Rabbino della città, Rav Tzemach, con un gesto semplice e volutamente visibile: indossare tutti insieme il copricapo ebraico.
“Milano indossa la Kippà – Tutti insieme senza paura” ha riunito ebrei e non ebrei in una manifestazione di solidarietà nata dopo quanto accaduto il 16 settembre in piazzale Bande Nere, dove il rabbino milanese, riconoscibile per il suo abbigliamento religioso, è stato avvicinato e deriso da tre giovani e poi colpito con un calcio da uno di loro. «Continuerò a girare con la giacca e il cappello da rabbino. Non mi nasconderò, non ci nasconderemo», aveva commentato Rav Tzemach.
È proprio da questa scelta che prende forma il messaggio della piazza: se un simbolo ebraico può trasformarsi in un bersaglio, quel simbolo viene indossato da tutti. Non soltanto dalla comunità ebraica, ma anche dagli alleati non ebrei che hanno scelto di esserle accanto. Un gesto collettivo per affermare che la libertà di mostrare la propria identità religiosa non può essere condizionata dalla paura e che l’antisemitismo, quando passa dalle parole agli insulti e dagli insulti alla violenza, non può essere normalizzato, minimizzato o giustificato.
A introdurre e moderare gli interventi è stato il presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, che ha dato la parola a esponenti religiosi, politici di diversi schieramenti e rappresentanti della società civile.
Rav Arbib: «Non trasformiamo ciò che è spregevole in nobile»
L’intervento più denso è stato quello del rabbino capo di Milano, Rav Alfonso Arbib. Quanto accaduto a Bande Nere, ha osservato, in tempi normali sarebbe stato «un atto di teppismo da quattro soldi». La differenza, oggi, è che a gesti come questo viene data una copertura ideologica: «Siamo riusciti a dare un alibi ideologico al peggio del peggio, e questo dovrebbe preoccupare molto». Arbib ha ricordato che il teppismo ha sempre accompagnato la storia dell’antisemitismo, dalle persecuzioni che nel Medioevo si consumavano durante il Carnevale fino al nazismo, quando quella violenza «è diventata ideologia» e quindi giustificabile agli occhi di tanti, o di chi guardava senza reagire. Da qui il suo monito: «Stiamo attenti a non trasformare ciò che è spregevole in nobile». Il rabbino ha poi insistito sul rischio della negazione. Molti, ha raccontato, gli dicono di non esagerare quando parla di antisemitismo: «Io non ho mai esagerato. In questo momento sono estremamente preoccupato, e vorrei che lo fosse chiunque si considera un democratico». Siamo, ha concluso, in una situazione di emergenza che non si affronta negando il problema.
Rav Hazan ha portato un messaggio ispirato per il futuro, ricordando come di solito in quella piazza si torni per accendere le candele di Chanukkà: avrebbe preferito un’occasione più lieta, ma c’è «un obbligo verso i nostri giovani», quello di mostrare loro che non si ha paura, rispondendo con atti di gentilezza e di giustizia.
La politica: appelli all’unità e qualche scintilla
Il primo a prendere la parola tra i politici è stato Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, che ha definito la manifestazione una risposta doverosa, anche perché l’aggressore, spiega, sarebbe stato rimesso in circolazione dopo appena un giorno dall’arresto: «un’offesa a Milano». De Corato ha poi lamentato l’assenza della giunta comunale, ricordando di aver notato lo stesso vuoto pochi giorni prima a una manifestazione di donne iraniane contro il regime degli ayatollah, e ha chiuso rivendicando che «gli ebrei di Milano non si fanno mettere i piedi addosso da nessuno».
Gli ha replicato direttamente Gianmaria Radice, consigliere comunale: «Il Comune c’è». Il vero tema, ha detto, è un antisemitismo diffuso che preoccupa anche i non ebrei, perché uno stigma sugli ebrei è destinato ad allargarsi: «Dopo lo stigma sugli ebrei sarà lo stigma sugli altri». Serve rispetto, ha aggiunto, per chi da milanese e da italiano «non ha paura a dichiararsi e a mostrare che è ebreo».
Anche Pietro Bussolati, consigliere regionale del Pd, di ritorno da un viaggio tra Israele e i territori palestinesi, ha preso parola: davanti agli attacchi che gli ebrei subiscono nelle strade di Milano, «chi non vede quanto ci sia un’urgenza è cieco». Occorre unire gli sforzi «da destra a sinistra», ha detto, precisando che la critica al governo israeliano resta per lui legittima, come quella verso qualsiasi governo, ma non può impedire di proteggere le persone del popolo ebraico dall’odio.
Più netto Daniele Nahum, consigliere comunale di Azione, che ha rivendicato il sionismo come «movimento di liberazione nazionale» di cui essere fieri, e ha chiesto alla politica di smettere con le «chiacchiere» e di approvare alla Camera il disegno di legge sull’antisemitismo, citando un aumento degli episodi antisemiti del 400 per cento. Nahum ha infine definito «vergognoso» che qualcuno abbia manifestato accanto alle bandiere di Hamas e Hezbollah senza che le rispettive forze politiche prendessero le distanze.
Samuele Piscina, consigliere comunale e segretario milanese della Lega, ha portato anche i saluti dell’europarlamentare Silvia Sardone e ha ripreso le parole del rabbino capo: le cose vanno chiamate con il loro nome. «Non sono scaramucce. Questo è antisemitismo», ha detto, chiedendo che a riconoscerlo siano per prime le istituzioni, a partire dal Comune di Milano.
Sulla stessa linea un esponente di Forza Italia, che ha ricordato come «un colpo di fucile non è una guerra, ma potrebbe esserne l’inizio»: ciò che lo ha colpito di più, ha spiegato, è che questi atti vengano minimizzati, mentre la storia insegna che anche il nazismo cominciò da piccoli gesti. Ha poi definito vile un’aggressione compiuta da ragazzi contro una persona più anziana, incapace di difendersi.
Ricco di proposte il discorso di Manfredi Palmeri, consigliere comunale ed ex presidente del Consiglio comunale di Milano. «Vogliamo essere qui, ma non vorremmo essere qui», ha esordito: indossare la kippà dovrebbe essere la normalità, non la risposta a un appello. La manifestazione, ha detto, è «una bella poesia», ma accanto alla poesia c’è la prosa della vita quotidiana, e per questo ha invitato i presenti a non togliere la kippà una volta usciti dalla piazza. Sollevando un foglio, Palmeri ha mostrato l’elenco dei casi di antisemitismo a Milano negli ultimi quattro anni, tre pagine, contro il rischio della dimenticanza e della normalizzazione. Tre le proposte rivolte al Comune: inserire la parola “antisemitismo” nel nome della commissione comunale contro i discorsi d’odio (proposta già bocciata in aula e che intende ripresentare), fare di Milano la capofila della Giornata europea della cultura ebraica, ricordando che gli ebrei sono «le fondamenta» dell’Europa, e rendere operativo il gemellaggio con Tel Aviv.
Diana De Marchi, consigliera comunale del Pd e presidente della Commissione Pari opportunità di Palazzo Marino, ha raccontato che pensa di attaccare la kippà alla borsa per essere riconoscibile anche lei, e ha denunciato un meccanismo che la tocca da vicino: se si sa che sei ebrea, ti viene chiesto conto di ciò che accade in Medio Oriente. «Ma cosa significa qual è la mia posizione su Gaza? Io difendo i diritti delle persone», ha detto, rivendicando il diritto di vivere con normalità la propria identità ebraica.
Mariangela Padalino, capogruppo di Noi Moderati a Palazzo Marino, ha raccontato di indossare la kippà per la prima volta, per riconoscenza verso una comunità da cui è venuto «uno dei miei maestri di vita», e ha portato i saluti del presidente del partito Maurizio Lupi: «Basta con l’antisemitismo».
Memoria, Resistenza e Costituzione
Alessandro Litta Modignani, presidente dell’Associazione milanese Pro Israele, ha esordito spiegando: «non parlerò di Israele, e non mi rivolgo agli ebrei ma a tutti gli altri. Se un rabbino viene aggredito nelle strade di Milano, è una vergogna italiana, non è un problema degli ebrei». Per questo, ha spiegato, la piazza si è riempita di tricolori. Litta ha ricordato la Senatrice Liliana Segre, costretta a vivere sotto scorta e additata nei cortei come «agente sionista», e ha sottolineato che gli ebrei erano a Roma prima dei cristiani: sono italiani come tutti gli altri, e la loro battaglia è «la lotta di tutti gli italiani».
Roberto Cenati, già presidente dell’Anpi provinciale di Milano, ha richiamato il valore simbolico del luogo: nel convento dei Servi di Maria accanto alla basilica di San Carlo, nel gennaio 1944, Eugenio Curiel diede vita con padre David Maria Turoldo e altri al Fronte della Gioventù, a testimonianza del ruolo degli ebrei nella Resistenza. L’antisemitismo, ha detto, è «un virus secolare» che sembra sopito e poi riemerge con forza, e oggi rappresenta un’emergenza nazionale che ferisce la democrazia e contraddice l’articolo 3 della Costituzione. Un segnale, ha ricordato, era già arrivato sette anni fa, quando a Liliana Segre fu assegnata la scorta.
Sul tema della memoria si è soffermato anche Carlo Giovanardi, che ha raccontato di aver sempre creduto che le tragedie della storia non si sarebbero ripetute, fino al 7 ottobre. Nato nel 1950, ha detto di conoscere la Seconda guerra mondiale solo dai libri, ma di sentire come impegno comune quello di impedire che quelle tragedie tornino, ricordando anche che in Israele vivono circa due milioni di cittadini arabi, rappresentati in Parlamento.
Dalle voci iraniane ai cristiani per Israele
Forte la presenza della diaspora iraniana. Rayhane Tabrizi, attivista iraniana, ha detto di non poter accettare che, in una città democratica dove si è rifugiato chi è fuggito dalla Repubblica islamica, qualcuno debba nascondersi perché ebreo. Il giorno in cui a Milano si è sventolata la bandiera di Hamas accanto a quella del regime iraniano, ha detto, «per me era già la morte della libertà».
Melica, dell’Associazione Italia-Iran, ha ricordato il legame tra persiani ed ebrei che risale all’epoca di Ciro il Grande, un legame che «nessuno può interrompere», e ha raccontato di essere stata attaccata insieme alla comunità ebraica durante l’ultimo corteo del 25 aprile.
Infine le voci cristiane. Edda Fogarollo, di Cristiani per Israele-Italia, arrivata con altri da diverse città, ha parlato di un tempo nuovo, in cui i cristiani scelgono di stare «dalla parte degli ebrei» e di cambiare una storia che ha segnato il cristianesimo.









