di Anna Balestrieri
La nuova commedia diretta da Lewen, nelle sale americane il 18 settembre, racconta la storia di due dodicenni decisi a sottrarsi alla fine dell’estate e a rimanere nel campo estivo ebraico quando tutti gli altri torneranno a casa. Una fuga infantile che diventa, sotto la superficie della commedia, una storia sull’appartenenza.
C’è un luogo in cui, per generazioni di bambini ebrei americani, l’identità si impara lontano dalla scuola, dalla sinagoga e dalla famiglia: il campo estivo. È lì che si trascorrono settimane tra sport, rituali, amicizie, primi amori e scherzi, in una parentesi sospesa dalle regole della vita quotidiana. Ed è forse lì, sostiene il regista Michael Lewen, che molti imparano anche un’altra arte tipicamente ebraica: la capacità di trasformare qualsiasi esperienza in una battuta.
Da questa memoria personale nasceTiny Fugitives, la nuova commedia diretta da Lewen, che arriva nelle sale americane il 18 settembre. Ambientato nel fittizio Camp Fineman, il film segue due dodicenni decisi a sottrarsi alla fine dell’estate e a rimanere nel campo quando tutti gli altri torneranno a casa. Una fuga infantile che diventa, sotto la superficie della commedia, una storia sull’appartenenza e sulla paura di perdere il luogo nel quale per la prima volta ci si è sentiti davvero a casa.
Quando il campo diventa il mondo
Il protagonista Jacob Udell è un ragazzino popolare al campo ma molto meno fortunato nella scuola pubblica. Per lui l’estate significa amicizie, gerarchie sociali, piccoli traguardi sentimentali e soprattutto la possibilità di essere qualcun altro rispetto al bambino che conoscono gli insegnanti.
La situazione cambia durante il tradizionale giorno delle visite dei genitori, quando Jacob scopre che la famiglia sta attraversando una separazione e che forse l’anno successivo non ci saranno abbastanza soldi per permettergli di tornare. Con l’amico Charnis decide allora di compiere l’impensabile: non salire sull’autobus che riporta a casa i campeggiatori e provare a vivere al campo tutto l’anno.
L’idea ha qualcosa di assurdo e insieme di profondamente infantile: se quel luogo è migliore del mondo esterno, perché mai dovrebbe essere necessario lasciarlo?
La nostalgia come materiale comico
Lewen conosce bene questo universo. Cresciuto al Camp Modin nel Maine, ha trasformato i ricordi del campo in una delle principali fonti della propria comicità. Anche il coautore Jacob Kaplan ha trascorso le estati in un Jewish summer camp e ha costruito parte della propria attività artistica attorno a quel mondo.
La sceneggiatura nasce così dall’incrocio fra ricordi personali, episodi realmente vissuti e invenzioni suggerite dagli stessi giovani interpreti. Il campo estivo diventa un laboratorio della memoria: abbastanza lontano dall’infanzia da poter essere osservato con ironia, ma abbastanza vicino da conservare intatta la sua forza emotiva.
A inseguire i due ragazzi c’è Bob, interpretato da Johnny Knoxville, il veterano del campo che si comporta come se la fuga dei bambini fosse una questione di vita o di morte. Il personaggio porta nel film la fisicità demenziale dell’universo Jackass, con inseguimenti, incidenti e una quantità considerevole di botte. Ma sotto la superficie slapstick custodisce una verità più malinconica: un campo estivo è speciale anche perché finisce.
Un’identità ebraica senza spiegazioni
Uno degli aspetti più interessanti di Tiny Fugitives è che l’ebraicità del campo non viene trasformata nel tema dichiarato del film. È semplicemente l’ambiente nel quale la storia accade, una presenza costante ma discreta.
L’umorismo passa attraverso dettagli che per un pubblico ebraico americano possono essere immediatamente riconoscibili: una vecchia bottiglia di Manischewitz dimenticata nella sala da pranzo, una kippah utilizzata in modo del tutto improprio, riferimenti al valore simbolico di 18 dollari, battute che evocano la politica israeliana senza bisogno di spiegarle.
È una Jewishness quotidiana, quasi ambientale, che non chiede allo spettatore di fermarsi a contemplarla. Proprio per questo risulta più interessante di una rappresentazione che senta continuamente il bisogno di dichiarare quanto sia ebraico ciò che sta mostrando.
Da Stand by Me a Heat
Lewen guarda apertamente alla tradizione della commedia adolescenziale americana e al cinema della formazione. Il film richiama Stand by Me, Superbad e, in modo più sorprendente, il cinema di Michael Mann. L’inseguimento tra il dodicenne Jacob e il suo antagonista adulto Bob viene persino pensato come una versione infantile del confronto fra Robert De Niro e Al Pacino in Heat.
La differenza è naturalmente radicale: qui non ci sono rapinatori e poliziotti, ma un bambino che non vuole tornare a casa e un adulto che vuole impedirgli di trasformare il campo in una residenza permanente.
La presenza di Knoxville rafforza il registro fisico e anarchico della commedia, ma il cuore del film rimane il rapporto fra Jacob e Charnis e la loro convinzione che l’estate non debba necessariamente finire.
Il luogo in cui finalmente si appartiene
Al di là delle gag, Tiny Fugitives sembra voler raccontare qualcosa di più universale attraverso un’esperienza particolarmente ebraico-americana.
Per alcuni ragazzi il luogo in cui sentirsi finalmente a proprio agio è una squadra sportiva; per altri un gruppo di amici, una scuola, un’associazione o la casa dei cugini. Per Lewen e Kaplan quel luogo è stato il campo estivo ebraico.
Il film suggerisce così che l’appartenenza non nasce necessariamente da una grande dichiarazione identitaria: può nascere dalla sensazione molto più semplice di essere finalmente nel posto giusto.
È anche per questo che la nostalgia del campo assume un significato più ampio. I campeggiatori tornano ogni estate nello stesso luogo per ripetere rituali apparentemente identici, ma ogni estate sono un po’ diversi. Il campo promette continuità mentre, inevitabilmente, prepara alla separazione.
Una commedia ebraica per tutti
Tiny Fugitives è una commedia vietata ai minori se non accompagnati da un adulto, nonostante i suoi protagonisti abbiano dodici anni. Una scelta curiosa, perché proprio i ragazzi della loro età sono tra gli spettatori che gli autori vorrebbero raggiungere.
L’obiettivo è infatti quello di realizzare qualcosa che i giovani possano riconoscere come proprio: un film nel quale l’ebraicità non sia un problema da risolvere, una lezione da impartire o un elemento esotico, ma semplicemente parte dell’ambiente e della vita dei personaggi.
È forse questa la scommessa più interessante di Tiny Fugitives. In un momento nel quale l’identità ebraica americana viene raccontata spesso attraverso il conflitto, la politica o la memoria della persecuzione, il film sceglie una strada diversa: raccontare gli ebrei mentre fanno quello che fanno tutti gli adolescenti — innamorarsi, litigare, scherzare, combinare guai e cercare disperatamente di non tornare a casa alla fine dell’estate.
E forse è proprio questa normalità, più ancora delle battute, la parte più originale della commedia.



