di Anna Balestrieri
La giornalista francese Nora Bussigny porta in Italia la sua inchiesta sull’antisemitismo della nuova sinistra radicale. Ma è soprattutto il capitolo dedicato al nostro Paese a rendere questa edizione di Seferottobre qualcosa di più di una semplice traduzione. Il volume sarà presentato il 17 settembre a Pordenone. Il 6 ottobre sarà la volta di Roma e l’8 ottobre di Milano (seguiranno dettagli).
Ci sono libri che arrivano in traduzione quando la loro attualità è già consumata. I nuovi antisemiti di Nora Bussigny arriva invece in Italia nel momento in cui la questione che affronta — il rapporto fra antisemitismo, antisionismo e militanza radicale — è diventata una delle più difficili da discutere nello spazio pubblico europeo. Pubblicato in Francia nel 2025 da Albin Michel, il libro nasce da un anno di infiltrazione nei mondi dell’ultrasinistra francese, tra manifestazioni, università, collettivi militanti, social network e ambienti vicini all’islamismo radicale. Ha ricevuto il Prix Edgar Faure per il libro politico e ha suscitato un dibattito tutt’altro che marginale.
Bussigny non osserva il fenomeno dalla distanza rassicurante dell’analista. Entra nei suoi ambienti, ne assume linguaggi e codici, partecipa alle mobilitazioni e raccoglie dall’interno parole, slogan, conversazioni e comportamenti. È una scelta giornalistica che costituisce insieme la forza e il limite del libro. La forza sta nella quantità di materiale concreto che permette di vedere come un pregiudizio si costruisca nella pratica quotidiana; il limite è il rischio, inevitabile in ogni lavoro undercover, di trasformare una selezione di ambienti particolarmente radicali nella rappresentazione di un universo più vasto e composito.
Il bersaglio dell’autrice non è l’antisionismo in quanto tale. Ed è una distinzione che merita di essere mantenuta, soprattutto quando il tema entra nel territorio, sempre scivoloso, del dibattito politico. Criticare le politiche di Israele, contestare il sionismo o sostenere la causa palestinese non equivale automaticamente a manifestare antisemitismo. Il problema nasce quando la categoria di Israele diventa un dispositivo attraverso il quale gli ebrei vengono nuovamente trasformati in un collettivo sospetto, quando gli stereotipi antiebraici vengono riciclati in un vocabolario apparentemente nuovo o quando la presenza ebraica nello spazio pubblico viene subordinata alla posizione assunta sul conflitto mediorientale.
È precisamente questa capacità dell’antisemitismo di cambiare lessico senza necessariamente cambiare struttura che interessa Bussigny. Dopo il 7 ottobre 2023, sostiene l’autrice, alcuni ambienti dell’ultrasinistra hanno radicalizzato posizioni già presenti, facendo dell’antisionismo non soltanto una posizione politica, ma in determinati casi una grammatica identitaria attraverso cui leggere gli ebrei, Israele e il conflitto. Il libro segue questa trasformazione nei luoghi in cui le idee diventano militanza: dalle università alle manifestazioni, dai collettivi alle piattaforme digitali.
Il risultato è volutamente scomodo. Bussigny non cerca tanto di costruire una nuova teoria dell’antisemitismo quanto di mostrare come la teoria diventi comportamento, come determinate parole possano normalizzarsi all’interno di gruppi che, contemporaneamente, si definiscono antirazzisti e impegnati nella lotta contro le discriminazioni. È qui che il libro trova il suo interesse maggiore: nella contraddizione fra l’autorappresentazione di certi ambienti e ciò che emerge dalle loro pratiche.
Un capitolo sulla situazione in Italia
Ma l’edizione italiana introduce un elemento che cambia la prospettiva. I nuovi antisemiti non è infatti soltanto la traduzione dell’inchiesta francese: contiene un capitolo inedito, “La meccanica dell’odio: il caso italiano”. Ed è proprio questo capitolo a fare dell’edizione pubblicata da Seferottobre (casa editrice dell’associazione Setteottobre) un libro destinato a un pubblico che non abbia già letto l’originale francese.
La scelta è significativa. L’Italia non è semplicemente chiamata a riconoscersi, per analogia, nel quadro francese. L’aggiunta invita piuttosto a chiedersi se e in quale misura le dinamiche osservate da Bussigny in Francia abbiano assunto forme proprie nel nostro Paese. È una domanda più interessante di quella, assai più semplice, che consiste nel chiedersi se anche in Italia esista antisemitismo.
Perché l’antisemitismo contemporaneo non si presenta necessariamente con i simboli e il vocabolario della tradizione. Può assumere la lingua dei diritti, della decolonizzazione, dell’intersezionalità, della denuncia del razzismo. Può presentarsi come opposizione a Israele e, in alcuni casi, oltrepassare quasi impercettibilmente il confine fra la critica a uno Stato e la delegittimazione degli ebrei in quanto tali. La questione decisiva non è dunque stabilire quale etichetta politica utilizzi chi parla, ma osservare che cosa accade quando quella lingua viene applicata agli ebrei.
È anche per questo che il libro di Bussigny va letto con una certa distanza critica. Una recensione seria non può ignorare le obiezioni rivolte alla sua metodologia: l’infiltrazione consente di documentare conversazioni e atteggiamenti difficilmente osservabili con gli strumenti ordinari del giornalismo, ma non produce automaticamente un campione rappresentativo della realtà che pretende di descrivere. Alcuni critici hanno contestato proprio questo passaggio dall’esperienza dei gruppi infiltrati alla diagnosi generale sull’ultrasinistra.
Il valore del libro, tuttavia, non dipende dalla possibilità di trasformare le sue osservazioni in una statistica dell’antisemitismo. Il suo interesse sta piuttosto nel mettere a disposizione del lettore una casistica, un repertorio di linguaggi e soprattutto una domanda: che cosa accade quando un pregiudizio antico trova ospitalità dentro ideologie e movimenti che, sul piano esplicito, dichiarano di combattere ogni forma di discriminazione?
La domanda è particolarmente urgente in Italia, dove il dibattito sull’antisemitismo tende ancora troppo spesso a oscillare fra due semplificazioni opposte: da una parte l’idea che ogni critica a Israele sia sospetta; dall’altra quella secondo cui l’accusa di antisemitismo sarebbe soltanto uno strumento per impedire la critica a Israele. Fra questi due estremi esiste un territorio molto più vasto, nel quale occorre imparare a distinguere.
È qui che il capitolo italiano può assumere un valore che va oltre la cronaca dell’ennesima polemica sul conflitto israelo-palestinese. Se l’inchiesta francese mostra una trasformazione del linguaggio politico, il caso italiano permette di verificare quanto quella trasformazione sia esportabile, quanto dipenda invece dalla storia politica e culturale di ciascun Paese e quali forme assuma quando entra in contatto con il nostro sistema politico, universitario e mediatico.
In questo senso, I nuovi antisemiti è meno un libro sull’odio, ma piuttosto un libro sulla sua metamorfosi. Bussigny non sostiene che l’antisemitismo sia ricomparso dal nulla dopo il 7 ottobre: mostra piuttosto come un pregiudizio antico possa trovare nuove legittimazioni, nuovi ambienti e soprattutto nuove parole.
Ed è forse questa la ragione per cui vale la pena leggerlo anche quando non si condividano tutte le conclusioni dell’autrice. Un’inchiesta può essere discussa, contestata, ridimensionata. Ma quando costringe a interrogarsi sui meccanismi attraverso cui una società riconosce — o non riconosce — l’odio contro gli ebrei, ha già prodotto qualcosa di più importante di una polemica editoriale.
Il vero interrogativo lasciato da Bussigny non è infatti chi siano “i nuovi antisemiti”. È come una società possa accorgersi che un antisemitismo nuovo è già diventato, per alcuni, una lingua perfettamente contemporanea.
Il libro sarà presentato giovedì 17 settembre 2026 alle ore 19.00 nell’ambito di Pordenonelegge, all’Arena Europa (Porto di Pordenone sul Noncello). Il 6 ottobre sarà la volta di Roma e l’8 ottobre di Milano (seguiranno dettagli).



