Gece 2026. Il ciclo pittorico “Eden Amore Infinito” dell’artista Barbara Nahmad

(Da sinistra Vittoria Coen, Barbara Nahmad)

di Michael Soncin
Barbara Nahmad è solita lavorare per grandi cicli narrativi e lo fa affrontando una dimensione, un tema di suo particolare interesse, dedicando poi anni a realizzare le proprie opere. È il caso del ciclo Eden, una serie di dipinti esposti a Milano al Teatro Franco Parenti in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica 2026, che ha visto l’artista dialogare di fronte ai dipinti insieme alla curatrice Vittoria Coen.

Credere nel futuro nonostante le difficoltà

«L’idea è nata nel 2008 periodo della crisi finanziaria globale, che ha visto l’Occidente di fronte ad una sorta di spaesamento. Partendo da questo presupposto, sono andata indietro nella storia cercando di capire in quale epoca, con le “tasche vuote”, la felicità era comunque presente e si aveva, nonostante tutto, una visione del futuro», racconta Nahmad. Quel momento di speranza l’ha ritrovato nel secondo dopoguerra, negli anni immediatamente precedenti alla creazione dello Stato di Israele e nei primi anni della sua esistenza.

«Un giorno, sono andata alla biblioteca della Scuola Ebraica di Milano e ho consultato dei libri fotografici. Questa serie è un condensato: il mio humus, la mia famiglia, una dimensione collettiva che è specchio, in qualche modo, di un’esperienza personale, ma anche della storia delle comunità, delle comunità ebraiche di tutto il mondo». L’ho chiamata Eden perché è una parola presente in tutte le lingue, senza una traduzione e poi perché è un inizio, è l’infanzia di un processo».

La sensazione della sabbia ricreata sulla tela

 Le opere realizzate con la tecnica dell’olio su tela, hanno una superficie opaca, che richiama – come spiega l’artista – all’idea di “sabbiosità”. «Questa idea di una pittura molto asciutta, come fosse un ricordo nel passato, in cui tutti i particolari non sono definiti, è una narrazione del profondo». La pittura differisce qui dai miei lavori precedenti. È cambiata perché sentivo la necessità di raccontare una memoria, una memoria che non era personale, ma collettiva».

Da lontano sembra che quelle foto, osservate da lei sui libri in biblioteca, siano state ritagliate e affisse sulla tela dipinta, come in un collage di immagini in bianco e nero. Avvicinandosi, invece, si notano i particolari non definiti, i volti sfocati e le pennellate asciutte di cui lei tanto parla.

Le diverse sfumature dell’amore

Il tema dell’amore lo vediamo rappresentato in varie declinazioni: «C’è l’amore tra due persone, tra un gruppo, l’amore spinto dal desiderio di collaborazione per costruire una nuova nazione, l’amore per Dio. L’amore è un termine molto ampio, come la parola vita».

L’opera Child

Analizzando Child una delle opere presenti, la curatrice Vittoria Coen la definisce, a suo avviso: «una delle più significative testimonianze del ciclo Eden di Barbara Nahmad».

La critica d’arte osserva che i bambini, simbolo del futuro, sono raffigurati come se fossero tra loro dei gemelli. Infatti, guardandoli attentamente, si assomigliano tutti.

«Traspare idea di entusiasmo. È ben visibile, anche dal punto di vista tecnico, attraverso l’uso dell’olio su tela, il processo attraverso il quale Barbara è giunta a queste figure, dopo aver consultato riviste e rotocalchi dell’epoca del secondo dopoguerra. Questo spirito di speranza, di rinnovamento, di costruzione del futuro si nota anche attraverso queste linee molto sottili che attraversano la tela e che sembrano delimitare il paesaggio. Linee che stanno anche a significare una sorta di legame tra loro. Tanti volti come se fossero un’unica persona, tante idee provenienti da un unico uomo o donna, che sia».

Un coro polifonico

Accanto al cartellino con la didascalia, ritroviamo anche le voci di autori, scrittori per la maggioranza israeliani. Una citazione per ogni opera.

«Le citazioni non sono casuali, ma nello stesso tempo non sono filologicamente in relazione col quadro. È l’artista stessa a suggerire un’idea di affinità, pur partendo da punti di vista diversi, come un filo che unisce diverse voci, ciascuna con una visione personale. Sono pensieri scissi dalle opere di Barbara, parole che non sono state scritte per le sue opere e questo è molto interessante per comprendere lo spirito con il quale questi quadri sono stati fatti», conclude Coen.