di Nathan Greppi
Un certo spazio è stato dedicato al cinema nel corso della Giornata Europea della Cultura Ebraica, tenutasi domenica 6 settembre. In particolare, nel pomeriggio il Teatro Franco Parenti ha ospitato l’evento “Perturbamento e passione. Il Dybbuk e doppio sogno”.
Il dybbuk tra due mondi
La prima parte dell’incontro ha avuto come tema il dybbuk, lo spirito che secondo la tradizione ebraica si attacca ai corpi altrui per possederli. Dybbuk è anche il nome della più importante opera del teatro yiddish, scritta dall’autore ebreo russo Sholem Ansky e messa in scena per la prima volta nel 1920.
Quest’opera ha ricevuto alcuni adattamenti cinematografici, tra cui uno polacco del 1937 del quale sono state proiettate in sala alcune scene. Il film è stato realizzato “ricorrendo in gran parte ad attori e attrici che erano stati tra i protagonisti della prima edizione teatrale del Dybbuk del 1920”, ha spiegato lo storico del teatro Antonio Attisani.
Ha raccontato che quella narrata è “la storia di un amore impossibile, perché è un amore che si realizza in un mondo dominato da interessi materiali”. I due innamorati si riconoscono l’uno nell’altro, e quella che li lega è “una unione immediata, riconosciuta da tutti”. Ma sono prigionieri di circostanze storiche che rendono il loro amore impossibile, perché lui è un povero studente di una yeshiva e lei è stata data in sposa dal padre ad un uomo ricco.
Il ragazzo, ricorrendo alla Kabbalah, cerca di fare una sorta di incantesimo per diventare ricco e poterla sposare, ma invece muore e diventa un dybbuk. Questi possiede l’amata finché un rabbino non pratica un esorcismo. Purtroppo, anche la giovane muore.
Il sottotitolo dell’opera originale è “tra due mondi”. Attisani ha spiegato che una prima differenza è quella tra il mondo yiddish e Ansky, un antropologo laico e socialista che aveva partecipato alla Rivoluzione Russa, e che non si sentiva pienamente parte del primo mondo. La rappresentazione originale era ad opera della Vilna Troupe, compagnia teatrale di lingua yiddish, e successivamente è stato portato in lingua russa al Teatro Habima.
Attisani ha spiegato che dopo l’ascesa del nazismo in Germania, “il Ministro della Propaganda Joseph Goebbels ordinò ai suoi funzionari di comprare tutte le copie di questo film in tutto il mondo, e distruggerle”. Sul perché Goebbels fosse tanto ossessionato da film fiabesco, non esistono spiegazioni univoche.

Il doppio sogno di Kubrick
Il tema della passione ricorre anche nella seconda parte dell’incontro, dedicata al film del 1999 Eyes Wide Shut, l’ultimo realizzato da Stanley Kubrick. Ebrei erano sia Kubrick sia l’autore del racconto dal quale è tratto il film, l’austriaco Arthur Schnitzler.
Il saggista e opinionista Niram Ferretti ha affermato che mentre nel Dybbuk il legame con il mondo ebraico è evidente, “il film di Kubrick è profondamente ebraico nei riferimenti e nelle intertestualità. In tutto un mondo che non è immediatamente apparente”. Lo ha definito “uno dei film più fraintesi, più sottovalutati del grande regista americano”.
La pellicola parla di un medico e sua moglie (interpretati rispettivamente da Tom Cruise e Nicole Kidman), all’apparenza felicemente sposati ma che una sera litigano dopo che un altro uomo ci ha provato con lei. Successivamente, dopo che un suo paziente anziano muore, la figlia di questi ci prova con il medico presa da una condizione emotiva che non riesce a controllare.
Alla base della novella originale vi era il perturbamento, trattato nel 1919 dal libro Das Unheimliche (“Il perturbante” nella versione italiana) di Sigmund Freud. Il termine tedesco “heimliche”, ha spiegato Ferretti, originariamente indica “ciò che è domestico, ciò che è familiare, che pertiene all’ambito della conoscenza familiare e che rientra nell’ambito dell’ordine, di ciò che conosciamo. Ciò che crediamo di conoscere meglio è la nostra famiglia”.
Un’espressione emblematica, così come è emblematico il titolo stesso del film di Kubrich, in quanto Eyes Wide Shut letteralmente significa “occhi spalancati chiusi”. Un ossimoro solo in parte, perché “gli occhi spalancati chiusi sono quelli di chi sogna. Noi sappiamo che durante la fase del sogno, l’occhio non si muove. Ed è esattamente quello che Kubrick ha voluto rappresentare”.
Ferretti ha raccontato che Kubrick ha letto la novella originale di Schnitzler intorno al 1968, e ci ha messo oltre trent’anni a realizzare l’adattamente cinematografico. E ne ha ricalcato fedelmente la trama, in quanto “la novella di Schnitzler è già il film, perché Kubrick trova delle profondissime affinità con la sua concezione dell’uomo”.



