di Ilaria Myr
Una delle calunnie più antiche e insidiose che fondano l’antisemitismo nel mondo cristiano è quella per cui l’ebraismo sarebbe incapace d’amore perché la divinità in cui esso crede, quella che agisce nell’ “Antico Testamento” sarebbe un Dio crudele, vendicativo, violento, legalista, a sua volta incapace d’amore. Di questo si è parlato durante la mattinata della Giornata Europea della cultura ebraica ebraica a Milano, nella sinagoga centrale, in un panel moderato da Paolo Salom, direttore dei media della Comunità ebraica di Milano, in cui sono intervenuti rav Alfonso Arbib, Lucetta Scaraffia e Gadi Luzzatto Voghera.
Rav Alfonso Arbib ha trattato l’argomento problematizzandolo, ponendo, “all’ebraica”, più domande. Partendo dal libro di Giona, che si legge a Kippur, il rabbino capo di Milano ha ricordato come per l’ebraismo «il mondo sia stato creato da una mescolanza di benevolenza e giustizia, dando vita a un equilibrio molto instabile. Il mondo è fatto di incoerenza, e l’amore rischia di creare situazioni di ingiustizia».
Venendo poi al precetto ebraico “ama il prossimo tuo come se stesso” (Levitico, 19:18) Rav Arbib, citando rabbi Akivà, si chiede: «Si può imporre di amare qualcuno? Ma veramente possiamo amare uno sconosciuto come noi stessi? Nell’ebraismo è importante trasformare il sentimento in azione. Un maestro contemporaneo, Rav Eliahu Dessler, disse che si deve aiutare per primo il proprio nemico, perché in questo modo si agisce sui propri sentimenti e si possono superare le ostilità».
Scaraffia: “nella tradizione cristiana gli ebrei sono cattivi perché considerati incapaci di amare”
«Il tema dell’amore è al cuore di ogni forma di antisionismo». Così ha esordito la storica del cristianesimo Lucetta Scaraffia interrogata da Paolo Salom sul tema della contrapposizione diffusa fra il Dio di vendetta degli ebrei contrapposto a quello di amore dei cristiani. «Nella storia del cristianesimo e in particolare del cattolicesimo l’immagine di un Dio più di giustizia che di amore si è trasformata in incapacità degli ebrei di amare. Nelle trasmissioni più basse Gesù viene dipinto come il primo che ha insegnato ad amare il prossimo. Ma anche se molti studi hanno chiarito che nessuna parola che ha detto Gesù si allontana dalla tradizione ebraica, il messaggio cristiano si è distaccato dalla tradizione ebraica nell’insegnamento di “ama il prossimo tuo”. Questo ha portato poi a una deformazione dell’immagine dell’ebreo, a cui non è chiesto di amare il prossimo, e quindi è cattivo».
Prova ne sono gli articoli scritti da Monsignor Umberto Benigni sulla sua rivista Fede e ragione, che negli anni ’20-’30 del 900 divulgava contenuti antisemiti, nonché la traduzione, a lui attribuita, dei Protocolli dei Savi di Sion. «Alla base di tutto ciò c’era la convinzione che gli ebrei erano cattivi perché portavano avanti la secolarizzazione, oltre ad avere dato un contributo alla nascita del comunismo».
Arrivando ad oggi, Scaraffia ha citato la storia dei bambini di Gaza, a cui è stato proposto di assegnare il premio Nobel per la pace. «Premesso che di solito questo premio viene dato a chi lavora attivamente per la pace, questa proposta, appoggiata in prima battuta dal quotidiano della Cei Avvenire, è un modo per ricordare quanto sono cattivi gli ebrei».
«La questione – ha concluso- è che nella tradizione cristiana l’amore di Dio non è mai problematizzato, non si discute, e non viene neanche discussa la capacità di amore delle persone a cui viene chiesto di farlo. Non mi sembra che tutto questo amore reciproco si stia realizzando e si sia realizzato nei secoli, forse problematizzarlo aiuterebbe…».
Luzzatto Voghera e l’evoluzione dell’idea di amore e giustizia nella contemporaneità ebraica
Infine Gadi Luzzatto Voghera ha fatto una carrellata della storia degli ebrei nella contemporaneità per capire come sia stata declinata l’idea di amore e di giustizia.
«La modernità ebraica risente della secolarizzazione che produce non solo una crisi nella fede di Dio, ma anche una trasformazione del luogo nel quale Dio viene cercato – ha spiegato -. In una prima fase, quella dell’emancipazione, si ha la prima trasformazione dell’idea di Dio che viene progressivamente reinterpretato attraverso altre categorie, prima fra tutte il progresso. Quindi si considera non solo quello che Dio ci dà, ma anche quello che può fare l’uomo come cittadino della storia».
Una seconda fase successiva è quella del sionismo, che secolarizza l’idea della redenzione. «Con il sionismo il ritorno a Sion dipende dall’uomo, non più da Dio. Non a caso i padri del sionismo erano profondamente secolarizzati».
La terza fase è Auschwitz, che segna una cesura netta. «Con Auschwitz, il problema non è più soltanto dove sia l’uomo, ma dove sia Dio. Non è più soltanto l’uomo moderno a chiedersi ‘dove è Dio?’. È l’esperienza stessa della Shoah a rendere questa domanda quasi insostenibile. In questo contesto, il pensiero di Hans Jonas è fondamentale. Nel suo testo intitolato Il concetto di Dio dopo Auschwitz, Jonas propone una tesi straordinariamente audace: per poter continuare a pensare Dio dopo Auschwitz, bisogna mettere in discussione l’idea tradizionale di un Dio “onnipotente, provvidente e presente nella storia”. La proposta di Jonas è che Dio non è più quello che interviene nella storia per impedire il male. Dio che, nella creazione, “rinuncia alla propria onnipotenza”, lascia spazio alla libertà e alla responsabilità dell’uomo. In definitiva, Dio lascia nelle mani dell’umanità l’arbitrio di intervenire sui temi dell’amore e della giustizia. Sono temi che Dio affida nelle mani dell’umanità».
La storia dell’ebraismo moderno naturalmente è molto più complessa. Dopo Auschwitz, infatti, Dio non scompare affatto. Emergono nuove forme di teologia ebraica: Buber, Rosenzweig, Levinas, Fackenheim, Jonas, ma anche una pluralità di posizioni ortodosse, conservatrici e riformate. «Siamo quindi di fronte non alla ‘scomparsa’ di Dio, ma alla scomparsa di un certo modo di pensare la presenza di Dio nella storia», conclude Luzzatto Voghera.


