di Ilaria Myr
Così Giovan Battista Brunori, Corrispondente Responsabile dell’Ufficio Rai per il Medio Oriente, ha iniziato il suo attesissimo intervento alla XXVII Giornata Europea della Cultura Ebraica, durante la mattinata alla Sinagoga Centrale di Milano. Sollecitato da Paolo Salom, neo-direttore dei media della Comunità ebraica, Brunori ha spiegato al pubblico le principali sfide dello svolgere il suo lavoro in un teatro di guerra complesso come quello medio-orientale, andando anche incontro a veri e propri attacchi personali.
«Durante l’ultima guerra, la peggiore dello stato di Israele, noi giornalisti avevamo quasi esclusivamente solo fonti di Hamas, che aveva all’attivo 1600 addetti alla comunicazione, il triplo di quelli dell’esercito israeliano. Purtroppo se Israele dal punto di vista della deterrenza ha vinto, la guerra della propaganda l’ha persa». Così Giovan Battista Brunori, Corrispondente Responsabile dell’Ufficio Rai per il Medio Oriente, ha iniziato il suo attesissimo intervento alla XXVII Giornata Europea della Cultura Ebraica, durante la mattinata alla Sinagoga Centrale di Milano.
Sollecitato da Paolo Salom, neo-direttore dei media della Comunità ebraica, Brunori ha spiegato al pubblico le principali sfide dello svolgere il suo lavoro in un teatro di guerra complesso come quello medio-orientale, andando anche incontro a veri e propri attacchi personali. Proprio di recente, come ha ricordato il presidente Walker Meghnagi, Brunori è stato oggetto di una campagna diffamatoria all’interno della Rai, che ha immediatamente preso le sue difese.
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«Quello che mi anima è l’amore per il mio lavoro e sono grato alla Rai che mi consente di essere in mezzo ai fatti che coinvolgono la vita del pianeta e per la fiducia che mi ha accordato mandandomi tre anni fa in Medio Oriente e che continua a dimostrarmi tutt’oggi – ha esordito -. Il mio lavoro consiste nel mettere non me stesso in evidenza – anche se ho realizzato dal 7 ottobre più di 8.000 servizi – ma i fatti dove accadono e raccontare le sofferenze e le realtà delle persone. Questo mi dà ogni giorno la forza».

La maggiore difficoltà affrontata in questi anni è però la forza comunicativa di Hamas rispetto all’efficacia di quella di Israele, come è stato evidente il 17 ottobre 2023 con il bombardamento all’ospedale Al-Ahli di Gaza. «Dopo pochi minuti, Hamas aveva pronto un comunicato che diceva che era stato Israele a colpirlo e che aveva causato 500 morti, dando i dettagli di quanto uomini, donne e bambini – ha raccontato -. Con una velocità sorprendente, hanno subito dato una versione che è stata ripresa da quasi tutti i media per diverse ore. Solo dopo un po’ si è capito che era stato un razzo della Jihad Islamica andato fuori bersaglio a colpire l’ospedale, facendo qualche decina di morti. Purtroppo per molte ore l’altra versione è mancata, e questa è stata la difficoltà principale in questi anni».
Il risultato è stata una narrazione univoca dei fatti che ha sposato una sola versione dei fatti, mostrificando Israele, spesso fatta anche in nome dell’amore. «La tendenza ad attribuire la colpa solo a una parte ha rafforzato Hamas, che usa bambini come scudi e come soldati. Io stesso ho visto con i miei occhi Gaza trasformata in un’enorme piattaforma terroristica, con gli accessi ai tunnel piazzati davanti ad asili nido, sotto i letti di bambini, negli asili, nelle scuole. Ma la difficoltà nasce dal fatto che molta gente, pensando di fare un atto di amore verso i bambini, dà un’analisi dei fatti difettosa e carente. Molti che parlano di Gaza e Cisgiordania non si muovono dal loro divano. Non conoscono la situazione, molto spesso non sono mai stati in Medio Oriente, non hanno idea della realtà e distorcono, volutamente e no, i fatti, riproponendo cose che leggono sui social. Per questo, potere raccontare di prima mano i fatti è un’occasione preziosa, non perdendo di vista anche quello che di buono fa e ha fatto Israele per il mondo, in materia di salute, di tecnologie, ecc..».
Da parte della politica, però, c’è indubbiamente, ha osservato Paolo Salom, una distorsione nel raccontare questo conflitto rispetto ad altri. «Di recente il vicepresidente americano J.D Vance ha detto, riguardo a un bombardamento Usa su una festa di matrimonio in Iran, che in guerra sono cose che succedono. Ma perché questo non vale per Israele? Perché per tre anni ogni morto causato da Israele (e in alcuni casi anche non da Israele) in quello scenario di guerra veniva sbattuto in prima pagina?».
«Bisogna fare scudo e avere il coraggio di esporre le proprie idee – ha ribattuto Brunori , come hanno fatto Erri De Luca e Francesco De Gregori, che sapevano a cosa andavano incontro opponendosi alla narrativa dominante. Quell’approccio ha aperto una crepa credo significativa. Ci sono nell’informazione alcune luci che tengono aperta questa crepa, come Ernesto Galli della Loggia».
Certo, il conformismo è un problema, e arriva da più parti, con la riproposizione di pregiudizi che si pensavano superati. «Di recente ho letto su un giornale cattolico il titolo “In Israele cristiani perseguitati”, quando ogni domenica si sentono le campane delle chiese che suonano. Ma di cosa stiamo parlando? Per questo vorrei sentire da parte cattolica voci diverse, che rompano con questa narrazione, e sicuramente ci sono, ma non si sentono. Il problema è che se, anche in buona fede, si usa l’amore senza un’analisi vera della realtà, questo amore diventa tossico, come dimostra la “guerra santa” avviata in questi tre anni contro Israele e indirettamente contro gli ebrei, che ha appoggiato e favorito la peggiore ondata di antisemitismo dopo la Shoah».
Non poteva mancare un commento sulle prossime elezioni in Israele del 27 ottobre. «Oggi nessuno dei blocchi ha la maggioranza – ha spiegato -. Quello che è certo è che Netanyahu, secondo sondaggi, non è mai riuscito ad avere la maggioranza per governare. Sicuramente peserà sull’esito il fatto che lui era capo del governo il 7 ottobre, che i primi giorni è stato in una fase confusionale e non aveva idea di quello che si doveva fare, e nella valutazione finale questo avrà un peso. In generale, nella popolazione israeliana c’è una maggioranza che vuole cambiare pagina dopo 20 anni di lui al potere. Se non dovesse vincere, anche se l’opposizione non parla di alleanza con i partiti arabi, potrebbe esserci un appoggio esterno di partiti come Ra’am, che era in Parlamento nel governo Bennett. Non bisogna però aspettarsi dalle elezioni chissà quale miracolo».
In sintesi, la sfida oggi è riuscire a cambiare una narrativa dominante in cui Israele è presentato come la fonte di tutti i mali del mondo, e di conseguenza lo sono gli ebrei, e sicuramente se Israele rafforzasse la propria comunicazione sarebbe utile.
«Indubbiamente l’odio antiebraico non è di oggi e dobbiamo aspettarci che non sparirà, ma molte cose si possono fare – ha spiegato Brunori -. Bisogna contrastare questa tendenza con un’informazione precisa e tempestiva, anche perché la propaganda antiisraeliana conta su una rete molto efficiente. Se c’è subito un video di Hamas, ci deve subito esserne uno con l’altra versione, se arriva il giorno dopo non serve più. Non bisogna, insomma, avere grandi eserciti ma anche una mira giusta come ebbe il piccolo e giovane David che centrò l’obiettivo sul gigante Golia».


