di Roberto Zadik
Quindici anni ci lasciava la cantante ebrea londinese Amy Winehouse. Divenne famosa con il successo Rehab, in cui rifiutava ogni cura, ma dieci anni fa la sua famiglia intitolava a suo nome una clinica di disintossicazione da alcol e droghe.
La prematura e tragica scomparsa, a soli ventisette anni, di un personaggio di spicco nel panorama artistico internazionale, tanto da essere stata definita dal Times la miglior voce solista del ventunesimo secolo, colpì al cuore i suoi fans. L’artista fu rinvenuta senza vita nella sua abitazione di Camden a Londra il 23 luglio 2011; la morte era stata causata da un’intossicazione etilica acuta con un tasso alcoolico cinque volte superiore alla concentrazione normale.
Personaggio carismatico, fortemente legata alle sue radici ebraiche ma, purtroppo, preda dei suoi eccessi, la cantante inglese aveva origini bielorusse. Weinhause, infatti, il suo vero cognome, che fu inglesizzato dalla sua famiglia in Winehouse quando arrivarono nel Regno Unito, alla fine dell’Ottocento. A svelare questi dettagli è stato il sito Unpacked in un articolo firmato dal giornalista Shaked Karabelnicoff. Una nota personale: ricordo che, dopo aver saputo della sua scomparsa, decisi, come autore del programma biografico ProZadik, di organizzare una puntata speciale su di lei, presentata con emozione ai microfoni della Jewbox Radio, web radio della comunità ebraica di Milano.
Che tipo di ebrea era questa tormentata cantante e qual è stato il suo legame forte ma mai pubblicizzato con l’ebraismo e le sue radici famigliari? Portava sempre una Stella di David al collo, anche se non era certo osservante, pregava solo a Yom Kippur, come specificò lei, “per rispetto” e visse un rapporto difficile soprattutto con gli insegnanti alla scuola ebraica londinese perché era una adolescente ribelle e turbolenta, dichiarando, sarcastica, in un’intervista “in quella scuola non ho imparato niente sulla mia identità ebraica e quando sono andata via non ne sapevo niente”.
Polemica e fragile, dipendente dalle droghe, saliva sul palco stregando i fan con la sua voce avvolgente, a volte strepitosa, altre volte alterata dagli stupefacenti e dall’alcol. Nel 2008 ebbe un enfisema polmonare, a causa dell’abuso di crack e anche dalle svariate bottiglie di alcol che, alla fine, la uccisero quel 23 luglio mentre guardava i video delle sue canzoni, sola in una stanza.
Nonostante le intemperanze e le eccentricità si sentiva molto ebrea, legatissima alla nonna Cynthia tanto da farsi tatuare il suo nome sul braccio come si vede nel documentario Back to Black intitolato come una delle sue canzoni più struggenti, con un video quanto mai profetico in cui lei guida il suo corteo funebre. Suo padre Mitch, nel suo commovente libro Amy, mia figlia, ricorda quanto lei ci tenesse a riunire, per Shabbat, il venerdi sera, assieme ai suoi genitori, anche svariati amici dimostrando una sua fede molto personale. Come disse in una sua intervista sul Guardian “per me essere ebrei significa far parte di una grande famiglia, non c’è nulla di più puro e di più forte del rapporto con Dio, anche se non sono religiosa. Per me la religione va oltre alla semplice accensione di una candela recitando una benedizione”.
Molto controversa, anche se importante, è stata la mostra, nel 2013, al Museo ebraico di Londra, “Amy Winehouse”. Un ritratto famigliare nella quale suo fratello Alex, curatore dell’iniziativa che raccoglieva fotografie e materiali inediti sulla sorella scomparsa e la loro famiglia, venne accusato di aver esagerato il sentimento ebraico della cantante, anche se innegabilmente aveva un rapporto profondo con la sua identità. Fortemente legata al suo quartiere Camden Town e patriottica verso il suo Paese, si sentiva molto londinese; in suo onore venne eretta una statua con la Stella di David al collo che però venne vandalizzata con una bandiera palestinese nel 2024.
Non tutti sanno che il contributo di Amy Winehouse alla società inglese non si limita solo al campo musicale; infatti, come hanno reso noto il Jewish Chronicle e il sito della BBC, dopo la sua prematura scomparsa, dieci anni fa, la sua famiglia ha messo a punto il centro di disintossicazione femminile “Amy Winehouse Rehab” situato in una zona segreta di Londra che ha già curato quasi cento donne, preda dell’alcolismo e delle dipendenze che hanno causato la scomparsa della talentuosa cantante. Un nobile gesto da parte della famiglia dell’artista che, ironia della sorte, divenne famosa con l’irriverente canzone Rehab in cui lei rifiutava qualsiasi invito a disintossicarsi. Forse proprio per questo è nato questo progetto benefico realizzato dalla sua famiglia dopo aver assistito alla sua fine così tragica. La struttura, terapeutica, ideata e finanziata dalla fondazione benefica a lei intitolata, dal momento che era molto generosa e altruista anche in vita, sta avendo grande successo in questo campo e , stando a quanto ha detto in un’intervista alla BBC una sua parente, Jane Winehouse “Amy sarebbe stata molto felice di incontrare le ragazze disintossicate, che stanno qui in un programma di due anni di disintossicazione. Anche se non c’è più è come se fosse spiritualmente sempre qui”. Atmosfera accogliente e professionalità nella struttura, come ha rivelato la giovane ventisettenne Clara, afflitta da problemi di tossicodipendenza come la Winehouse, affermando “mi sono subito sentita a casa qui, condividendo la mia vicenda con centinaia di persone. Le terapie, le cure e il loro sforzo di ripulirsi mi ha spinto a uscirne, non so dove sarei ora se non fossi arrivata qui. Questo posto ha totalmente cambiato la mia vita”. Non solo uno straordinario talento artistico per questa carismatica e fragile icona dei primi anni Duemila ma un concreto gesto di solidarietà da parte dei suoi parenti.
Passata alla storia per la potenza avvolgente della sua voce, che le fece vincere il prestigioso premio Ivor Novello, e quel sound Jazz molto anni Sessanta, Amy Winehouse resta ancora oggi una delle cantanti inglesi più affermate del ventunesimo secolo grazie alle vendite dei suoi album e al fascino della sua personalità che Jane ricorda come “molto legata alla famiglia, spiritosa e brillante, un grande talento”.
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