di Anna Balestrieri
Dalla periferia orientale della Russia alle strade di Istanbul, passando per Varsavia, Amsterdam e Zurigo, alcune testate ebraiche continuano a uscire nonostante guerre, persecuzioni, mutamenti politici e crisi dell’editoria. Sono pubblicazioni molto diverse tra loro, scritte in russo, tedesco, polacco, olandese, yiddish e ladino. Le accomuna una forma di resistenza quasi anacronistica: continuare a stampare significa affermare che una comunità esiste ancora.
Nell’epoca delle notizie consumate con il pollice, tra notifiche, aggiornamenti continui e letture sempre più frammentarie, esistono ancora giornali che affidano alla carta una missione più ambiziosa dell’informazione. Non registrano soltanto il presente: custodiscono lingue, ricompongono genealogie, difendono identità disperse.
Dalla periferia orientale della Russia alle strade di Istanbul, passando per Varsavia, Amsterdam e Zurigo, alcune testate ebraiche continuano a uscire nonostante guerre, persecuzioni, mutamenti politici e crisi dell’editoria. Sono pubblicazioni molto diverse tra loro, scritte in russo, tedesco, polacco, olandese, yiddish e ladino. Le accomuna una forma di resistenza quasi anacronistica: continuare a stampare significa affermare che una comunità esiste ancora.
Non si tratta soltanto di giornali longevi. Sono archivi viventi, luoghi di riconoscimento, strumenti con cui minoranze spesso ridotte nei numeri tentano di sottrarsi alla dispersione. In ciascuno di essi la pagina stampata diventa una frontiera: tra memoria e attualità, tra integrazione e appartenenza, tra una lingua che scompare e una cultura che non vuole arrendersi.
Birobidžan, la stella yiddish sopravvissuta a Stalin
Nell’Estremo Oriente russo, non lontano dal confine cinese, sorge Birobidžan, capoluogo della Regione autonoma ebraica istituita dall’Unione Sovietica negli anni Trenta. Il progetto staliniano avrebbe dovuto offrire agli ebrei sovietici un territorio in cui sviluppare una propria vita collettiva, alternativa tanto al nazionalismo ebraico quanto all’emigrazione verso la Palestina.
Il luogo scelto aveva ben poco di utopico. Inverni rigidissimi, estati torride, paludi, zanzare e distanze immense rendevano la regione un avamposto più che una patria. Neppure l’approvazione diretta di Stalin risparmiò la comunità dalle repressioni. Durante le grandi purghe, diversi esponenti locali furono accusati di tradimento; anche alcuni collaboratori del giornale yiddish Birobidzhaner Shtern, la “Stella di Birobidžan”, vennero condannati a morte.
La testata però, fondata nel 1930, esiste ancora. Oggi pubblica soprattutto in russo, riservando allo yiddish rubriche, racconti e pagine dedicate alla vita ebraica. La tiratura è ridotta a poche centinaia di copie, mentre gli abitanti ebrei della regione sarebbero ormai circa un migliaio.
Il giornale viene realizzato con mezzi che sembrano appartenere a un’archeologia industriale: una vecchia macchina tipografica di metallo verde, rumorosa e macchiata d’inchiostro, collocata in un edificio segnato dal tempo. Ma proprio questa fragilità materiale ne accresce il valore simbolico.
La direttrice, Elena Saraševskaja, non è ebrea, ma coltiva una passione profonda per lo yiddish. Tra i collaboratori figurano il rabbino locale, che scrive delle festività, e autori come Yoel Matveyev, poeta autodidatta capace di comporre racconti fantastici nella lingua degli ebrei dell’Europa orientale.
A Birobidžan lo yiddish non è più la lingua quotidiana di una moltitudine: è diventato il suono di una continuità possibile. Il giornale non può invertire il declino demografico, ma impedisce che la storia locale venga relegata a una nota a piè di pagina dell’esperimento sovietico.
- Leggi anche: Quando Stalin regalò una patria agli ebrei, in Siberia. La strana storia del Birobidžan
Aufbau, il giornale che insegnò agli esuli a New York a ricominciare
La parola tedesca Aufbau significa costruzione, ricostruzione, rinascita. Fu scelta nel 1934 da un gruppo di immigrati ebrei di lingua tedesca che a New York fondò un giornale destinato a diventare uno dei punti di riferimento dell’esilio europeo.
Le sue pagine accompagnavano i nuovi arrivati nella vita americana. Accanto agli editoriali politici e alle notizie sempre più drammatiche provenienti dall’Europa, si trovavano consigli pratici, indirizzi di negozi, annunci di nascite, matrimoni e lutti. Il giornale aiutava i lettori a orientarsi nella nuova società senza chiedere loro di rinnegare la propria formazione culturale.
Tra gli autori e collaboratori figuravano personalità come Albert Einstein, Hannah Arendt, Thomas Mann e Stefan Zweig. La lingua tedesca, compromessa dall’uso ideologico che ne aveva fatto il nazismo, veniva recuperata come spazio di libertà intellettuale.
Aufbau mostrava che si poteva diventare americani senza cancellare la parte tedesca ed ebraica della propria identità. In questo equilibrio tra assimilazione e memoria risiedeva la sua forza, ma anche il paradosso che ne avrebbe progressivamente ridotto il pubblico: quanto più gli emigrati si integravano, tanto meno avevano bisogno di un giornale comunitario nella loro lingua d’origine.
La rubrica più celebre era intitolata Gesucht wird, “Si cerca”. Vi comparvero decine di migliaia di annunci di persone che tentavano di rintracciare parenti, amici, bambini scomparsi e sopravvissuti ai campi. Nel 1945 vi fu pubblicato anche un appello per avere notizie di Anne e Margot Frank, quando le due sorelle erano già morte.
Quelle richieste, nate dalla disperazione privata, sono diventate nel tempo documenti pubblici. Hanno aiutato famiglie a ricostruire le proprie origini, studiosi a seguire le traiettorie dei profughi e magistrati a comprendere la dimensione delle deportazioni. L’archivio del giornale è oggi una risorsa preziosa per storici e genealogisti.
All’inizio del nuovo millennio Aufbau era vicino alla chiusura. La testata fu salvata dall’editore svizzero Yves Kugelmann, che la trasformò da settimanale in mensile e ne trasferì la produzione in Svizzera. Oggi è distribuita in oltre venticinque Paesi.
Il suo baricentro non è più quello della comunità degli esuli appena sbarcati a New York. La sua funzione, tuttavia, resta fedele al nome: ricostruire legami tra sponde dell’Atlantico, generazioni e memorie differenti.
Varsavia, una parola ebraica contro l’oblio
In Polonia, Paese che prima della Shoah ospitava una delle più grandi comunità ebraiche del mondo, sopravvive una sola testata nazionale: Słowo Żydowskie, “La parola ebraica”.
Il periodico discende dal quotidiano Folks-Sztyme, fondato nel secondo dopoguerra. Dopo la fine di quella esperienza editoriale, il giornale riapparve nei primi anni Novanta con il nome attuale. Oggi è un mensile in polacco e yiddish, seguito da alcune migliaia di abbonati.
La sua funzione va oltre il racconto dell’attualità comunitaria. Le pagine interrogano la storia dei rapporti tra polacchi ed ebrei, contestano semplificazioni e rimozioni, affrontano il tema della memoria pubblica. In una società segnata insieme dalla convivenza secolare e dalla catastrofe, pubblicare significa continuare una conversazione interrotta dalla violenza.
Anche la composizione della redazione riflette questa complessità. Il direttore ad interim Christian Orzeszko non è ebreo; considera il proprio incarico una testimonianza tanto della riduzione della comunità quanto dell’interesse di alcuni polacchi non ebrei per il passato ebraico del Paese.
Il responsabile delle pagine in yiddish, Yuri Vedenyapin, è invece ebreo ma non polacco. Nato a Mosca, ha conosciuto la lingua attraverso la bisnonna e ha poi costruito una carriera accademica tra Russia e Stati Uniti. Il suo arrivo a Varsavia è avvenuto quasi per caso, durante un’attività di assistenza ai rifugiati ucraini. A una celebrazione di Hanukkah, qualcuno lo sentì parlare yiddish e gli propose di entrare nel giornale.
La sezione da lui curata ha soprattutto un valore identitario. I lettori capaci di affrontare con naturalezza un articolo in yiddish sono pochi; la lingua è studiata da giovani appassionati, ma raramente usata nella vita quotidiana.
Vedenyapin non nasconde la fragilità della situazione. Riconosce che lo yiddish vive in una condizione di tempo preso in prestito. E tuttavia la sua presenza nel giornale conserva un peso emotivo e politico.
Talvolta una lingua non sopravvive perché è necessaria, ma diventa necessaria proprio perché rischia di scomparire.
Amsterdam e la rotativa restituita dopo la Shoah

Sopra la scrivania di Esther Voet, direttrice del Nieuw Israëlietisch Weekblad, è appesa la prima pagina pubblicata il 17 maggio 1945. È un foglio quasi spoglio, uscito meno di due settimane dopo la liberazione dei Paesi Bassi. La scarsità di carta non consentiva di più. Ma quella singola pagina rappresentava il ritorno alla vita.
Il giornale era stato fondato nel 1865 e, alla vigilia dell’occupazione nazista, aveva appena acquistato una nuova macchina da stampa. Il primo numero realizzato con il nuovo impianto, preparato per il capodanno ebraico del 1940, fu sequestrato dalle autorità di occupazione. I responsabili della testata entrarono in clandestinità.
Durante la Shoah furono assassinati oltre centomila ebrei olandesi, circa tre quarti della comunità nazionale. Dopo la liberazione, i dirigenti sopravvissuti cercarono subito la rotativa confiscata. La trovarono nella sede di un giornale antisemita che l’aveva utilizzata durante la guerra e riuscirono a farsela restituire.
Prima ancora di ricostruire una redazione, occorreva riprendersi la macchina con cui tornare a parlare.
Dei cinque giornali ebraici esistenti nei Paesi Bassi prima della guerra, soltanto il Nieuw Israëlietisch Weekblad, conosciuto come NIW, riuscì a riprendere le pubblicazioni. Oggi la testata racconta Israele, l’antisemitismo, la cultura, la religione e le trasformazioni dell’identità ebraica olandese.
La direttrice ne rivendica una linea apertamente favorevole all’esistenza e alla sicurezza di Israele, ma non subordinata alle posizioni del governo israeliano. Il giornale vuole offrire una voce differente in un panorama mediatico percepito dalla redazione come spesso ostile o incapace di cogliere le sfumature.
Il tema dell’antisemitismo non è astratto. La redazione ha ricevuto minacce, alcune delle quali sono arrivate nelle aule di tribunale. La stessa Voet ha raccontato di valutare un trasferimento dal centro di Amsterdam per ragioni di sicurezza.
Il giornale però rifiuta di ridurre l’esperienza ebraica alla paura. Pubblica articoli d’arte, interviste, ricette, dibattiti religiosi, cronache della vita comunitaria. Ha avviato inoltre un programma di formazione per giovani giornalisti ebrei, oggi poco presenti nei media olandesi rispetto al passato.
La sua dichiarazione d’intenti è semplice e, in tempi inquieti, sorprendentemente radicale: essere ebrei non deve essere raccontato soltanto come una condizione di allarme; può essere anche una forma di gioia.
Istanbul, l’alba fragile della lingua ladina

Tra le lingue che hanno accompagnato la diaspora ebraica, il ladino occupa un posto particolare. Nato dall’incontro tra le parlate iberiche portate dagli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492 e le lingue dell’Impero ottomano, è stato per secoli uno degli elementi centrali della vita sefardita.
A Istanbul, dove nel 1939 si contavano decine di migliaia di parlanti, oggi il ladino è conosciuto soprattutto dalle generazioni più anziane. In tutta la Turchia ne resterebbero meno di ottomila. In questo paesaggio linguistico in contrazione continua a uscire El Amaneser, “L’alba”, mensile pubblicato interamente in ladino e distribuito come supplemento del settimanale ebraico turco Şalom.
La direttrice Karen Gerson Şarhon, linguista, contesta l’idea che il ladino debba limitarsi ai ricordi familiari, alle canzoni tradizionali o alle ricette delle nonne. Il giornale affronta argomenti scientifici, cinema, musica, medicina, astronomia.
Una lingua è viva non quando ripete il proprio passato, ma quando riesce a nominare il presente.
El Amaneser raggiunge lettori e collaboratori in diversi continenti, dall’America Latina all’Australia. La sua diffusione internazionale riflette la geografia dispersa delle comunità sefardite, ma non cancella la crisi demografica della comunità ebraica turca, oggi composta da circa quindicimila persone e segnata da un rapido invecchiamento.
La lingua stessa conserva le tracce di una lunga storia di incontri. Alla base castigliana e portoghese si sono aggiunti, nei secoli, vocaboli turchi, greci, francesi e italiani. Il ladino non è dunque una reliquia dello spagnolo medievale, ma il risultato di una sedimentazione mediterranea.
Per la direttrice, produrre nuovi testi significa lasciare un patrimonio a disposizione di chi, in futuro, volesse riavvicinarsi alle proprie origini. Non si tratta di celebrare malinconicamente la fine di un mondo, ma di predisporre materiali, archivi e strumenti per un possibile ritorno.
L’alba evocata dal nome del giornale potrebbe non coincidere con una rinascita demografica. Può però indicare un altro genere di futuro: quello in cui una lingua minoritaria, pur non essendo più trasmessa naturalmente, resta accessibile a chi decide di sceglierla.
Quando il giornale diventa una patria portatile
Le cinque testate raccontano comunità molto diverse. A Birobidžan il giornale sopravvive all’esperimento territoriale sovietico che lo aveva generato. Aufbau attraversa l’Atlantico insieme agli esuli e diventa un archivio delle loro ricerche. A Varsavia la pagina bilingue tenta di riannodare i rapporti tra storia polacca e storia ebraica. Ad Amsterdam una rotativa recuperata dopo l’occupazione nazista assume il valore di un monumento civile. A Istanbul il ladino viene utilizzato per parlare di neuroscienze e cinema, sottraendosi al destino di lingua esclusivamente commemorativa.
In tutti i casi, la sopravvivenza è il risultato di compromessi. Le tirature diminuiscono, le lingue minoritarie occupano spazi sempre più ridotti, le redazioni si affidano anche a giornalisti non ebrei, la periodicità si dirada. Alcune testate hanno dovuto cambiare Paese, formato o pubblico.
Ma questa capacità di adattamento non equivale a una resa. Al contrario, è la condizione che consente alla tradizione di non trasformarsi in un oggetto immobile.
Un giornale storico rimane vivo soltanto se accetta di diventare diverso da ciò che era. Conservare, in questo senso, non significa riprodurre fedelmente il passato, ma tradurne il significato in una forma capace di parlare al presente.
La carta, con la sua lentezza e la sua fragilità, sembra inadatta all’era digitale. Ma sono proprio queste caratteristiche a conferirle una forza particolare. Una pagina può essere archiviata, annotata, ritrovata dopo decenni. Può restituire un nome a una bambina sopravvissuta, testimoniare la ricerca di una famiglia dispersa, conservare una lingua che non risuona più nelle strade.
Per queste comunità il giornale non è soltanto un mezzo di comunicazione. È una patria portatile, abbastanza leggera da attraversare confini e abbastanza resistente da sopravvivere ai regimi.
Finché una rotativa continuerà a imprimere parole in yiddish, tedesco o ladino, la scomparsa non sarà completa. Ogni numero pubblicato costituisce una piccola vittoria contro l’idea che la storia possa essere definitivamente cancellata.



