Beniamin netanyahu e a destra Zohran Mamdani

“New York non può arrestare Netanyahu”: Mamdani fa marcia indietro

Mondo

di Pietro Baragiola
Nel messaggio, Mamdani ha ribadito di ritenere Netanyahu un “criminale di guerra” e ha sostenuto che il premier israeliano dovrebbe essere processato davanti alla Corte penale internazionale. Ha però riconosciuto che, dopo aver consultato il dipartimento legale del Comune, è emerso che New York “non dispone dell’autorità legale indipendente” per eseguire il mandato della CPI.

 

Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha ammesso di non avere alcuna autorità legale per far arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, smentendo di fatto una delle promesse che avevano caratterizzato la sua campagna elettorale.

La precisazione è arrivata attraverso un video pubblicato sui social martedì 21 luglio, dopo che il New York Times gli aveva chiesto se intendesse mantenere l’impegno assunto oltre un anno fa, quando aveva dichiarato che avrebbe fatto eseguire il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale (CPI) qualora Netanyahu fosse arrivato in città per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Nel messaggio, Mamdani ha ribadito di ritenere Netanyahu un “criminale di guerra” e ha sostenuto che il premier israeliano dovrebbe essere processato davanti alla Corte penale internazionale. Ha però riconosciuto che, dopo aver consultato il dipartimento legale del Comune, è emerso che New York “non dispone dell’autorità legale indipendente” per eseguire il mandato della CPI.

I limiti della legge americana

La retromarcia del sindaco conferma quanto diversi esperti di diritto internazionale avevano già sostenuto durante la campagna elettorale: gli Stati Uniti non aderiscono alla Corte penale internazionale e non ne riconoscono la giurisdizione. Inoltre, una legge federale del 2002 vieta alle autorità locali di collaborare con la Corte o di fornirle assistenza.

Anche sotto il profilo operativo, il sindaco non può ordinare direttamente un arresto, in quanto la competenza spetta al Dipartimento di Polizia di New York (NYPD), che è tenuto a rispettare la normativa federale.

A ciò si aggiungono le tutele garantite ai capi di Stato e di governo stranieri, che beneficiano dell’immunità diplomatica durante le visite ufficiali negli Stati Uniti. Per finire, un eventuale trasferimento di Netanyahu davanti alla Corte dell’Aia richiederebbe il coinvolgimento delle autorità federali americane e non il singolo intervento del sindaco di New York.

La replica di Israele e la posizione di Washington

Le dichiarazioni di Mamdani hanno provocato l’immediata reazione dell’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, che ha accusato il sindaco di diffondere “gravissime calunnie” e lo ha invitato a “fare il suo lavoro invece di dare spazio alla propaganda di Hamas.”

Anche il presidente Donald Trump e la governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul avevano già affermato nei mesi scorsi che il sindaco non avrebbe mai potuto procedere all’arresto del premier israeliano. L’amministrazione Trump mantiene inoltre una linea fortemente critica nei confronti della Corte penale internazionale: a febbraio ha imposto sanzioni contro l’organismo per i mandati di arresto emessi nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, mentre la scorsa settimana ha annunciato una nuova iniziativa volta a ridurne il ruolo, sostenendo che rappresenti una minaccia alla sovranità degli Stati Uniti.

Una strategia di facciata

Se quindi davvero era chiaro fin dall’inizio che Mamdani non avrebbe potuto arrestare Netanyahu, perché ha fattyo di questo uno die suoi cavali di battaglia durante la campagna elettorale?
Una risposta chiara viene dall’attivista gazawi e americano di adozione Ahmed Fouad alKhatib che scrive su Facebook: “Mamdani sapeva fin dall’inizio di non poter mai arrestare il Primo Ministro israeliano Netanyahu, né alcun altro leader straniero, a New York, sede delle Nazioni Unite. Eppure, ha assunto atteggiamenti di facciata, ha ostentato superiorità morale, ha usato una retorica infuocata e ha mentito, seguendo la strategia e l’approccio “pro-Palestina” ormai collaudati dopo il 7 ottobre, al fine di costruire una carriera politica e ingraziarsi un elettorato radicalizzato e incline a un’indignazione selettiva. (….)”

“Mamdani rappresenta l’ultima incarnazione di un modello consolidato che, da decenni, non ha portato alcun beneficio al popolo palestinese – conitnua -. È proprio per questo che i socialisti della DSA, i neocomunisti e gli islamisti sono pericolosi e non possono essere considerati alleati affidabili o custodi della causa palestinese, né partner credibili nella costruzione di società occidentali prospere e migliori”.