Donald Trump, J D Vance e Beniamin Netanyahu (Fonte X)

Dall’inferenza al paradigma: dove il mondo ha sbagliato nell’interpretare il conflitto dal 7 ottobre

Opinioni

di Davide Cucciati
Nel dibattito seguito al 7 ottobre, è sembrato talvolta che il passaggio dall’indizio alla conclusione fosse quasi automatico. Alcune tesi hanno finito per trasformarsi in un paradigma interpretativo condiviso. Salvo poi dimostrarsi non corrette…
(Donald Trump, J D Vance e Beniamin Netanyahu (Fonte X))

A quasi tre anni dal 7 ottobre, forse è arrivato il momento di compiere un esercizio di autocritica intellettuale.

Il punto è comprendere come alcune ipotesi, formulate dopo il massacro del 7 ottobre, si siano trasformate rapidamente, almeno nel nostro ambiente culturale e politico, in vere e proprie chiavi di lettura del Medio Oriente: tesi ripetute dai principali giornalisti e analisti quasi come se fossero già dimostrate.

È questo il nodo più interessante: già nel momento in cui venivano formulate, esistevano elementi empirici che avrebbero dovuto suggerire maggiore prudenza.

Nel dibattito seguito al 7 ottobre, è sembrato talvolta che il passaggio dall’indizio alla conclusione fosse quasi automatico. Alcune tesi hanno finito per trasformarsi in un paradigma interpretativo condiviso. Metterle in discussione non significava semplicemente proporre una diversa analisi: spesso voleva dire esporsi al rischio di apparire ingenui, pessimisti o fuori sintonia con il proprio stesso ambiente culturale.

Gaza non è Hamas. Ma Hamas non è un corpo estraneo

Il primo errore, forse, è stato ancora più radicale: non cogliere fino in fondo il grado di rappresentatività di Hamas dentro la società palestinese e, allo stesso tempo, non distinguere abbastanza Hamas dalla società che controllava. Una società con mille sfaccettature tra le quali anche numerosi civili che hanno partecipato alla strage del 7 ottobre.

Hamas non era, e non è, un corpo estraneo calato dall’alto su una società completamente ostile. Ha governato, represso, distribuito risorse, costruito reti, prodotto consenso, imposto paura, controllato istituzioni e linguaggio pubblico. Ma Gaza non coincideva automaticamente con Hamas. Dentro la Striscia esistevano paure, interessi, stanchezza, pragmatismo, ostilità verso Israele, ostilità verso Hamas, desiderio di sopravvivere e bisogno di una prospettiva politica.

È proprio questa complessità che molti dati disponibili già allora suggerivano. Il 3 novembre 2025, su Mosaico, avevamo analizzato la rilevazione del PSR – Palestinian Center for Policy and Survey Research, pubblicata il 28 ottobre 2025. Quel sondaggio mostrava una società palestinese frammentata: il sostegno all’attacco del 7 ottobre, pur in calo rispetto ai picchi iniziali, restava maggioritario, con oltre il 50% degli intervistati favorevoli. Ancora più significativo, il sostegno al disarmo di Hamas per porre fine alla guerra rimaneva minoritario: lo rifiutava l’85% degli intervistati in Cisgiordania e il 55% a Gaza. Se a Gaza il rifiuto del disarmo di Hamas era più basso che in Cisgiordania, ciò indicava una maggiore disponibilità pragmatica nella Striscia. Ma il fatto che il 55% dei gazawi fosse contrario al disarmo mostrava anche che Hamas conservava un radicamento, una legittimazione o quantomeno una funzione percepita che non poteva essere ignorata.

Lo stesso sondaggio aggiungeva un altro elemento: alla proposta di un comitato palestinese di tecnici e professionisti, non affiliato né all’Autorità Palestinese né a Hamas, incaricato di amministrare Gaza sotto un ombrello internazionale, il 53% dei palestinesi si dichiarava contrario e il 45% favorevole. Ma nella Striscia il dato si ribaltava: il 51% dei residenti di Gaza sosteneva questa soluzione, contro il 41% in Cisgiordania. Anche qui emergeva una tensione: maggiore apertura a soluzioni alternative, ma dentro una società ancora diffidente verso piani imposti dall’esterno e non pronta a consegnare semplicemente le chiavi del proprio futuro.

Questo era il punto che avremmo dovuto cogliere meglio. L’errore non consisteva nel ritenere Hamas impopolare presso una parte della popolazione, né nel riconoscere l’esistenza di un’opposizione interna. Consisteva nel trasformare questi elementi nell’idea che la Striscia fosse ormai pronta ad accogliere qualsiasi soluzione alternativa.

I dati raccontavano qualcosa di diverso: una società attraversata da contraddizioni profonde, nella quale Hamas poteva perdere consenso senza perdere influenza, e nella quale la disponibilità a immaginare un’amministrazione diversa non coincideva automaticamente con l’accettazione di un progetto costruito dall’esterno.

Da qui nasceva il primo errore comunicativo e analitico: trattare Gaza come un problema relativamente semplice da risolvere una volta indebolita Hamas. In realtà, il nodo non riguardava soltanto chi avrebbe governato la Striscia, ma quale società avrebbe dovuto essere governata. Ed era una domanda molto più complessa di quanto molte narrazioni lasciassero intendere.

La Lega Araba, il Golfo e l’equivoco della “NATO mediorientale”

Dopo il 7 ottobre esistevano fatti nuovi: gli attacchi iraniani contro Israele avevano mostrato che, almeno in determinate circostanze, alcuni attori regionali erano disposti a collaborare per contenere l’escalation iraniana.

Poi arrivò un altro passaggio, giustamente definito storico: nell’estate del 2025, la dichiarazione finale della conferenza delle Nazioni Unite sul futuro della Palestina, sottoscritta anche dalla Lega Araba e da altri Paesi musulmani, condannò per la prima volta il massacro del 7 ottobre e chiese esplicitamente il disarmo di Hamas nell’ambito di un futuro processo politico.

Era una novità vera. Per la prima volta, il mondo arabo rompeva un tabù diplomatico che per decenni era parso intoccabile. L’enfasi con cui molti osservatori accolsero quella dichiarazione era quindi comprensibile. Sarebbe stato sbagliato minimizzarla.

Il problema nacque nel passaggio successivo.

Da quella dichiarazione, dalla tenuta degli Accordi di Abramo e dalla cooperazione difensiva contro la Repubblica Islamica dell’Iran, molti dedussero che il mondo arabo fosse ormai pronto ad assumere un ruolo diretto nella gestione del dopoguerra di Gaza e, più in generale, che stesse prendendo forma una nuova architettura regionale favorevole a Israele. Si parlò, anche esplicitamente sulla stampa italiana, di una sorta di “NATO mediorientale” o “NATO araba”: una nuova architettura di sicurezza nella quale Israele, Stati Uniti, monarchie del Golfo e altri Paesi arabi avrebbero progressivamente coordinato difesa, intelligence e contenimento dell’Iran.

Ma bastavano davvero quei dati?

Gli sviluppi successivi suggeriscono maggiore cautela. Nel novembre 2025 Reuters riferiva che gli Stati Uniti erano soltanto al principio del negoziato sul mandato della forza internazionale per Gaza. La composizione, le regole operative e persino i Paesi partecipanti erano ancora da definire: Washington aveva avviato interlocuzioni con Indonesia, Emirati, Egitto, Qatar, Turchia e Azerbaijan, senza che esistesse già una struttura multinazionale operativa.

Ancora nel febbraio 2026, Reuters riferiva che soltanto cinque Paesi avevano assunto un impegno concreto a contribuire alla forza internazionale, mentre Egitto e Giordania si erano limitati all’addestramento della futura polizia palestinese. Il dispiegamento sarebbe iniziato a Rafah per poi estendersi progressivamente agli altri settori della Striscia. Le principali monarchie del Golfo, invece, non figuravano tra i Paesi che avevano assunto impegni militari concreti, nonostante il ruolo centrale attribuito loro da molte narrazioni.

Soldati israeliani a Gaza (Fonte IDF)

 

La stessa prudenza emergeva nei rapporti con l’Iran. Sempre secondo Reuters, già prima dell’escalation del 2026, Arabia Saudita, Qatar, Oman ed Egitto avevano esercitato pressioni diplomatiche su Washington affinché evitasse un conflitto con Teheran, nel timore che un’azione militare provocasse una più ampia instabilità regionale. È un comportamento coerente con una politica di contenimento del rischio, molto meno con l’immagine di un blocco regionale compatto pronto ad assumersi responsabilità militari comuni accanto a Israele.

Il mutamento diplomatico dell’estate 2025 era quindi reale. Molto più ampia era l’inferenza secondo cui quei segnali dovessero necessariamente tradursi in una nuova architettura regionale già pronta ad assumere un ruolo decisivo nel dopoguerra di Gaza e a condividere stabilmente la sicurezza del Medio Oriente. Le fonti disponibili descrivevano inizialmente pianificazione, coordinamenti parziali, cautele nazionali e tentativi di ridurre l’esposizione al conflitto. Gli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo irrigidirono successivamente alcune posizioni e approfondirono la cooperazione difensiva con Stati Uniti e Israele, senza tuttavia produrre una struttura regionale unitaria, obblighi comuni o una strategia condivisa da tutti gli attori. Non ancora una “NATO mediorientale”.

Gaza e il “day after”: quando il desiderio anticipa la realtà

Per mesi si è parlato del “day after” a Gaza come se una soluzione internazionale fosse già in gestazione. Hamas sarebbe stata eliminata. Il mondo arabo sarebbe intervenuto. L’Autorità Palestinese sarebbe tornata. Una forza internazionale avrebbe garantito la sicurezza. Gli aiuti sarebbero stati distribuiti senza rafforzare Hamas. Israele avrebbe potuto uscire dalla gestione diretta della Striscia.

Era uno scenario desiderabile per molti. Quanto era verosimile? Quali elementi empirici dimostravano davvero che i principali Paesi arabi fossero pronti a fare la propria parte?

Quando, l’8 settembre 2025, intervistammo Michael Milshtein per Mosaico, l’analista israeliano utilizzò un’espressione molto chiara: “wishful thinking”. Molte delle ipotesi sul futuro della Striscia, spiegava, erano desideri trasformati troppo rapidamente in scenari politici. Se la strategia fosse stata semplicemente continuare la guerra senza una visione politica, non si sarebbe mai potuto parlare di successo. Riletto oggi, il passaggio più significativo riguardava però il progetto arabo-egiziano di affidare Gaza a un comitato locale. Milshtein lo riteneva implementabile, ma avvertiva che l’esclusione formale di Hamas non ne avrebbe necessariamente eliminato il potere: il movimento avrebbe potuto continuare a esercitare una forte influenza dietro le quinte. Cambiare l’architettura amministrativa, dunque, non significava automaticamente modificare i rapporti di forza sul terreno.

Nei mesi successivi questa cautela trovò ulteriori conferme. Nel nostro articolo del 4 giugno 2026, dedicato al Board of Peace promosso dall’amministrazione Trump, osservavamo che il progetto appariva coerente sul piano teorico, ma restavano irrisolti il disarmo di Hamas, il dispiegamento della forza internazionale, il comando, le regole d’ingaggio, i finanziamenti e il coordinamento con Israele.

 

Anche gli sviluppi più recenti sembrano confermare questa lettura. Il 6 luglio 2026 Hamas ha annunciato lo scioglimento del proprio governo civile e la disponibilità a trasferire le funzioni amministrative alla National Committee for the Administration of Gaza, un organismo tecnico palestinese con sede al Cairo. Reuters riferiva tuttavia che i ministeri e il personale nominato da Hamas sarebbero rimasti in funzione e che il movimento avrebbe continuato a sovrintendere alla sicurezza e alla polizia nelle aree ancora sotto il proprio controllo. Lo scioglimento del governo visibile, quindi, non coincideva necessariamente con la rinuncia al potere effettivo.

Interpellato nuovamente da Mosaico il 10 luglio 2026, Milshtein definì la decisione una mossa “simbolica e tattica”, importante ma priva dei caratteri di una vera cessione del potere. Hamas, spiegava, non era pronta né a disarmarsi né a rinunciare al ruolo di attore principale nella Striscia. Il comitato tecnocratico, privo di una presenza autonoma sul territorio, rischiava di ridursi a una facciata dietro la quale Hamas avrebbe continuato a esercitare influenza militare e civile, secondo un modello paragonato da Milshtein a quello di Hezbollah in Libano.

Il nodo del “day after” non era soltanto trovare una nuova amministrazione civile, ma stabilire chi avrebbe controllato le armi, la sicurezza, le risorse e l’accesso al potere. Le due interviste a Milshtein, a dieci mesi di distanza, restituiscono la stessa ipotesi: Hamas fuori dal governo formale, ma ancora decisiva sul terreno. È una società e un sistema di potere. Ogni progetto per il futuro della Striscia deve partire da questa realtà, non dalla mappa delle soluzioni desiderabili.

Pahlavi e la variabile curda

Reza Ciro Pahlavi

Il caso di Reza Pahlavi è ancora più chiaro. Pahlavi aveva, e ha, una visibilità internazionale reale: per una parte della diaspora iraniana rappresenta la memoria dell’Iran pre-rivoluzionario, la possibilità di una rottura con la Repubblica Islamica e un volto presentabile davanti alle cancellerie occidentali.

Ma visibilità esterna non significa leadership interna. Quali dati dimostravano che fosse davvero il leader naturale dell’opposizione iraniana? Quali strutture controllava dentro il Paese? Quale consenso verificabile poteva rivendicare tra gli iraniani che vivono sotto il regime?

La frammentazione dell’opposizione iraniana e il nodo curdo rendevano già allora il quadro più complesso. Il 5 marzo 2026, su Mosaico, avevamo segnalato che Trump ridimensionava pubblicamente l’ipotesi Pahlavi, dicendo che l’amministrazione non lo aveva “considerato in profondità” e che, in caso di vuoto di potere, sarebbe potuto emergere “qualcuno dall’interno”. A conferma di quanto lo scenario fosse aperto, nel luglio 2026 il New York Times ha rivelato che Israele avrebbe coltivato per anni persino l’ipotesi di affidare un ruolo nel dopo-regime all’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Una ricostruzione paradossale, considerata il suo passato radicalmente anti-israeliano, ma significativa: nemmeno nei piani israeliani Pahlavi appariva come l’unica alternativa disponibile.

Nello stesso pezzo richiamavamo la variabile curda: Axios descriveva il possibile ruolo operativo di fazioni curde iraniane con migliaia di combattenti lungo la frontiera Iran-Iraq, mentre il Washington Post raccontava la frattura politica tra Pahlavi e gruppi curdi iraniani sulla questione dell’autodeterminazione e dell’integrità territoriale.

Il punto era già allora evidente: Pahlavi poteva avere un ruolo simbolico, ma gli elementi disponibili non consentivano di presentarlo come il naturale leader di una rivolta o di una transizione. La cautela di Trump, la variabile curda e la stessa ricerca israeliana di alternative molto diverse tra loro mostravano quanto il dopo-regime fosse assai meno definito di quanto spesso venisse raccontato.

La destra americana

Marjorie Taylor Greene

C’è poi un ultimo punto, forse il più delicato per il nostro ambiente: la lettura della destra americana.

Per anni una parte dell’opinione pubblica filoisraeliana ha guardato al Partito Repubblicano come a un alleato quasi naturale. Dopo il 7 ottobre questa percezione si è ulteriormente rafforzata. Ma già allora emergevano elementi che avrebbero dovuto suggerire maggiore prudenza.

Nel trumpismo convivono infatti un’anima evangelica fortemente filoisraeliana e una componente America First molto più scettica verso gli impegni esteri e le guerre combattute nell’interesse degli alleati. Questa tensione non era nascosta. Nei nostri articoli del 31 agosto 2025 e del 24 aprile 2026 mostravamo come figure centrali del mondo MAGA, da Tucker Carlson a Marjorie Taylor Greene, contestassero l’idea di un sostegno automatico a Israele e spingessero Trump a privilegiare una lettura rigorosamente centrata sull’interesse nazionale americano.

Il simbolo di questa trasformazione è JD Vance. Nel pezzo pubblicato su Mosaico il 10 giugno 2026 partivamo proprio da una sua affermazione: Israele e Stati Uniti hanno molti interessi comuni, ma possono anche avere interessi divergenti. Era una frase importante perché rompeva un automatismo. Non metteva in discussione l’alleanza, ma l’idea che i due Paesi avessero necessariamente gli stessi obiettivi.

Lo stesso emergeva nel dossier libanese. Gli Stati Uniti di Trump apparivano interessati soprattutto a evitare che un’escalation con Hezbollah facesse deragliare il negoziato con Teheran. Anche la decisione di Vance, raccontata da Axios nel maggio 2025, di non recarsi in Israele dopo l’espansione dell’operazione militare a Gaza, per evitare che la visita fosse interpretata come un avallo politico, andava letta nella stessa direzione.

Il problema era assumere come stabile ciò che era invece un equilibrio interno al movimento MAGA ancora in evoluzione. Anche in questo caso il punto non era stabilire se Trump fosse più o meno favorevole a Israele. Era trasformare un orientamento politico contingente in una caratteristica permanente del trumpismo.

Conclusione

Il filo che attraversa tutti questi casi è lo stesso: il dato reale è stato spesso esteso oltre ciò che consentiva di dimostrare.

Gli Accordi di Abramo mostravano che una parte del mondo arabo era disponibile a normalizzare i rapporti con Israele; non bastavano però a concludere che quei Paesi fossero pronti ad assumersi la gestione di Gaza. La dichiarazione della Lega Araba segnava una svolta diplomatica significativa, ma non equivaleva a un impegno operativo sul futuro della Striscia. La cooperazione contro la Repubblica Islamica indicava una convergenza di sicurezza, non l’esistenza di una nuova architettura regionale già consolidata.

Lo stesso vale per le ipotesi sul futuro dell’Iran. La visibilità internazionale di Reza Pahlavi attestava la sua forza simbolica, non la capacità di guidare una ribellione dall’interno. Le voci della diaspora raccontavano l’esistenza di un’opposizione, di una memoria politica e di un desiderio di cambiamento, ma non potevano, da sole, misurare i reali rapporti di forza dentro la Repubblica Islamica.

Anche negli Stati Uniti il rischio era simile. Il sostegno di una parte della destra americana a Israele costituiva un dato reale. Più difficile era ricavarne la certezza che il movimento MAGA avrebbe continuato a considerare gli interessi israeliani e quelli americani inevitabilmente coincidenti.

Questi casi invitano a distinguere il dato dalla conclusione che se ne ricava e a sottoporre nel tempo ogni lettura alla verifica degli sviluppi successivi.