IHRA: nella guerra di parole (e definizioni) contano i fatti

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie]

La definizione di antisemitismo fatta propria da almeno una trentina di Stati (tra i quali l’Italia e Israele, insieme alla stessa Unione europea) è quella che è stata messa a fuoco, in maniera giuridicamente non vincolante, dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto. L’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è un’organizzazione intergovernativa, istituita nel 1998 dal primo ministro svedese Göran Persson, che unisce esponenti e delegati dei governi insieme ad esperti, ricercatori e studiosi. Ben presto si pose il problema di confrontarsi non solo con le forme di antisemitismo maggiormente consolidate ma anche con quelle manifestazioni avverse a Israele e al sionismo, laddove lo Stato ebraico è inteso come l’esclusivo prodotto di un complotto giudaico per il dominio del mondo.

Fino al gennaio 2013, l’articolazione dell’organizzazione fu conosciuta anche come “Gruppo di lavoro per la cooperazione internazionale sull’educazione, il ricordo e la ricerca sull’Olocausto” (Task Force for International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance and Research). Formazione delle giovani generazioni, commemorazione delle vittime, studio delle dinamiche e dei processi di genocidio e informazione costante della cittadinanza europea sono i quattro assi sui quali l’IHRA ha quindi costruito nel tempo le sue proposte, indirizzate al consolidamento di una piattaforma operativa, da utilizzare nei diversi paesi interessati e quindi coinvolti dal suo lavoro. Un tale obiettivo si è infine concretizzato nel 2016 con l’identificazione, la stesura, l’approvazione e poi la divulgazione di una “definizione operativa” (working definition) di antisemitismo. Uno dei fuochi a tutt’oggi problematici di tale documento è costituito dall’accostamento critico tra antisemitismo e antisionismo.

In realtà, tra i due fenomeni non è stata stabilita nessuna diretta sovrapposizione. Semmai si identificano alcune complesse similitudini laddove il pregiudizio contro gli ebrei si riproduce, si proietta e si riversa su Israele. Il testo dell’IHRA, infatti, denuncia le forme di demonizzazione dello Stato ebraico, ovvero “la sua trasformazione in uno Stato paria perennemente messo in discussione e giudicato secondo standard che non si applicherebbero a nessun altro Stato” (così David Meghnagi).

La working definition non interviene in alcun modo nel merito del secolare conflitto politico e territoriale che contrappone israeliani a palestinesi. Semmai raccoglie gli echi antisemitici che possono annidarsi in quelle forme di antisionismo secondo le quali Israele, per il fatto stesso di esistere come prodotto storico, sarebbe di per sé non solo una forzatura ma, anche e soprattutto, un obbrobrio morale ed un esercizio di abusivismo politico da emendare con la sua totale cancellazione fisica. La negazione al suo diritto all’esistenza, in questo caso, si inscriverebbe nei canoni dell’antisemitismo nella misura in cui gli ebrei sono considerati esseri indegni e ripugnanti. Di riflesso, l’esistenza dello Stato degli ebrei costituirebbe la materiale, concreta, immediata espressione di una tale repellenza. Va aggiunto, a corredo di ciò, che certo antisionismo militante è assai poco (o nulla) interessato al destino della collettività palestinese, cercando semmai delle motivazioni eclatanti (ad esempio, l’accusa di “genocidio” rivolta a tutto Israele) per coprire il proprio pregiudizio antisemitico dietro eclatanti cause umanitarie capaci di raccogliere l’attenzione della pubblica opinione.

Lo sforzo di specificazione operato dall’IHRA è risultato in sé comunque controverso, o discutibile, per una parte degli studiosi e dei ricercatori. Così come da subito si è ritenuta troppo incerta, poiché generica, la definizione di antisemitismo laddove si rimanda ad “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto”. Di certo, da tali premesse ne è derivata una concezione ampia, per certuni addirittura troppo indeterminata, delle diverse casistiche di riferimento. Per l’IHRA rientrano infatti un ambito antisemitico, tra gli altri: “incitare e contribuire all’uccisione di ebrei o a [procurare] danni a loro scapito, o a giustificarli, nel nome di un’ideologia radicale o di una visione estremista della religione; avanzare accuse false, disumanizzanti, perverse o stereotipate sugli ebrei, in quanto tali, o sul potere degli ebrei come collettività, ad esempio, ma non esclusivamente, il mito di una cospirazione mondiale ebraica o degli ebrei che controllano i media, l’economia, il governo o altre istituzioni sociali; accusare gli ebrei di essere responsabili di comportamenti scorretti, effettivi o immaginari, commessi da una sola persona o da un gruppo ebraico, o addirittura di atti commessi da non ebrei; negare il fatto, l’ambito, i meccanismi (ad esempio le camere di gas) o l’intenzionalità del genocidio degli ebrei perpetrato dalla Germania nazionalsocialista e dai suoi sostenitori e complici durante la Seconda Guerra mondiale (l’Olocausto)”.

Ma anche e soprattutto, poiché è nelle parole a seguire che il confronto critico si è alimentato, è antisemitismo “accusare gli ebrei come popolo, o Israele come Stato, di aver inventato o esagerato le dimensioni dell’Olocausto; accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele, o alle presunte priorità degli ebrei in tutto il mondo, che agli interessi dei propri Paesi; negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio, sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un atteggiamento razzista; applicare una doppia misura, imponendo a Israele un comportamento non previsto o non richiesto a qualsiasi altro Paese democratico; usare simboli e immagini associati con l’antisemitismo classico (ad esempio gli ebrei uccisori di Gesù o praticanti rituali cruenti) per caratterizzare Israele o gli israeliani; paragonare la politica odierna di Israele a quella dei nazisti; ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele”.

Nel merito del nesso tra antisemitismo e antisionismo, ovvero tra giudeofobia e avversione per Israele, si considerano espressioni di odio razzista gli “attacchi contro lo Stato d’Israele concepito come collettività ebraica”. Non rientrano in quest’ultima fattispecie, pertanto, tutte le critiche mosse alla politica dei governi israeliani, così come le opinioni che valutino aspetti della condotta dello Stato ebraico nel suo insieme, ma solo quando sono espresse al pari di come si giudicano le condotte di tutti gli altri Stati. Se queste invece prescindono dal merito effettivo delle scelte effettuate da Israele (usando quindi pretestuosamente certi fatti solo per esprimersi – per interposto oggetto, ossia coprendo con un alone di finzione le proprie intenzioni reali – nell’obiettivo di delegittimare il diritto storico, giuridico, politico e morale all’esistenza di quello Stato), vanno pienamente intese come atti di antisemitismo.

Ecco, per discutere del progetto di legge sull’antisemitismo che il Parlamento si appresta a presentare in aula, per il voto definitivo, è sempre bene partire dal testo e dalle sue (diverse) interpretazioni.

Altrimenti si rischia di mulinellare la spada della polemica nel vuoto. Come a certuni, oggi più che mai, sembra piacere. Anche per gratificarsi della eco pubblica delle loro parole. Quand’anche siano gettate nel vento.