di Ugo Volli
[Scintille. Letture e riletture]
Dall’anno scorso la casa editrice Adelphi ha iniziato a ripubblicare tutta l’opera di Philip Roth; la prima uscita è stata riservata l’anno scorso al suo libro più famoso, Il lamento di Portnoy (rinominato ora solo Portnoy): la storia tragicomica di una gigantesca nevrosi sessuale raccontata durante le sedute di una psicoanalisi. Quest’anno invece è uscito un libro meno noto ma altrettanto bizzarro, Operazione Shylock.
Si tratta di una storia in prima persona, così contorta, inverosimile e piena di digressioni da renderne molto difficile il riassunto. In breve l’autore, reduce nel 1988 da una depressione quasi psicotica indotta da un sonnifero poi ritirato dal commercio (dettaglio vero) decide di ricominciare a lavorare andando in Israele a intervistare il suo collega Aharon Appelfeld (anche questo è vero, l’intervista è uscita sul New York Times). Nel frattempo però si imbatte in un personaggio che porta il suo nome, gli assomiglia moltissimo, finge di essere lui, insomma gli ha rubato l’identità e per certi versi è un suo doppio. Costui intende usare la fama rubata per dar vita a un movimento “diasporista”, che dovrebbe riportare gli israeliani di origine askenazita nei paesi di origine, per sottrarli al genocidio che giudica inevitabile a causa dell’ostilità araba. Con questo personaggio – cui attribuisce il soprannome di Moishe Pipik, una specie di mostricciattolo bugiardo dei suoi sogni infantili – lo scrittore ha diversi scontri, ma progressivamente si accorge che non solo molti gli attribuiscono le opinioni di lui ma egli stesso si scopre a difenderle. Pipik, che forse è malato terminale di cancro, dà versioni diverse della sua vita e dei suoi progetti e a questa confusione si aggiunge la sua amante Wanda Posseski, così ostile agli ebrei da doversi sottoporre a un bizzarro trattamento presso gli “Antisemiti anonimi” (denominazione tratta da quello degli “alcolist anonimous”).
Roth riceve un assegno da un milione di dollari da un personaggio che poi si rivelerà un agente del Mossad e viene attratto da un suo ex compagno arabo di università, George Ziad (che forse è uno pseudonimo di Edward Said), diventato fanatico e delirante sostenitore della rivolta palestinese, in un’avventura a Ramallah, con lo scopo di farne un emblema dell’antisionismo.
Siamo infatti al tempo della “prima intifada” e anche di un processo oggi quasi dimenticato ma al tempo importante quasi come quello ad Eichmann, che ha come imputato Ivan Demjanjuk,il “mostro di Treblinka”. Il progetto “diasporista” di Moishe Pipik, le invettive anti-israeliane di Ziad, i dubbi sull’identità di Demjanjuk, insieme a molti episodi oscuri e bizzarri, disegnano un’atmosfera allucinata e diffamatoria nei confronti di Israele. Roth nei suoi commenti se ne distacca e la smentisce, ma il suo doppio la impersona. Ciò che colpisce il lettore oggi è il modo in cui tutto questo apparato sarcastico e barocco individui trentacinque anni prima i temi antisemiti e anti-israeliani così diffusi nella pubblicistica contemporanea.
Roth si può sempre leggere a molti livelli, per il divertimento delle invenzioni continue, per il gioco sfrenato della fantasia, per la penetrazione caricaturale delle psicologie. Ma in questo caso è anche una diagnosi dell’odio per Israele, dentro e fuori dal mondo ebraico.



