di Nina Deutsch
Le organizzazioni che monitorano l’antisemitismo lanciano l’allarme: fake news, teorie del complotto e campagne di disinformazione hanno accompagnato il Mondiale ben oltre il rettangolo di gioco. La diffusione di contenuti antisemiti e gli episodi di ostilità legati agli eventi sportivi mostrano come i social network abbiano amplificato dinamiche sempre più preoccupanti. (Foto: la Spagna vicintrice dei Monsilia di calcio 2026. Foto: Bryan Berlin, Wikipedia)
La festa del calcio mondiale si è chiusa, ma ha lasciato dietro di sé una scia di polemiche che va ben oltre il campo da gioco. Già nelle prime settimane del torneo era emerso un fenomeno inquietante: l’antisemitismo ha trovato nei Mondiali FIFA 2026 una nuova cassa di risonanza, trasformando sconfitte sportive e tensioni geopolitiche in terreno fertile per vecchi stereotipi antiebraici.
A farne le spese è stato soprattutto Lionel Messi. Secondo un’analisi di CyberWell, organizzazione che monitora l’antisemitismo online, sui social network sono circolati migliaia di contenuti che sostenevano falsamente che il fuoriclasse argentino fosse ebreo o addirittura “controllato dagli ebrei”. Parallelamente sono riemerse le classiche teorie del complotto secondo cui la FIFA sarebbe nelle mani di una presunta “lobby ebraica”, riproponendo uno dei più antichi cliché antisemiti: quello degli ebrei come burattinai occulti capaci di manipolare governi, istituzioni e grandi eventi internazionali. Una narrazione che, ripetuta e amplificata sulle piattaforme digitali, rischia di normalizzare un odio antico trasformandolo in un argomento di discussione apparentemente legittimo.
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Ora che il sipario sul Mondiale è calato, il confronto non si è affatto spento. Anzi, osservatori e organizzazioni impegnate nel contrasto all’antisemitismo avvertono che quanto accaduto durante il torneo rappresenta un campanello d’allarme da non sottovalutare. Il timore è che l’intreccio tra sport, propaganda e odio online possa consolidare dinamiche già viste nella storia, con conseguenze difficili da ignorare.
Tra gli interventi che stanno alimentando il dibattito c’è quello di Leo Pearlman, amministratore delegato di Fulwell Entertainment, società internazionale di produzione con sedi a Londra, Los Angeles e New York. In un editoriale pubblicato dal The Jewish News (“This World Cup Has United People in Hatred and Bigotry”, Pearlman propone una riflessione su ciò che, a suo giudizio, il Mondiale ha rivelato riguardo all’antisemitismo contemporaneo.
Secondo l’autore, la Coppa del Mondo dovrebbe rappresentare uno dei pochi momenti capaci di unire davvero il pianeta. Le 211 federazioni affiliate alla FIFA – persino più degli Stati membri delle Nazioni Unite – si ritrovano ogni quattro anni per celebrare lo sport, almeno in teoria. Eppure, sostiene Pearlman, durante questa edizione il calcio è stato spesso oscurato da narrazioni che hanno riportato al centro gli ebrei, pur in assenza della nazionale israeliana dal torneo.
L’editoriale evidenzia un elemento ricorrente: dopo diverse sconfitte, soprattutto sui social e in alcuni media, le responsabilità sportive sarebbero state sostituite da accuse rivolte ai “sionisti”. Per Pearlman non si tratta di un semplice cambio di linguaggio, ma dell’evoluzione di un meccanismo ben più antico: al posto della parola “ebrei” viene utilizzato il termine “sionisti”, mentre la struttura della teoria del complotto rimane sostanzialmente immutata.
L’autore richiama così uno dei pilastri storici dell’antisemitismo, secondo cui una rete invisibile controllerebbe governi, finanza, media e istituzioni internazionali. Oggi, osserva, alla lista si sarebbe aggiunta anche la FIFA, trasformata in bersaglio di accuse prive di prove ogni volta che il risultato di una partita non soddisfa una parte dei tifosi.
Pearlman cita diversi episodi verificatisi durante il torneo. Dopo la sconfitta dell’Algeria contro l’Argentina, un noto commentatore televisivo avrebbe attribuito il successo di Messi all’influenza di una presunta lobby ebraica internazionale. Analoghe accuse sono circolate anche dopo l’eliminazione dell’Egitto, dove sui social si sono diffuse insinuazioni secondo cui oscuri interessi “sionisti” avrebbero favorito il passaggio del turno dell’Argentina.
Uno dei casi più emblematici riguarda invece l’Egitto. Dopo l’eliminazione della nazionale nordafricana, ricorda l’autore, online si è diffusa la falsa notizia che uno degli arbitri fosse ebreo e avesse deliberatamente favorito gli avversari. Quando si è scoperto che non era vero, qualcuno è arrivato perfino a modificare la sua pagina Wikipedia per attribuirgli un’identità ebraica inesistente, nel tentativo di rendere credibile la teoria del complotto.
Per Pearlman questo episodio dimostra come, nell’era digitale, non sia più la realtà a generare la narrazione, ma talvolta accada il contrario: i fatti vengono manipolati affinché confermino convinzioni preesistenti.
L’editoriale richiama anche le conseguenze concrete di questo clima. Dopo alcune partite sarebbero comparsi cori antisemiti e slogan come “Hamas” ed espressioni apertamente violente contro gli ebrei durante manifestazioni spontanee di tifosi in alcune città europee: quando opinionisti, influencer o media attribuiscono le sconfitte sportive a presunti complotti “sionisti”, il rischio è che quella narrativa finisca per alimentare ostilità verso le comunità ebraiche, anche a migliaia di chilometri di distanza dagli stadi.
Infine Pearlman allarga lo sguardo al clima politico europeo, soffermandosi in particolare sulla Spagna, uno dei Paesi più critici nei confronti di Israele dopo il 7 ottobre: dalle manifestazioni pro-Palestina alle tensioni registrate in ambito culturale, fino ad atti vandalici contro luoghi ebraici, quando l’ostilità verso Israele entra stabilmente nel dibattito pubblico, spesso anche gli ebrei finiscono per diventarne bersaglio.
La sua conclusione è volutamente provocatoria: comunque fosse terminata la finale, scrive, il rischio era che il calcio passasse in secondo piano rispetto alle letture ideologiche e alle teorie del complotto. Se avesse vinto l’Argentina, qualcuno avrebbe parlato dell’ennesima prova di un presunto controllo sionista; se avesse prevalso la Spagna, la vittoria sarebbe stata utilizzata da altri come ulteriore occasione per rilanciare messaggi politici contro Israele.
Il fenomeno, del resto, è stato monitorato anche da diverse organizzazioni internazionali. Il World Jewish Congress, il Simon Wiesenthal Center e CyberWell hanno documentato durante il torneo un aumento della disinformazione antisemita online, della diffusione di contenuti complottisti e di episodi di odio collegati agli eventi sportivi, evidenziando come i social network abbiano amplificato dinamiche che un tempo rimanevano circoscritte. Una conferma, secondo molti osservatori, che la sfida oggi non riguarda soltanto la sicurezza negli stadi, ma anche la capacità delle piattaforme digitali e delle istituzioni di arginare la normalizzazione dell’odio prima che si trasformi in qualcosa di ben più pericoloso.



