di Nathan Greppi
Proprio perché in un primo momento Washington e Gerusalemme hanno intercettato più di qualunque altro governo occidentale i sentimenti di quegli iraniani che desiderano veder crollare quel regime teocratico che da 47 anni opprime il loro popolo, la decisione di Donald Trump di trattare la pace con l’Iran senza che ci sia stato il tanto atteso cambio di regime ha lasciato molti spiazzati. Qui l’opinione di alcuni iraniani in Italia.
Chi ha assistito alle proteste degli iraniani antiregime degli ultimi mesi, a Milano come in altre città italiane, non può non aver notato la vicinanza da loro mostrata nei confronti degli Stati Uniti e Israele. Dopo aver festeggiato per la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, in molte manifestazioni gli iraniani hanno gridato “Thank you Bibi, thank you Trump!”.
Proprio perché in un primo momento Washington e Gerusalemme hanno intercettato più di qualunque altro governo occidentale i sentimenti di quegli iraniani che desiderano veder crollare quel regime teocratico che da 47 anni opprime il loro popolo, la decisione di Donald Trump di trattare la pace con l’Iran senza che ci sia stato il tanto atteso cambio di regime ha lasciato molti spiazzati. E sebbene non sia detto che un eventuale tregua regga, data l’imprevedibilità con cui cambia costantemente la situazione, è giusto chiedersi cosa ne pensino gli iraniani residenti in Italia.
Rabbia e delusione
“Siamo veramente delusi, non ci aspettavamo che finisse in questo modo”, ci racconta Armin Nia, presidente dell’associazione degli studenti iraniani dell’Università di Torino e fondatore dell’Associazione Leone e Sole. “Il presidente Trump prima ci ha detto che sarebbe venuto in nostro aiuto, ma dopo mesi ha cambiato idea dicendo che non voleva un cambio di regime. Siamo arrabbiati e confusi, perché abbiamo detto tante volte che con questo regime la diplomazia non funziona. L’unica persona con la quale si può negoziare è il principe ereditario Reza Pahlavi, l’unica alternativa democratica alla Repubblica Islamica”.
Già il 16 giugno, con le prime avvisaglie di un possibile accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran per porre fine alla guerra, Pahlavi ha criticato duramente la scelta di negoziare con Teheran. Durante una visita a Londra per incontrare dei parlamentari britannici, ha scritto sui social che “Trattare con questo regime sarà un fallimento e ne subiremo tutti le conseguenze. La guerra portata avanti dal regime da 47 anni contro il popolo iraniano continua. Così come non ha mai fatto pace con i suoi stessi cittadini, non potrà mai veramente farla con il mondo”.
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Nia aggiunge che la decisione di Trump di trattare con il regime è il secondo grande sbaglio commesso dagli Stati Uniti nella storia dei loro rapporti diplomatici con l’Iran: “Il primo sbaglio è stato nel 1979, quando gli americani non hanno sostenuto il governo dello Scià e hanno permesso che venisse rovesciato dall’Ayatollah Khomeini. Ciò ha portato alla crisi degli ostaggi nell’Ambasciata americana a Teheran, nonché all’esportazione del terrorismo attraverso Hamas, Hezbollah e altri gruppi che minacciano la sicurezza regionale e l’esistenza d’Israele”.
Opinioni divergenti

“Su questo, come su tanti altri temi, gli iraniani all’estero sono molto divisi”, spiega a Mosaico Ashkan Rostami, analista geopolitico e dissidente iraniano residente in Italia da diversi anni. “La parte pro-regime è contenta di questo accordo, e prova a venderlo come una vittoria. Poi, c’è una parte della diaspora che non è favorevole al regime ma è contenta perché pensava che andasse rovesciato senza una guerra, in altri modi. E anche tra coloro che criticano questo accordo ci sono delle differenze tra coloro che si chiedono perché la guerra è finita così, e quelli che invece dicono che tanto valeva non farla la guerra se doveva andare a finire in questo modo”.
Alla domanda su come la diaspora iraniana valuta l’operato degli Stati Uniti e d’Israele, Rostami risponde che “chi era contro la guerra non vede alcuna differenza tra i due paesi, accusati di aver voluto la guerra, ma una buona parte della gente non la pensa così. Io e molti altri sin dal primo giorno ci siamo fidati molto più d’Israele che degli Stati Uniti, e anzi pensiamo che alla fine sarà Israele a finire il lavoro”.

Di diverso avviso l’analista geopolitico Bahram Farrokhi, già consigliere del Partito Radicale Transnazionale. “Questa guerra non ha aiutato l’opposizione al regime all’interno dell’Iran, né i dissidenti che stanno fuori. Tutti loro ne sono usciti sconfitti. Ora ci vorrà più tempo perché il movimento di liberazione possa vincere. Il problema è anche che Netanyahu non è in grado di trasformare le vittorie militari in vittorie politiche, e non avrebbe dovuto colpire infrastrutture civili e industriali”.
La firma dell’accordo da parte di Trump, secondo Farrokhi, “permetterà al regime di rafforzarsi. Alla lunga potrebbe evolversi, da un modello più religioso a uno fondato sulla retorica nazionalista. Cosa questo comporterebbe, è ancora da vedere”.
Incompresi dagli italiani
“Non ci aspettavamo un simile sviluppo e in maniera così rapida”, afferma Parisa Pasandehpoor, giornalista che scrive sul sito di notizie IranGate. “Sono rimasta delusa, e penso che Trump abbia tradito il popolo iraniano. L’unico che beneficerà da questo accordo sarà il regime della Repubblica Islamica, che potrà nuovamente dare soldi a Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Hashd al-Shaabi in Iraq e agli Houthi in Yemen”.

Spesso gli iraniani che vivono nel nostro paese non si sentono compresi dai loro conoscenti italiani. A tal proposito, Pasandehpoor racconta che “anche quando dico ai miei amici quello che succede in Iran, per loro sembra incredibile che un regime possa ammazzare più di 30.000 persone in soli due giorni. Forse perché la loro generazione ha sempre vissuto in un sistema politico democratico, dove nessuno ti arresta se sei contro il governo o perché sei un giornalista che ha scritto un articolo contro il Primo Ministro”.
Aggiunge che la maggioranza degli italiani “non ci hanno mai neanche dato il loro sostegno, forse perché hanno capito che gli iraniani volevano tornare alla monarchia. Ricordo che quando abbiamo fatto le manifestazioni a Genova, dove vivo io, c’erano pochi italiani. Eravamo solo noi iraniani della diaspora e quei pochi italiani che sostenevano l’America e Israele. Tutti gli altri hanno scelto di non sostenerci, probabilmente perché si sono resi conto che vogliamo un rapporto pacifico con Israele, mentre loro credono alla propaganda di Hamas per quello che succede a Gaza”.



