di Anna Balestrieri
Le statue si trovavano all’interno della vasca di raccolta di un antico torchio vinario romano-bizantino ormai dismesso. Non erano state gettate casualmente né distrutte: erano state deposte con cura e successivamente ricoperte. Potrebbe essersi trattato di un tentativo di proteggerle durante un periodo di instabilità politica o militare. Oppure di un gesto compiuto per sottrarle alla distruzione che, nei secoli successivi, avrebbe colpito gran parte della statuaria pagana.
Non accade spesso che l’archeologia riesca ancora a sorprendere gli archeologi stessi. Eppure è esattamente quanto successo alle porte di Binyamina, nel nord di Israele, dove una scoperta avvenuta quasi all’ultimo minuto di uno scavo preventivo ha restituito alla luce due statue marmoree romane perfettamente conservate, rimaste nascoste sottoterra per circa 1.700 anni.
La scoperta, annunciata dall’Autorità Israeliana per le Antichità, è avvenuta durante lavori preliminari legati all’ampliamento della linea ferroviaria costiera. Un ritrovamento che, per stato di conservazione e valore storico, gli studiosi descrivono già come uno dei più importanti degli ultimi decenni nel Paese.
L’ultimo giorno di scavo
La storia ha quasi il sapore di un racconto archeologico classico. Le due statue sono emerse infatti nell’ultimo giorno utile della campagna di scavo, quando ormai il lavoro sembrava prossimo alla conclusione.
«Abbiamo visto qualcosa affiorare dal terreno e gli operai mi hanno chiamato», ha raccontato l’archeologo Michael Sorotzkin. «All’inizio pensavamo a frammenti di ceramica. Poi ci siamo accorti che era marmo. A poco a poco sono comparsi due volti. È difficile trovare le parole per descrivere quel momento».
Un nascondiglio rimasto inviolato
Le statue si trovavano all’interno della vasca di raccolta di un antico torchio vinario romano-bizantino ormai dismesso. Non erano state gettate casualmente né distrutte: erano state deposte con cura e successivamente ricoperte.
Questo dettaglio costituisce uno degli aspetti più affascinanti della scoperta.
Gli studiosi ritengono infatti che qualcuno abbia deliberatamente nascosto le opere quando l’impianto cessò di funzionare. Le ragioni rimangono ignote. Potrebbe essersi trattato di un tentativo di proteggerle durante un periodo di instabilità politica o militare. Oppure di un gesto compiuto per sottrarle alla distruzione che, nei secoli successivi, avrebbe colpito gran parte della statuaria pagana.
Per quasi diciassette secoli quel nascondiglio è rimasto intatto, trasformando una semplice cavità agricola in una sorta di capsula del tempo dell’età romana.
Il mistero di Licurgo
Una delle due statue presenta un’iscrizione con il nome “Licurgo”, elemento che apre scenari particolarmente suggestivi.
Nel mondo greco-romano il nome richiama soprattutto due figure storiche: il leggendario fondatore di Sparta e il celebre oratore ateniese del IV secolo avanti Cristo. Stabilire quale dei due personaggi sia rappresentato richiederà anni di studio, ma gli archeologi ritengono già evidente che non si tratti di una figura generica.
Le fattezze del volto, la qualità della lavorazione e l’iscrizione sembrano infatti indicare la volontà di immortalare un individuo preciso.
Se davvero si trattasse del legislatore spartano, la statua rappresenterebbe un affascinante esempio di come il mondo romano continuasse a celebrare personaggi vissuti molti secoli prima, trasformandoli in modelli culturali e morali.
Un’élite che guardava alla Grecia
La seconda statua, caratterizzata da una folta barba e da tratti severi, appare più enigmatica. Potrebbe raffigurare un filosofo, un pensatore o un altro personaggio appartenente alla tradizione intellettuale dell’antichità classica.
Entrambe le opere erano probabilmente collocate originariamente sopra colonne decorative all’interno di un edificio prestigioso.
Nelle vicinanze del sito erano già stati individuati resti di un impianto termale romano. Gli studiosi ipotizzano che le statue decorassero proprio quell’edificio oppure una lussuosa villa appartenente all’aristocrazia di Cesarea, distante appena una decina di chilometri.
Durante il tardo Impero, infatti, possedere ritratti di filosofi, legislatori e uomini illustri rappresentava una forma di distinzione sociale.
Le élite provinciali dell’Impero cercavano di legittimare il proprio prestigio associandosi simbolicamente alla grande tradizione culturale greca.
Sopravvissute alla storia
Ciò che rende eccezionale il ritrovamento non è soltanto l’identificazione dei soggetti, ma soprattutto il loro stato di conservazione.
La maggior parte delle statue antiche giunte fino a noi è frammentaria. Nel corso dei secoli molte opere furono distrutte, decapitate o riutilizzate come materiale da costruzione. Le trasformazioni religiose del Mediterraneo tardoantico e medievale accelerarono ulteriormente la scomparsa di numerose immagini del mondo pagano.
Per questo motivo due statue integre rappresentano una rarità assoluta, non soltanto per Israele ma per l’intero bacino mediterraneo.
Secondo gli archeologi, le opere potrebbero essere rimaste in uso per diverse generazioni prima di essere nascoste. Alla base presentano infatti cavità che indicano un lungo utilizzo su supporti architettonici.
Oggetti preziosi tramandati nel tempo, sopravvissuti ai cambiamenti di imperi, religioni e civiltà, per poi riemergere quasi per caso sotto i binari di una ferrovia del XXI secolo.
Quando il presente incontra l’antichità
La scoperta di Binyamina ricorda come il territorio israeliano continui a custodire strati di storia che attraversano millenni e culture differenti. Fenici, greci, romani, bizantini, musulmani, crociati e ottomani hanno lasciato tracce che ancora oggi emergono dal sottosuolo.
In questo caso non si tratta soltanto di un ritrovamento spettacolare, ma di una finestra aperta sulla vita culturale delle province orientali dell’Impero Romano.
Le due statue saranno presto esposte al pubblico e sottoposte a ulteriori analisi. Gli studiosi sperano che nuove ricerche possano chiarire chi fossero realmente i personaggi raffigurati e perché qualcuno abbia scelto di sottrarli allo sguardo del mondo.
Per quasi diciassette secoli quei volti sono rimasti in silenzio sottoterra. Oggi tornano a raccontare una storia che gli archeologi hanno appena iniziato a decifrare.



