di Anna Balestrieri
La lista promette una rappresentanza paritaria tra ebrei e arabi e tra uomini e donne, trasformando la composizione stessa della leadership in un manifesto politico. Ma i primi sondaggi interni attribuirebbero al nuovo partito circa tre seggi, uno in meno del minimo necessario per entrare in Parlamento.
A quattro mesi dalle elezioni israeliane, previste entro il 27 ottobre, una nuova formazione politica prova a inserirsi in una campagna già segnata dalla frammentazione dell’opposizione e dall’incertezza sul dopo-Netanyahu. Si chiama “A Place for Us All”, in ebraico Makom Lekulanu (in italiano “Un posto per tutti noi”), ed è il nuovo partito nato dall’esperienza del movimento ebraico-arabo Standing Together.
Il nuovo partito
A guidarlo saranno Alon-Lee Green e Rula Daood (la terza da sinistra nella foto), cofondatori del movimento e volti noti della mobilitazione congiunta tra cittadini ebrei e arabi per la pace, l’uguaglianza e la giustizia sociale. La loro scommessa è dichiarata: portare alla Knesset una proposta politica fondata non sulla paura, ma su quella che Daood definisce “politica della speranza”.
Il messaggio del nuovo partito è netto. “Per anni la politica è stata condotta separatamente per gli ebrei e separatamente per gli arabi. Noi offriamo una visione diversa: la partnership”, ha spiegato Daood. La lista promette una rappresentanza paritaria tra ebrei e arabi e tra uomini e donne, trasformando la composizione stessa della leadership in un manifesto politico.
Accanto a Green e Daood ci saranno figure provenienti da Standing Together e dal campo pacifista: Itamar Avneri e Sally Abed, già impegnati nei consigli comunali di Tel Aviv-Jaffa e Haifa; Yonatan Zeigen, figlio dell’attivista Vivian Silver uccisa il 7 ottobre; e Ghadir Hani, attivista palestinese per la pace e i diritti delle donne. La nuova lista vuole presentarsi come un laboratorio di convivenza in un sistema politico dominato da identità contrapposte.
Il partito nasce in un momento di forte crescita per Standing Together, passato da poche centinaia di aderenti prima del 7 ottobre a migliaia di membri entro la fine del 2025. La guerra a Gaza, la radicalizzazione del dibattito pubblico e la crisi di fiducia verso le istituzioni hanno dato maggiore visibilità a Green e Daood, che negli ultimi anni sono diventati due dei principali volti della sinistra ebraico-araba israeliana.
La sfida elettorale
La sfida, però, è aritmetica prima ancora che politica. In Israele la soglia di sbarramento è fissata al 3,25 per cento: chi non la supera resta fuori dalla Knesset e i suoi voti vengono dispersi. Secondo il responsabile della campagna Uri Weltmann, i primi sondaggi interni attribuirebbero al nuovo partito circa tre seggi, uno in meno del minimo necessario per entrare in Parlamento.
È qui che la nascita di “A Place for Us All” incrocia il quadro più ampio delle proiezioni elettorali. I sondaggi recenti mostrano un’opposizione anti-Netanyahu spesso avanti nei numeri complessivi, ma non sempre in grado di costruire una maggioranza autonoma. Una rilevazione Zman Yisrael ha attribuito al blocco sionista contrario a Netanyahu 62 seggi, contro i 50 del blocco governativo e gli 8 dei partiti arabi. Un sondaggio di Channel 12, invece, ha fotografato uno scenario più incerto: 59 seggi all’opposizione sionista, 51 al blocco Netanyahu e 10 ai partiti arabi.
La soglia di sbarramento
In altre parole, la partita non si gioca solo su chi arriva primo, ma su chi riesce a trasformare i seggi in una coalizione di governo. Il Likud resta competitivo e in alcuni sondaggi si conferma il primo partito, mentre la nuova alleanza tra Naftali Bennett e Yair Lapid, “Together”, ha perso slancio rispetto al momento del lancio. Parallelamente, il partito Yashar di Gadi Eisenkot appare in crescita e contende la leadership del campo anti-Netanyahu.
Questo scenario rende il voto arabo e quello degli elettori astensionisti potenzialmente decisivi. “A Place for Us All” punta proprio a mobilitare chi oggi non si riconosce né nei partiti arabi tradizionali né nel centrosinistra ebraico. Tra i target principali ci sono donne arabe e giovani, due categorie che secondo il nuovo partito rischiano di restare lontane dalle urne per sfiducia, scarsa rappresentanza e senso di marginalità.
Ma il rischio è evidente: invece di allargare il campo, la nuova lista potrebbe sottrarre voti ai Democratici di Yair Golan o a Hadash-Ta’al, indebolendo l’area anti-Netanyahu. Weltmann respinge questa lettura e sostiene che l’obiettivo non sia “dividere la torta”, ma “ingrandirla”, portando alle urne cittadini che altrimenti non voterebbero.
La promessa politica del nuovo partito è quindi doppia. Da un lato, rompere la separazione tra politica ebraica e politica araba; dall’altro, contribuire alla fine del governo Netanyahu senza diventare un fattore di dispersione. Per questo Weltmann ha chiarito che il partito non intende presentarsi se non avrà la certezza di poter superare la soglia e trasformare i voti in seggi utili.
Il paradosso della campagna israeliana del 2026
Il paradosso della campagna israeliana del 2026 è tutto qui: la domanda di cambiamento è forte, ma la frammentazione può renderla inefficace. Se il nuovo partito riuscirà davvero a mobilitare nuovi elettori, potrebbe diventare una sorpresa capace di spostare gli equilibri. Se invece resterà sotto la soglia, rischierà di diventare l’ennesimo simbolo di un’opposizione incapace di capitalizzare il malcontento.
Per Green e Daood, tuttavia, la sfida vale il rischio. In un sistema politico polarizzato dalla guerra, dalla sicurezza e dalla figura di Netanyahu, “A Place for Us All” prova a riportare al centro parole quasi scomparse dal lessico elettorale israeliano: uguaglianza, partnership, pace e speranza. Resta da vedere se queste parole basteranno a superare la prova più dura della politica israeliana: i numeri della Knesset.



