Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo

Il caso Eshkol Nevo e il confine tra dissenso e censura

Italia

di Nina Deutsch
Petizione per escludere lo scrittore israeliano dal “Libro Possibile”, colpevole di non aver sufficientemente condannato le politiche del governo israeliano e della guerra a Gaza. Tra accuse, polemiche e interventi istituzionali si riapre il dibattito sulla libertà artistica e sul ruolo dei festival culturali.

La notizia di una petizione che chiedeva l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo dal festival letterario “Il Libro Possibile” – in programma a Polignano a Mare e Vieste il prossimo luglio – ha attraversato sabato il dibattito pubblico italiano, rimbalzando dai media ai social network e trasformandosi, come ormai è consuetudine, in una nuova arena di contrapposizioni. Da una parte la solidarietà verso un autore accusato di essere giudicato non per le sue parole, ma per la sua nazionalità. Dall’altra gli attacchi di chi ritiene che, davanti alla tragedia di Gaza e alla politica del governo israeliano, ogni voce pubblica israeliana debba necessariamente assumere una posizione più netta.

Il punto più controverso della vicenda è proprio questo: Nevo è uno degli scrittori israeliani più conosciuti a livello internazionale, ma è anche un autore che da tempo ha espresso posizioni critiche nei confronti dell’attuale leadership di Tel Aviv e in particolare della destra radicale rappresentata da figure come Itamar Ben-Gvir. Eppure, per una parte dei promotori della protesta, questo non sarebbe sufficiente.

La polemica nasce da una petizione promossa dal segretario regionale di Rifondazione comunista Sabino De Razza e dalla docente ecopacifista Laura Marchetti, con la quale si chiede agli organizzatori del festival di rivedere l’invito allo scrittore. Nel testo si afferma che la Puglia, definita “Arca di Pace”, non dovrebbe ospitare una voce considerata non sufficientemente netta nella condanna delle politiche del governo israeliano e della guerra a Gaza.

Nella petizione si riconosce allo scrittore una posizione critica verso il governo israeliano, ma si sostiene che questa non sarebbe arrivata al punto di aver «condannato il genocidio di Gaza, il massacro di migliaia e migliaia di persone innocenti, la strage di bambini». Il documento aggiunge inoltre che «boicottare Israele non è una frase retorica» e che «nessuno può essere complice in nome della neutralità della cultura». Tra i firmatari figurano anche esponenti del mondo politico, accademico e religioso, tra cui l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo Franco Moscone e la vicesindaca di Bari Giovanna Iacovone.

A colpire, al di là del merito della protesta, è il profilo di alcuni firmatari: nomi di primo piano delle istituzioni locali e della Chiesa. È un passaggio che fa riflettere, perché una richiesta nata nel campo della protesta politica assume un peso diverso quando coinvolge figure che, per ruolo e responsabilità pubblica, dovrebbero essere tra i primi garanti del pluralismo e del confronto delle idee.

La risposta degli organizzatori del festival è stata tuttavia più che netta. La direttrice artistica Rosella Santoro ha chiarito che non ci sarà alcuna esclusione, rivendicando il ruolo della manifestazione come luogo di confronto e ricordando un principio apparentemente semplice ma oggi sempre più discusso: «Da venticinque anni porta la cultura nelle piazze e accoglie voci, sensibilità e posizioni differenti nell’ottica di creare dibattito, oltre le semplificazioni. Crediamo nell’analisi della complessità, così come crediamo nella libera e pacifica espressione del dissenso che è parte dell’essenza democratica. Non possiamo identificare uno scrittore con le scelte politiche del governo del suo Paese», ha affermato la direttrice artistica.

 

Commenti anche di Vito Leccese, sindaco di Bari: «Togliere la parola e censurare la cultura non è mai una scelta che aiuta la pace» e su Facebook di Gad Lerner che ha espresso il suo disappunto: «Escludere dal Festival del Libro Possibile di Polignano a mare e Vieste lo scrittore israeliano Eskol Nevo, come richiesto in una dissennata petizione? Ma siete impazziti? Non vi vergognate? Sapete leggere? Volete la pace o la guerra?».

 

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Il diretto interessato, arrivato in Italia, ha scelto di rispondere entrando nel merito della questione. «Sono in Italia perché voglio dare voce alla parte della società israeliana che crede nella pace. Io credo nella pace», ha spiegato Nevo. In un’intervista ha poi ribadito la sua distanza dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir: «Mi vergogno di Ben-Gvir. Israele ha bisogno di una svolta». Lo scrittore ha parlato della necessità di chiudere una stagione segnata da violenze e traumi e ha difeso l’idea che l’unica strada possibile per uscire dai conflitti sia quella del negoziato.

Nevo ha anche ricordato il ruolo degli artisti in tempi di guerra: non quello di fornire slogan o appartenenze, ma di conservare uno spazio umano nel quale ascolto, dubbio e complessità possano ancora esistere. Una posizione che emerge anche dalla sua produzione letteraria, dove spesso il tema del dialogo e della ricerca di un punto d’incontro attraversa le storie dei suoi personaggi.

Ed è proprio qui che la vicenda assume un significato più ampio. Perché il caso Nevo non riguarda soltanto uno scrittore israeliano invitato a un festival. Riguarda una domanda più generale: quale deve essere il confine tra il diritto al dissenso e la richiesta di esclusione?

Di recente si sono moltiplicati gli episodi nei quali artisti, scrittori, accademici e personalità pubbliche vengono contestati non soltanto per ciò che hanno detto o fatto, ma anche per l’identità nazionale o politica alla quale vengono associati. In particolare, è nel contesto degli autori israeliani che questo fenomeno si è fatto più evidente, tra inviti contestati, pressioni pubbliche e richieste di esclusione da festival e rassegne culturali, fino alle polemiche che hanno attraversato anche grandi eventi internazionali come la Biennale di Venezia.

Dalle querelle che hanno accompagnato la partecipazione del regista israeliano Nadav Lapid, che ha sollevato dubbi sulla propria presenza in una giuria di un festival cinematografico, fino al caso di Erri De Luca, la cui prolusione al festival Salerno Letteratura è stata esclusa nel 2026 dopo le sue dichiarazioni sul conflitto in Medio Oriente, nelle quali contestava l’uso del termine “genocidio” riferito a Gaza, si delinea un clima in cui la presenza culturale diventa sempre più spesso oggetto di contestazione preventiva.

Il rischio è che la cultura, nata storicamente come spazio di confronto anche duro, diventi invece un luogo nel quale si entra soltanto dopo aver superato un controllo di appartenenza. Un meccanismo pericoloso perché trasforma la responsabilità individuale in una responsabilità collettiva: uno scrittore diventa rappresentante di un governo, un artista diventa simbolo di uno Stato, un cittadino diventa colpevole delle decisioni di chi lo governa. Con il risultato di un clima sempre più teso intorno alla

La domanda allora diventa inevitabile: queste forme di esclusione, sempre più frequenti, non rappresentano una deriva che merita attenzione? Non rischiano di avvicinarci a una logica nella quale il dissenso non viene più affrontato con altre parole, ma cancellando la possibilità stessa di pronunciarle?

La democrazia ha certamente bisogno di indignazione, di protesta e di prese di posizione. Ma ha bisogno anche di una cosa ancora più difficile: ascoltare ciò che non ci piace. Le parole possono ferire, provocare, dividere. Possono persino essere sbagliate. Ma restano infinitamente preferibili al silenzio imposto.  In breve: alla censura. La libertà di parola resta una delle poche armi che una società democratica dovrebbe custodire gelosamente.