Edgar Morin

Addio a Edgar Morin, l’uomo-secolo che insegnò a pensare la complessità

Personaggi e Storie

di Marina Gersony
È morto a 104 anni il grande intellettuale ebreo-francese che per oltre un secolo non ha smesso di interrogare il destino umano. Non lascia soltanto una teoria. Lascia un atteggiamento. Una postura morale. Un modo di stare nel mondo. La convinzione che l’essere umano sia più grande delle sue appartenenze. Che la conoscenza debba unire e non dividere. Che il dubbio sia più fecondo del fanatismo. Che la complessità non sia un problema da eliminare, ma una realtà da comprendere. Per oltre cent’anni ha osservato guerre, rivoluzioni, totalitarismi, speranze, delusioni, mutamenti tecnologici e crisi globali. Ha visto il Novecento nascere, incendiare il pianeta e tramontare. Ha visto sorgere il nuovo millennio. Ed è rimasto fino all’ultimo fedele alla curiosità del ragazzo che era stato.

 

Si chiamava Edgar Nahoum, ma il mondo ha imparato a conoscerlo come Edgar Morin. Per oltre un secolo ha attraversato la storia europea come un testimone inquieto, un esploratore delle idee, un uomo incapace di accettare le semplificazioni. Filosofo, sociologo, antropologo, resistente, intellettuale militante: a 104 anni, quando si è spento a Parigi il 29 maggio, sembrava appartenere a un’altra epoca. Eppure pochi pensatori hanno saputo parlare al XXI secolo quanto lui.

In Francia lo chiamavano «l’homme siècle», l’uomo secolo. Non soltanto per la sua longevità eccezionale, ma perché la sua biografia sembrava coincidere con le fratture e le metamorfosi del Novecento. Ha attraversato guerre mondiali, totalitarismi, Resistenza, ricostruzione, crisi delle ideologie, globalizzazione e rivoluzione digitale senza mai rinunciare a una cosa: la curiosità.

Come ha scritto l’ultima moglie, Sabah Abouessalam-Morin, la sua presenza «trascende la cerchia di coloro che lo hanno amato». «Non era solo un marito, un amico o un compagno; era una voce che parlava all’umanità». È difficile trovare una definizione più precisa.

 

Una ferita originaria

Edgar Morin nasce a Parigi l’8 luglio 1921 da una famiglia ebrea sefardita che aveva attraversato secoli di diaspora. Il padre, Vidal Nahoum, era un commerciante ebreo di Salonicco, la città più ebraica di tutto il Mediterraneo nonché crocevia di lingue e culture. Morin ereditò da quella storia familiare una sensibilità particolare verso le minoranze, gli esiliati, gli uomini sospesi e scissi tra identità diverse.

La famiglia materna, invece, portava con sé tracce della diaspora livornese. A dieci anni perde la madre, Louna Beressi. È una frattura decisiva, mai realmente ricomposta. Molti interpreti del suo pensiero hanno visto in quell’evento l’origine sotterranea della sua filosofia: la ricerca incessante del legame, il rifiuto della separazione, l’ossessione per ciò che unisce e ciò che appare distante. La complessità, in questo senso, non nasce come teoria astratta, ma come risposta esistenziale a una mancanza.

Gli amori di una lunga vita

Anche la sua vita privata racconta questa tensione verso il legame. Morin si sposò quattro volte e considerò sempre l’amore una forza fondamentale della condizione umana, non un elemento marginale dell’esistenza. Le sue relazioni, le convivenze e le amicizie furono parte integrante del suo itinerario intellettuale. «Senza la fiamma dell’amore, non sono niente», confessò. L’ultima compagna, la giornalista e sociologa marocchina Sabah Abouessalam-Morin, gli è rimasta accanto fino alla fine. Prima di lei aveva condiviso diversi momenti della sua vita con Violette Chapellaubeau, Johanne Harrelle (nata Joan Harrell) ed Edwige Lannegrace. Nei suoi scritti non esiste mai una separazione netta tra ragione e sentimento. Per Morin la conoscenza nasce sempre da un intreccio: emozione, intuizione, esperienza, pensiero. Senza questa complessità, l’umano si riduce.

Il dubbio? Una virtù

Durante l’occupazione nazista della Francia, il giovane Edgar Nahoum entra nella Resistenza. È in quel contesto che nasce il nome Edgar Morin. In origine è uno pseudonimo clandestino, una protezione, una maschera necessaria per sopravvivere. Dopo la guerra diventa identità definitiva. L’esperienza della Resistenza segna profondamente la sua visione del mondo. Morin vede la fragilità della civiltà, la rapidità con cui il male può imporsi, ma anche la possibilità della solidarietà e del coraggio. Da allora matura una convinzione che non abbandonerà più: la storia non è lineare, non è garantita, non è prevedibile. Per questo considererà sempre il dubbio una virtù. Non come esitazione paralizzante, ma come apertura mentale permanente, come esercizio critico contro ogni certezza assoluta.

L’ebreo marrano

L’ebraicità di Morin non è mai stata riducibile a una definizione religiosa o identitaria. Egli si definiva spesso «marrano», evocando la condizione degli ebrei costretti alla conversione nella Spagna del XV secolo. In quella figura vedeva una metafora della modernità: vivere tra mondi diversi, senza coincidere mai del tutto con una sola appartenenza. Essere ebreo, per Morin, non significava chiusura ma pluralità. Non radice unica, ma intreccio di percorsi. Questa sensibilità attraversa tutta la sua riflessione sull’antisemitismo e sulla storia europea.

La sua riflessione sulla questione ebraica lo portò anche a formulare giudizi spesso scomodi e poco allineati. Condannò sempre con fermezza ogni forma di antisemitismo e di odio antiebraico, ma non rinunciò mai all’autonomia del giudizio critico. Per questo assunse talvolta posizioni controcorrente sul conflitto israelo-palestinese, rifiutando tanto le semplificazioni ideologiche quanto la logica della colpa collettiva. Prima delle appartenenze, prima delle frontiere, prima delle identità, veniva l’essere umano.

Comunista, eretico, libero: «un destrista di sinistra»

Nel dopoguerra Morin aderisce al Partito Comunista Francese, come molti intellettuali della sua generazione. Ma il suo rapporto con l’ortodossia è presto conflittuale. Lo stalinismo gli appare come una deriva autoritaria incompatibile con l’idea di emancipazione. Per le sue posizioni il rapporto col partito nel 1949 comincia a deteriorarsi, fino alla sua espulsione nel 1951. In seguito, si distacca progressivamente dal comunismo per avvicinarsi al Partito Socialista francese, per il quale simpatizza a partire dai primi anni ‘80.

Nel suo percorso non abbandona mai gli ideali di giustizia sociale, ma rifiuta ogni sistema che pretenda di possedere la verità. Più tardi si definirà provocatoriamente «un destrista di sinistra»: una formula che indica la sua estraneità a ogni schema ideologico rigido. Non sopportava le divisioni nette, quelle semplificazioni che riducono la realtà a schieramenti contrapposti e identità impermeabili. Diffidava delle categorie rigide – destra e sinistra, Occidente e Oriente, fede e ragione, individuo e società – perché vedeva in ciascuna di esse una parte della verità e mai la verità intera. La realtà, sosteneva, non è fatta di blocchi separati ma di relazioni, contaminazioni, conflitti e dialoghi continui. Comprenderla significa accettarne l’intreccio.

Il pensiero complesso

Il contributo più noto di Edgar Morin resta il pensiero complesso. Un’idea semplice nella formulazione, rivoluzionaria nelle implicazioni: il reale non può essere compreso separando i saperi. Biologia, sociologia, economia, psicologia, filosofia: tutto è connesso. Per decenni Morin lavora alla sua opera monumentale La Méthode, in sei volumi, in cui tenta di ricomporre ciò che la modernità ha frammentato. Il sapere, sostiene, non deve ridurre la complessità, ma abitarla. «Bisogna imparare a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze», scrive. E ancora: «La conoscenza della conoscenza è una necessità permanente». La sua non è una filosofia della risposta, ma della domanda.

Il profeta della policrisi

Negli ultimi decenni Morin diventa una delle voci più ascoltate nel dibattito globale. Intuisce in anticipo ciò che molti avrebbero compreso solo più tardi: il mondo entra in una fase di crisi simultanee e interconnesse. Crisi climatica, democratica, economica, geopolitica, culturale. Per descrivere questo intreccio conia il termine «policrisi». Le crisi non si sommano: si moltiplicano. Per questo invita a pensare in termini planetari, a riconoscere una comunità di destino umano. Non era un utopista ingenuo. Conosceva troppo bene il Novecento per esserlo. Ma rifiutava il pessimismo come paralisi. Preferiva parlare di metamorfosi: la capacità dei sistemi complessi di trasformarsi senza annientarsi.

Un uomo fino all’ultimo presente

Fino agli ultimi anni Morin continua a scrivere, intervenire nel dibattito pubblico e pubblicare libri. A oltre cento anni partecipa ancora a conferenze, rilascia interviste, commenta le crisi internazionali. Pochi ricordano che fu anche uno dei pionieri del cinéma vérité grazie al documentario Chronique d’un été, realizzato con Jean Rouch nel 1961, considerato una pietra miliare del cinema documentario moderno.

Ridurre una vita così ricca a un semplice elenco di opere e riconoscimenti è quasi impossibile. Le cronache raccontano che amava la vita, il ciclismo, il jazz, la poesia. Leggeva Dostoevskij e Pascal con la stessa passione con cui studiava la biologia molecolare. Ricevette decine di lauree honoris causa in tutto il mondo. Fu particolarmente amato in America Latina, dove il suo pensiero influenzò profondamente università e sistemi educativi. E continuò a scrivere fino alla fine. Come se il futuro fosse sempre davanti a lui.

L’anno scorso, a 104 anni, pubblicò Y a-t-il des leçons de l’histoire?, interrogandosi su ciò che l’umanità impara – o non impara – dalle tragedie del passato. Non si è mai trasformato in un monumento. Ha rifiutato l’immobilità del pensatore celebrato. È rimasto, fino alla fine, un intellettuale in movimento.

Una globalizzazione da riformare

Di fronte a un’iperinformazione sempre più frammentata e consumata in modo rapido, che rischia di indebolire la capacità critica e ridurre il sapere a semplice accumulo, Edgar Morin richiama la celebre intuizione di Michel de Montaigne – «meglio una testa ben fatta che una testa ben piena» – per indicare la necessità di ripensare in profondità il rapporto con la conoscenza.

In questa prospettiva, la civiltà occidentale, ormai pienamente globalizzata, mostra effetti ambivalenti che rendono urgente una riforma, una vera “politica della civiltà”. Essa dovrebbe fondarsi sull’umanizzazione delle città, sul contrasto allo spopolamento delle campagne e sul rafforzamento di solidarietà e responsabilità condivisa, mirando al tempo stesso a una simbiosi tra le civiltà del pianeta: non un’omologazione, ma una convivenza plurale capace di valorizzare il contributo specifico di ciascuna.

L’eredità

In uno dei suoi ultimi testi scrive che l’incertezza non è un difetto della conoscenza, ma la sua condizione naturale. È forse questa la sua eredità più profonda. In un tempo dominato da semplificazioni e contrapposizioni, Edgar Morin lascia un invito radicale: non smettere di pensare la complessità. Perché comprendere il mondo non significa ridurlo, ma accettare la sua natura intrecciata, ambigua, viva. E continuare, nonostante tutto, a cercare ciò che unisce. La sua lezione più preziosa è racchiusa in poche parole che oggi suonano come un testamento spirituale: «L’avvenire resta aperto e imprevedibile».