Parashat Devarim. Non può esserci giustizia senza compassione

Appunti di Parashà a cura di Lidia calò

Mentre Mosè inizia i suoi grandi discorsi conclusivi rivolti alla nuova generazione, si sofferma su un argomento che domina l’ultimo dei libri mosaici, cioè la giustizia: «In quel tempo diedi questo ordine ai vostri giudici: “Ascoltate le controversie tra il vostro popolo e giudicate con giustizia tra una persona e l’altra, sia che si tratti di un Israelita sia di uno straniero residente. Non mostrate parzialità nel giudizio: ascoltate allo stesso modo il piccolo e il grande. Non lasciatevi intimidire da nessuno, perché il giudizio appartiene a Dio. Qualunque causa sia troppo difficile per voi, portatela a me e io l’ascolterò”.» (Deuteronomio 1:16-17)

Tzedek, “giustizia”, è una parola chiave nel libro del Deuteronomio (Devarim), soprattutto nel celebre versetto: «Persegui la giustizia, solo la giustizia, affinché tu possa vivere e prendere possesso della terra che il Signore tuo Dio ti dà.» (Deuteronomio 16:20)

La distribuzione della parola tzedek — e della sua derivata tzedakà— nei Cinque Libri di Mosè è tutt’altro che casuale. Essa è concentrata in modo schiacciante nel primo e nell’ultimo libro: Genesi (dove compare 16 volte) e Deuteronomio (18 volte). In Esodo ricorre soltanto quattro volte e in Levitico cinque.
Tutte queste ricorrenze, tranne una, sono concentrate in due capitoli: Esodo 23 (dove tre delle quattro occorrenze sono nei versetti 7-8) e Levitico 19 (dove tutte e cinque le ricorrenze si trovano nello stesso capitolo). Nel libro dei Numeri, invece, la parola non compare affatto.

Questa distribuzione è uno dei molti indizi che il Chumash (i Cinque Libri di Mosè) è costruito secondo una struttura chiastica, cioè un’unità letteraria del tipo A-B-C-B-A.

La struttura è la seguente:
A – Genesi: la preistoria d’Israele (il passato remoto)
B – Esodo: il viaggio dall’Egitto al Monte Sinai
C – Levitico: il codice della santità
B – Numeri: il viaggio dal Monte Sinai alle pianure del Giordano
A – Deuteronomio: la post-storia d’Israele (il futuro remoto)

Il motivo ricorrente di tzedek/tzedakà appare proprio nei punti chiave di questa struttura: nei due libri esterni, Genesi e Deuteronomio, e nel capitolo centrale dell’intera opera, Levitico 19.
È evidente quindi che questa parola costituisce uno dei temi dominanti dell’intero insegnamento mosaico.

Che cosa significa?
Tzedek e tzedakà sono quasi impossibili da tradurre, perché possiedono molte sfumature di significato: giustizia, carità, rettitudine, integrità, equità, imparzialità, innocenza.
Certamente significano qualcosa di più della semplice giustizia legale, per la quale la Bibbia usa termini come mishpat e din.

Un esempio chiarisce bene questo punto: «Se quella persona è povera, non andare a dormire trattenendo il suo pegno. Dovrai restituirgli il pegno prima del tramonto, affinché possa dormire avvolto nel suo mantello e ti benedica. Questo ti sarà considerato come un atto di giustizia davanti al Signore tuo Dio. (Deuteronomio 24:12-13)

In questo versetto tzedakà non può significare semplicemente giustizia legale. Si tratta del caso di un povero che possiede un solo mantello, consegnato al creditore come garanzia per un prestito. Il creditore ha il diritto legale di trattenere il mantello fino alla restituzione del debito. Tuttavia, esercitare quel diritto non è semplicemente la cosa giusta da fare. Significherebbe ignorare la situazione umana del povero, che non ha altro con cui proteggersi dal freddo durante la notte.

Il significato diventa ancora più chiaro confrontando il passo parallelo in Esodo 22: «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo restituirai prima del tramonto, perché è il suo unico indumento, l’unica coperta per il suo corpo. Con che cosa potrebbe dormire? Se griderà a Me, Io lo ascolterò, perché Io sono misericordioso.» (Esodo 22:25-26)
La stessa situazione che nel Deuteronomio viene descritta come tzedakà, nell’Esodo viene definita compassione o grazia (chanun).

Il compianto rabbino Aryeh Kaplan tradusse tzedakà in Deuteronomio 24 con l’espressione “merito caritatevole”. Forse la traduzione migliore sarebbe: “fare ciò che è giusto e moralmente corretto”, oppure “una giustizia temperata dalla compassione.”

Nel giudaismo, infatti, la giustizia — tzedek, distinta da mishpat — deve essere mitigata dalla compassione. Per questo risulta tanto tragica e ironica la celebre arringa di Porzia ne Il mercante di Venezia di Shakespeare:
La qualità della misericordia non è forzata; cade come una dolce pioggia dal cielo sul luogo sottostante. È doppiamente benedetta: benedice chi la dona e chi la riceve… La misericordia è al di sopra dello scettro del potere; essa è un attributo di Dio stesso. Il potere terreno assomiglia maggiormente a Dio quando la misericordia tempera la giustizia. Perciò, ebreo, anche se la giustizia sostiene la tua causa, considera questo: se Dio ci giudicasse soltanto secondo giustizia, nessuno di noi potrebbe essere salvato. Tutti preghiamo per ottenere misericordia; e proprio questa preghiera ci insegna ad avere misericordia verso gli altri…

Shakespeare esprime qui il tipico stereotipo medievale che contrappone la misericordia cristiana (Porzia) alla giustizia ebraica (Shylock). Non si rende minimamente conto — e difficilmente avrebbe potuto, data la cultura del suo tempo — che in ebraico giustizia e misericordia non sono concetti opposti, ma sono uniti nella stessa parola: tzedek o tzedakà.

Per rendere ancora più ironica la situazione, il linguaggio e le immagini utilizzate da Porzia (“cade come una dolce pioggia dal cielo”) derivano proprio dal Deuteronomio: «Scenda il mio insegnamento come la pioggia; stillino le mie parole come la rugiada, come pioggia leggera sull’erba tenera e come acquazzoni sull’erba dei prati. Poiché proclamo il Nome del Signore, riconoscete la grandezza del nostro Dio. Egli è la Roccia: perfetta è la sua opera, perché tutte le sue vie sono giustizia. È un Dio fedele, senza ingiustizia; Egli è giusto e retto.»
(Deuteronomio 32:2-4)

Il falso contrasto tra ebraismo e cristianesimo presentato nel Mercante di Venezia costituisce una testimonianza eloquente della crudele deformazione del giudaismo operata dalla teologia cristiana fino a tempi relativamente recenti.

Perché allora la giustizia è così centrale nel giudaismo? Perché è imparziale.
La legge, secondo la Torà, non distingue tra ricco e povero, tra potente e debole, tra nativo e straniero. L’uguaglianza davanti alla legge è la traduzione, in termini umani, dell’uguaglianza davanti a Dio.

Più volte la Torà insiste sul fatto che la giustizia non è un’invenzione umana: «Non lasciatevi intimidire da nessuno, perché il giudizio appartiene a Dio.» Proprio perché appartiene a Dio, essa non deve mai essere compromessa dalla paura, dalla corruzione o dal favoritismo.
È un dovere irrinunciabile e un diritto inalienabile.

Il giudaismo è una religione dell’amore: amerai il Signore tuo Dio; amerai il tuo prossimo come te stesso; amerai lo straniero. Ma è anche una religione della giustizia, perché senza giustizia perfino l’amore si corrompe (chi non sarebbe tentato di piegare le regole a favore di chi ama?). È anche una religione della compassione, perché senza compassione la legge stessa può produrre ingiustizia.

Giustizia più compassione = tzedek.
Ed è questa la prima condizione indispensabile per costruire una società veramente degna dell’essere umano.

Di rabbi Jonathan Sacks zzl