L’opera Alex with his tefillin in the sea ritrae Alex Ryvchin, una delle figure pubbliche più esposte dell’ebraismo australiano contemporaneo. Selezionata tra i finalisti dell’Archibald Prize 2026, il più prestigioso premio australiano dedicato alla ritrattistica, è un documento emotivo e politico sul trauma collettivo vissuto dalla comunità ebraica australiana dopo il massacro di Bondi Beach del dicembre 2025 e la successiva escalation di antisemitismo nel paese. (Asinistra, Michael Zavros con Alex Ryvchin, e a destra Ryvchin con il dipinto).
iNella grande tradizione del ritratto occidentale, il volto non racconta mai soltanto un individuo. Racconta un’epoca, le sue paure, le sue fratture, le sue aspirazioni morali. È questo il terreno delicato su cui si muove Alex with his tefillin in the sea, il dipinto con cui il pittore australiano Michael Zavros ha scelto di ritrarre Alex Ryvchin, una delle figure pubbliche più esposte dell’ebraismo australiano contemporaneo.
L’opera, selezionata tra i finalisti dell’Archibald Prize 2026 — il più prestigioso premio australiano dedicato alla ritrattistica — non è soltanto un esercizio di tecnica figurativa. È un documento emotivo e politico sul trauma collettivo vissuto dalla comunità ebraica australiana dopo il massacro di Bondi Beach del dicembre 2025 e la successiva escalation di antisemitismo nel paese.
Un ritratto nato dopo il trauma
Zavros, artista noto per una ricerca visiva che intreccia estetica del potere, narcisismo contemporaneo e identità maschile, racconta di avere scoperto inattese somiglianze con il proprio soggetto: lineamenti mediterranei, capelli brizzolati tagliati corti, tre figli, ma soprattutto una comune esposizione pubblica a tensioni e controversie.
A rendere però il legame ancora più profondo è stata una recente scoperta genealogica: un test del DNA che ha rivelato ascendenze ebraiche nell’artista. Da quel momento, gli eventi seguiti al 7 ottobre e l’aumento dell’antisemitismo australiano hanno cessato di essere, per lui, un fatto esclusivamente esterno o mediatico.
«Ho sentito una connessione personale, quasi di sangue», spiega Zavros. Ed è proprio questa identificazione che trasforma il ritratto di Ryvchin in qualcosa di più di un’immagine commemorativa: una riflessione sulla vulnerabilità e sull’appartenenza nazionale.
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L’ebraismo australiano sotto pressione
Negli ultimi due anni, l’Australia ha conosciuto una polarizzazione senza precedenti sul tema dell’antisemitismo. Dopo il massacro di Hanukkah a Bondi Beach — costato la vita a quindici persone — il dibattito pubblico si è intensificato, intrecciando sicurezza, libertà di espressione, conflitto israelo-palestinese e coesione sociale.
In questo contesto, Ryvchin è diventato uno dei volti più riconoscibili della comunità ebraica australiana. Ex avvocato, oggi alla guida dell’Executive Council of Australian Jewry, ha testimoniato davanti alla Royal Commission australiana sull’antisemitismo e la coesione sociale, denunciando episodi di odio sempre più espliciti.
Il ritratto restituisce precisamente questo stato di tensione permanente: un uomo esausto, vulnerabile, ma non piegato.
Quando vide l’opera completata, Ryvchin raccontò di essere rimasto colpito dall’espressione «torturata» del proprio volto. Non perché il dipinto non fosse fedele, ma perché rendeva visibile qualcosa che il linguaggio pubblico tende spesso a cancellare: la fatica psicologica del ruolo.
I tefillin come memoria e dichiarazione
Nel dipinto, Ryvchin compare sulla spiaggia, con il braccio avvolto nei tefillin. Il dettaglio non è decorativo. Rimanda direttamente alla figura del rabbino Eli Schlanger, amico personale di Ryvchin e tra le vittime dell’attacco di Bondi.
Dopo il massacro, molti ebrei australiani si recarono proprio sulla spiaggia per indossare i tefillin in segno di lutto e continuità identitaria. Zavros fa di quel gesto rituale il fulcro simbolico dell’opera: in un momento storico in cui molti ebrei occidentali vivono con esitazione o paura la visibilità pubblica della propria identità, il nero intenso dei tefillin emerge sulla tela come un’affermazione di presenza.
Il mare grigio, il cielo coperto, la postura leggermente curva del soggetto accentuano un senso di precarietà esistenziale. E tuttavia lo sguardo resta frontale, fermo, quasi sfidante.
Quando il ritratto necessita di una guardia
L’aspetto forse più emblematico dell’intera vicenda è che il dipinto stesso, esposto all’Art Gallery of New South Wales di Sydney, sarebbe accompagnato da misure di sicurezza dedicate.
Un ritratto di un leader ebraico contemporaneo necessita di protezione. È difficile immaginare un simbolo più eloquente dello stato attuale del dibattito culturale australiano.
Lo stesso Zavros ha definito «triste» il fatto che molti osservatori abbiano considerato “coraggiosa” la scelta di dipingere Ryvchin. Tra questi anche il critico d’arte australiano John McDonald, che ha parlato apertamente della diffusione di atteggiamenti antisemiti in alcuni ambienti artistici e culturali del paese.
La questione solleva interrogativi che vanno ben oltre il caso australiano. Può ancora l’arte rappresentare la complessità umana senza essere immediatamente risucchiata nella polarizzazione ideologica? Può il ritratto tornare a essere uno spazio di empatia civile?
Oltre la politica, il volto umano
È significativo che Ryvchin insista soprattutto su un punto: «La gente dimentica gli esseri umani dietro tutto questo». Commissioni parlamentari, leggi sull’hate speech, dibattiti mediatici, statistiche sull’odio: tutto rischia di diventare astratto.
Il dipinto tenta invece il movimento opposto. Riporta la discussione alla dimensione del volto, della perdita, della vulnerabilità individuale.
In questo senso, l’opera di Zavros appartiene a quella rara categoria di immagini che non cercano di risolvere il conflitto, ma di restituire dignità alla sofferenza umana che il conflitto produce.
Ed è forse qui che il ritratto assume la sua funzione più autenticamente culturale: ricordare che l’identità non è soltanto una categoria politica, ma una condizione vissuta nel corpo, nella memoria e nello sguardo.



