di Roberto Zadik
Chi era davvero il rabbino e preside della scuola ebraica Rav David Schaumann? Un ricordo a mezzo secolo dalla sua scomparsa
Rav David Schaumann, Z’L è stato sicuramente un personaggio poliedrico e carismatico che per tutta la sua vita ha saputo riunire straordinaria cultura, altruismo e osservanza religiosa.
Prima come rabbino, poi nel ruolo di intellettuale, conferenziere e preside della scuola ebraica per trent’anni, dalla ricostruzione del dopoguerra fino a metà degli anni Settanta. Improvvisamente scomparso il 6 luglio 1975, un mese esatto prima del suo sessantacinquesimo compleanno: mentre si trovava a Genova, fu colpito da infarto. Come indicato dal suo cognome, Schaumann era un “uomo che vedeva lontano”: partendo dalla traduzione dal tedesco infatti il significato è proprio questo. Fu un esempio di lungimiranza e spirito di sacrificio per la comunità, prima a Genova e poi a Milano per poi tornare nel capoluogo ligure. La sua personalità, capace di andare oltre le apparenze e di vedere lontano, fuse cultura, idealismo e sentimento religioso lungo tutto il suo percorso professionale e umano. Poliglotta e profondamente curioso, nato il 6 agosto 1910 nel villaggio di Kuty (in Polonia fino al 1935 e attualmente Ucraina), nella sua gioventù soffrì molto poiché, durante le violenze della Shoah, i suoi genitori scomparvero senza più lasciare traccia.
Rav Schaumann visse in varie città, da Vienna, in cui studiò Medicina, frequentando contemporaneamente la Yeshivà, fino ad arrivare alla sua nuova patria, l’Italia.
Era un uomo animato da un sincero altruismo, si sentiva soprattutto ebreo, sradicato dal suo paese di origine, e parlava pochissimo del suo passato famigliare e della sua cittadina natale. Fino alla fine si sentì molto legato all’Italia, dopo aver chiesto e ottenuto la cittadinanza italiana. Cercò per tutta la vita genitori e i fratelli senza mai ritrovarli né sapere che fine avessero fatto e questo lo addolorò molto. Fu suo figlio Dani che, vari anni dopo la scomparsa del padre, decise di andare nella sua terra nativa, in cerca di notizie, scoprendo, dopo lunghe ricerche, grazie al rabbino di una cittadina vicino a Kuty, dove era nato il padre, che erano stati fucilati, uccisi dai nazisti. Come hanno sottolineato i figli, vista l’atrocità di questa fine forse è meglio che non l’abbia mai saputo, mantenendo l’illusione di poterli prima o poi ritrovare. Nonostante questa gioventù così difficile, prima di diventare, oltre che rabbino, anche preside ed energica guida della scuola ebraica milanese, egli sviluppò vari talenti. Fra questi la padronanza di varie lingue, dal tedesco, al polacco, dallo yiddish all’italiano e all’ebraico, che conosceva perfettamente e ad alto livello intrattenendo conversazioni con personalità di spicco della politica israeliana. Fu un grande sionista. Mentre studiava Medicina a Vienna, fu costretto a lasciarla a pochi esami dalla fine, per colpa delle Leggi Razziali. A Milano, dove si laureò in Lettere Moderne, venne calorosamente accolto dalla Comunità dell’epoca, poco dopo la Seconda guerra mondiale, subentrando nel ruolo di preside della scuola ebraica. Riuscì ad avere mille allievi, nel periodo di massimo splendore della Scuola, fra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta. Purtroppo, dal 1968, subì la grande crisi con le agitazioni studentesche e le difficoltà di quel periodo.
Ma qual era il suo rapporto con la scuola ebraica? Ricordano emozionati quelli che lo hanno conosciuto: “Era l’anima di questa scuola e credeva profondamente nel valore dell’educazione ebraica”. Grande divulgatore di cultura, “si dedicò all’insegnamento spinto dal desiderio di avvicinare i giovani al sapere e alla conoscenza dei concetti basilari come priorità assoluta”. Estroverso e disponibile, “aiutava chiunque ne avesse bisogno; aveva una personalità concreta ma anche estremamente curiosa intellettualmente, leggeva in continuazione e, col suo carisma, incuteva naturalmente rispetto, stima e soggezione nei ragazzi”. A proposito del suo ruolo di preside, è interessante rievocare che quando i ragazzi “finivano” in presidenza, con fermezza ma anche con dolcezza, sorridendo offriva loro una caramella. Poi aggiungeva: “Se sei un bravo bambino sarà dolce se no sarà un po’ amara”. La caramella era il premio finale affinché nessuno uscisse deluso dall’incontro con lui, dimostrando delicatezza e fiuto psicologico. Mise sempre la cultura al primo posto e per aiutare gli altri, in un periodo così difficile come quello del dopoguerra, riuscì con la sua fitta rete di conoscenze a venire incontro a un gran numero di persone.
Era un benefattore, nel vero senso della parola, aiutando la comunità anche nei bisogni pratici oltre che spirituali. Oltre a questo, molto importante fu il fatto che egli fosse capace di essere al tempo stesso un ortodosso colto e anche estremamente empatico. A una signora che voleva cominciare ad osservare lo Shabbat suggerì di mettere sulla tavola come prima cosa una tovaglia bianca, preparare una torta e accendere le candele, creando i presupposti per indirizzarla, nel tempo, verso altri passaggi di osservanza religiosa. Non fu mai repressivo ma, comprendendo i desideri del suo prossimo, li aiutava con grande delicatezza. Non si fermò mai, lavorava in continuazione e collaborava con moltissime organizzazioni ebraiche italiane e internazionali.
Visse una vita molto intensa fino al giorno della sua scomparsa. Conferenziere dalla cultura sterminata, si occupò molto anche di dialogo interreligioso affascinando il pubblico con la sua competenza e apertura alle varie confessioni religiose.



