Identità e globalismo, tra territorio e tradizioni

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie] Se si vuole mettere in relazione l’ebraismo medesimo con l’età della difficile globalizzazione, quella nella quale stiamo vivendo, allora il primo punto da cui partire è quello dell’esperienza diasporica. Le dispersioni susseguitesi nel corso dei secoli hanno in buona parte sradicato gli insediamenti ebraici originari, con una significativa perdita di quei caratteri che erano legati alle lunghe stanzialità.

Il punto di sintesi, in queste dinamiche, è il rapporto tra territorio e identità. Un tema complesso, per nulla risolvibile in facili astrazioni. Nel passato che fu così come nel nostro presente. Al medesimo tempo, ciò avvenendo, le diaspore hanno agevolato quelle competenze che si legano all’adattamento. Si tratta di un complesso di qualità estremamente preziose, che si rinnovano ad oggi, e di cui l’Israele contemporaneo, la cui capacità di attrarre uomini e risorse è abbondantemente riconosciuta, costituisce un’espressione pressoché unica.

La forza di una comunità umana risiede non nella ripetizione di prevedibili standard e cliché consolidati bensì nel sapere rispondere alle sollecitazioni ambientali con risorse culturali in grado di farne avanzare il livello di sviluppo complessivo. Si tratta della vera sfida ecologica che stiamo vivendo: se l’ambiente non è solo un insieme inerte di cose ma anche – e soprattutto – di persone (e scambi tra di esse), così come di mutevoli risorse, energie e situazioni, il saperlo rimodellare a proprio beneficio è una competenza strategica.

Senza di essa, nessuna comunità, popolo o nazione può confidare di avere un qualche futuro. Un secondo elemento da considerare è quello per cui ogni esperienza di globalizzazione porta inesorabilmente con sé la ridefinizione dei confini (politici, amministrativi ma anche, e soprattutto umani e culturali), spesso in sé letteralmente divelti dai cambiamenti planetari.

Al pari, ciò avviene con la trasformazione dell’esperienza che si fa dello spazio. Al nocciolo di questa condizione vi sono le migrazioni. Il racconto del mutamento delle società è infatti il riscontro, anche e soprattutto, di come queste si muovano nel corso del tempo. Gli ebrei, nel loro essere un “popolo mondo”, inserito nei flussi globali ma anche in grado di preservare un proprio nocciolo profondo, costituiscono la conferma di un tale assunto: muoversi, insediarsi, relazionarsi, conoscersi e rapportarsi gli uni agli altri sono il fuoco dell’esperienza umana. Non insidiano le radici, semmai le irrorano di nuova linfa.

Illusorie sono pertanto quelle pratiche che condanno il meticciato universale come la perversione di una qualche rigida “tradizione” e “sostanza”, altrimenti non meglio identificate. Il mutamento è la matrice dell’umanità. Poiché indica la capacità di quest’ultima, nel corso del tempo, di adattarsi alla trasformazione dell’ambiente circostante. Una competenza senza la quale si è destinati ad estinguersi.

Un terzo aspetto ci dice che la società mondiale nella quali siamo calati è basata sull’economia dell’informazione e della conoscenza. Non esiste identità collettiva che non si alimenti del sapere digitale. Le forme che quest’ultimo assume sono tanto mutevoli quanto lo sono i tempi con i quali la conoscenza si manifesta, pur avendo come comune indice l’alfabetizzazione civile. Che è non solo il sapere leggere e scrivere, così come il “far di conto” delle epoche trascorse, bensì l’intelligenza operativa, che costruisce codici di comprensione dei significati da attribuire agli eventi di massa.

L’identità collettiva, così come di gruppo, coincide allora con la capacità di interpretare il tracciato della storia. Il riferimento alla memoria si inscrive – quindi – in questo tanto arduo quanto necessario percorso. Non è solo uno sguardo profondo rivolto al passato. Piuttosto è la ricerca di segnavia per il futuro. Ciò dicendo, non ci si concede nessuna licenza poetica; semmai, è la sollecitazione alla necessità di allargare il proprio sguardo verso un orizzonte che, per non generare angoscia, necessita, oggi più che mai, di essere interpretato appieno. Ossia nel suo insieme. Dove non sussistono pluralità di sensibilità e appartenenze. Anche nella medesima persona. Si potrebbe poi aggiungere, con una nota di sarcasmo, che non tutto il male viene per nuocere.

Se gli antisemiti di ogni risma da sempre attribuiscono agli ebrei la “mancanza di patria” (sostituita dalla comunione del denaro, ovvero dal riconoscersi in questo solo “valore” monetario), adesso – nell’età della globalizzazione, così come della sua sopravveniente crisi – oltre alle identità di gruppo ad essere messe in discussione sono le idee stesse di territorialità, almeno per come le abbiamo conosciute e praticate negli ultimi due secoli. Tutto ciò non implica l’obsolescenza definitiva di nazioni e Stati ma ci appella e richiama allo spirito critico alla comprensione del fatto che ai luoghi geografici, amministrativi e politici tradizionali si sovrappongono nell’adesso, come soprattutto in futuro, altre concezioni degli spazi. Poiché a comunità fisiche, infatti, corrispondono quelle che sono, a pieno titolo, comunità virtuali. Tali poiché basate sulla comunicazione continua. Le une non negano le altre. Piuttosto si integrano, in maniera conflittuale, vicendevolmente.

La sfida della cosiddetta “identità”, che in campo ebraico è strategica (poiché rimanda alla capacità di sopravvivere nel tempo), si gioca allora anche su questo piano, dove il ruolo dell’immaginazione è strategico, contribuendo a generare sapere e, con esso, potere. È sapere, in questo caso, il riuscire ad orientarsi collettivamente nel cambiamento. È potere, quindi, il trasformare una tale competenza in una bussola che permetta di affrontare il tempo presente e quello a venire. Avere un’identità ebraica nell’età della globalizzazione comporta anche questa consapevolezza. Da trasmettere a tutti. Senza vellicare particolarismi identitari che, invece, dal pogrom del 7 ottobre 2023, sono riemersi, tra i tanti, come finta corazza alla quale ancorarsi, al pari di un salvagente di piombo che, simulando di mantenere a galla i naufraghi, invece li condanna ad essere sommersi una volta per sempre.