Tutte le immagini © Cesare Badini per Mosaico
di Esterina Dana
VIAGGIO A BUDAPEST 10-13 MAGGIO 2026
Diario di Bordo
Domenica 10 maggio
Ci svegliamo prima dell’alba per giungere all’appuntamento con l’autobus che ci porterà all’aeroporto. Dopo un volo di breve durata, giungiamo a Budapest, dove incontriamo la nostra guida. Nel tragitto che ci conduce alla nostra prima tappa, la cittadella di Visegrad, ci spiega che in origine la città era divisa in tre centri situati sulle due rive del Danubio: Buda sulla riva occidentale, collinare e sede storica del potere reale; Óbuda (“Vecchia Buda”), ancora più antica, legata anche alla presenza romana; Pest, sulla riva orientale, pianeggiante e commerciale, che diventa la parte più dinamica ed economica. Vengono riunite nel 1873, durante l’Impero austro-ungarico, formando Budapest.
Veniamo a conoscere parte della lunga e complessa storia dell’Ungheria, segnata da invasioni, splendori imperiali, dominazioni straniere. Sita nel cuore dell’Europa centrale, la regione è nota come Pannonia, una provincia romana (nel 35 a.C.) delimitata dal Danubio che offre un confine naturale: una barriera contro le popolazioni barbariche. Dopo i Romani, la Pannonia viene conquistata dai Magiari, una confederazione di sette tribù provenienti dalle steppe euroasiatiche, che si insedia nel bacino del Danubio e, guidata dal principe Árpád, giunge nel bacino dei Carpazi alla fine del IX secolo. Nel 1000 viene incoronato re Stefano I d’Ungheria che converte il paese al Cristianesimo, ancor oggi venerato come santo e padre della patria.
La storia dell’Ungheria risale all’inizio del Medioevo. Tra il XIV e il XV secolo attraversa un periodo di splendore, in particolare sotto il re Mattia Corvino. A partire dal 1526, gran parte del territorio passa sotto il controllo dell’Impero Ottomano, mentre altre zone finiscono sotto quello degli Asburgo. Per un secolo e mezzo il paese è diviso tra territori ottomani, domini asburgici e Principato di Transilvania.
La presenza ebraica risale probabilmente all’epoca romana, ma le prime comunità organizzate si sviluppano nel Medioevo. Nel Regno d’Ungheria gli ebrei si dedicano a commercio, finanza, artigianato, traffici lungo il Danubio.

Arriviamo a Visegrad (“fortezza sopraelevata”), dominata dal monte su cui sorge la Cittadella Medievale affacciata sull’“Ansa del Danubio”, che offre un panorama stupefacente. Visitiamo il Castello medievale divenuto nel XIV secolo residenza reale sotto il re Carlo Roberto d’Angiò; qui si svolgevano importanti incontri diplomatici tra i sovrani di Ungheria, Polonia e Boemia.
Quindi visitiamo Szentendre (Sant’Andrea), che ospita la più piccola sinagoga dell’Ungheria: uno spazio minuscolo per un massimo di una decina di persone. Tra Ottocento e inizio Novecento, la piccola ma vivace comunità ebraica di Szentendre conta commercianti, artigiani, medici e professionisti. Durante la Shoah, viene quasi tutta deportata nel 1944. Negli anni ’90, András Szántó trasforma la casa dei suoi genitori, sita lì vicino, in un piccolo luogo di preghiera con Aron e Tevà per una comunità ebraica neolog, un memoriale della comunità scomparsa e un museo con fotografie e oggetti storici.
Nel ritorno a Budapest, Alfonso Sassun ci parla del rabbino austro-ungarico Moses Sofer, noto come il Chatam Sofer. Fu uno dei principali rabbini ortodossi dell’ebraismo europeo nella prima metà del XIX secolo. Oppositore del movimento riformista nell’ebraismo, è una delle figure di riferimento nella resistenza a tale corrente. La sua massima più famosa è: “Chadash asur min haTorah” (“Il nuovo è proibito dalla Torah”), usata per difendere la tradizione contro i cambiamenti religiosi: la preghiera doveva essere rigorosamente in ebraico, vietato l’uso dell’organo in sinagoga, severa separazione tra uomini e donne.
Quindi parla del Conteggio dell’Omer, una pratica religiosa che consiste nel contare ogni giorno per 7 settimane (49 giorni), dal secondo giorno di Pesach fino a Shavuot. Il periodo ha diversi livelli di significato: storico, perchè collega la liberazione dall’Egitto (Pesach) al dono della Torah (Shavuot); spirituale, perché rappresenta un percorso di crescita e preparazione interiore; agricolo, perchè legato alla stagione del raccolto nell’antico Israele. Durante l’Omer, in molte tradizioni ebraiche si osservano alcune forme di lutto, mentre il 33° giorno, Lag BaOmer, è un giorno di festa caratterizzata dall’accensione di falò, gite e celebrazioni all’aperto che rappresentano un momento di passaggio da tristezza a gioia.
Scesi dall’autobus, ci avviamo a Piazza degli Eroi, monumentale simbolo nazionale dell’Ungheria. È situata alla fine del grande viale Andrássy ed è l’ingresso del Parco Városliget (il “Parco della Città”). È stata costruita alla fine del XIX secolo per celebrare il Millenario dell’arrivo delle tribù magiare nella Carpazia (896). Si trova tra il Museo di Belle Arti e la Galleria d’arte contemporanea e di esposizioni temporanee. Al centro si trova il Monumento del Millenario: una colonna composita di 36 metri sormontata da una statua dell’arcangelo Gabriele che tiene la Sacra Corona d’Ungheria e regge la doppia croce apostolica. Alla base della colonna, le statue equestri bronzee dei sette capi delle tribù magiare guidati da Árpád. Dietro si apre un colonnato semicircolare con statue di re, condottieri e leader politici ungheresi tra i quali figurano Stefano I d’Ungheria e Mattia Corvino.
Le statue riflettono anche cambiamenti politici del XX secolo: alcune figure sono state rimosse o sostituite dopo la fine dell’Impero austro-ungarico e durante il periodo comunista. Sulle sommità delle due ali sono poste in modo speculare due figure allegoriche che rappresentano rispettivamente la Guerra e la Pace. Di fronte, si trova il memoriale eclettico “Alla memoria degli eroi che diedero la vita per la libertà del loro popolo e della loro indipendenza nazionale”.
Ci dirigiamo al Varosliget (Parco della Città), il parco cittadino di Budapest bonificato sotto l’impero di Maria Teresa, trasformato nell’Ottocento in un giardino all’inglese. Nel 1896, in occasione del Millenario della nascita del regno di Ungheria, nel parco viene costruito il castello di Vajdahunyad. Inizialmente padiglione per una mostra temporanea costruito in cartone e legno, viene ricostruito in mattoni. Passeggiando, ammiriamo la Statua dell’Anonimo, la figura bronzea di un uomo seduto, il viso quasi completamente coperto da un cappuccio; tiene un libro in una mano e una penna nell’altra e rappresenta lo scrivano di re Bela che visse nel XIII secolo e scrisse la prima storia dell’Ungheria. Nel parco è situata La casa della Musica, opera dell’architetto giapponese Sou Fujimoto, un edificio di vetro integrato con l’ambiente, che si distingue per la copertura ondulata e traforata e un design ispirato alla forme naturali.
In Piazza del Popolo del 56, sorge il Monumento alla Rivoluzione ungherese del 1956, una gigantesca opera d’arte progettata da un gruppo ungherese inaugurata nel 2006. Creata con forme astratte e materiali, parla di un evento collettivo e traumatico del Novecento europeo. Nella parte anteriore è composta da travi metalliche arrugginite di diverse altezze che infittiscono progressivamente, irrompendo nello spazio in una forma a cuneo: una rappresentazione simbolica del popolo unito contro l’oppressione sovietica. Il lato posteriore appare come un blocco lucido e compatto, metafora della lotta contro l’oscurità della dittatura. Usciamo costeggiando il Museo etnografico. In parte “costruito sotto terra”, riduce l’impatto visivo nel parco. Dal suolo emergono solo due grandi “ali” curve e il tetto, che lo continua idealmente.
Lunedì 11 maggio
Ci dirigiamo nel quartiere ebraico. Prima tappa del giorno: la Sinagoga di Via Dohàny (a Budapest le sinagoghe prendono il nome della via in cui sorgono). Ci arriviamo passando per l’Oktagon, una grande piazza ottagonale nel centro di Budapest, già Piazza Mussolini durante la reggenza autoritaria e conservatrice di Miklós Horthy dal 1920 all’ottobre del 1944.
La Grande Sinagoga Dohàny (=Tabacco), situata nel quartiere ebraico di Pest, e costruita tra il 1854 e il 1859, è la più grande sinagoga neolog d’Europa, un monumento storico fondamentale anche per la memoria della Shoah. L’edificio a pianta longitudinale in stile principalmente neomoresco, con elementi bizantini e romanici, presenta una facciata in mattoni bicromi con rosone centrale e due torri gemelle con cupole “a cipolla”.
L’interno monumentale è a tre navate di tre campate ciascuna, scandite da archi a tutto sesto. Le navate laterali sono sormontate da un doppio ordine di matronei, che continua anche in controfacciata. L’illuminazione naturale è garantita da grandi trifore lungo il secondo ordine del matroneo e da grandi lampadari nelle campate della navata centrale. In fondo a quest’ultima, l’abside ospita l’Aron Ha Kodesh. Completamente rivestito in marmo e decorato con dorature, presenta un protiro sorretto da due colonne. La porta lignea, a doppio battente, chiude l’ambiente interno, ove sono custoditi i rotoli della Torah. Alle spalle dell’Aron Ha Kodesh, vi è un grande organo a canne consentito nella tradizione ebraica ungherese neolog. Alla sinistra della sinagoga grande, sorge il Tempio degli Eroi, più piccolo, costruito nel 1931 e dedicato agli ebrei caduti durante la Prima guerra mondiale. Lo stile è caratterizzato dai volumi geometrici e dall’assenza di vistose decorazioni. Viene utilizzato per le funzioni nei giorni feriali e in inverno. Accanto alla sinagoga nacque Theodor Herzl. La sua casa si trovava nell’area dove oggi sorge il Museo Ebraico.
Verso la fine della Seconda guerra mondiale, il quartiere attorno alla sinagoga diventa parte del ghetto ebraico di Budapest. Nel cortile interno esiste ancora oggi un cimitero ebraico, dove sono sepolte migliaia di persone morte nel ghetto durante l’inverno 1944-45. Nel cortile della sinagoga si trova uno dei memoriali più toccanti della città: il “Salice Piangente”, noto anche come “Albero della Vita”, realizzato dall’artista Imre Varga. La scultura commemora gli ebrei ungheresi uccisi durante la Shoah. L’opera è stata finanziata dalla Fondazione Emanuel, legata all’attore Tony Curtis. Realizzata in acciaio, ha la forma di un salice piangente: dal tronco si apre una grande chioma ricadente, simile a una cupola naturale e, secondo alcune interpretazioni, anche a una Menorah rovesciata. Le foglie dell’albero sono piccole lamine metalliche sulle quali è inciso il nome di una vittima della Shoah. Il monumento unisce così il ricordo dei morti all’idea della continuità della vita e della resilienza della comunità ebraica dopo la tragedia. È intitolato a Raoul Wallenberg, un diplomatico e umanitario svedese attivo a Budapest nel 1944-45, che durante l’occupazione nazista distribuì “passaporti di protezione” svedesi e organizzò case protette per salvare migliaia di ebrei ungheresi dalla deportazione e dallo sterminio. È presente anche una targa commemorativa con i nomi dei “Giusti tra le Nazioni”, coloro che aiutarono gli ebrei perseguitati durante la Seconda guerra mondiale: oltre a Wallemberg, lo svizzero Carl Lutz, l’italiano Giorgio Perlasca, Mons. Angelo Rotta, nunzio apostolico dello Stato della Città del Vaticano a Budapest.
Per raggiungere la nostra prossima tappa, camminiamo nel quartiere ebraico e la guida continua il racconto delle vicende ebraiche. Con il ritorno degli Asburgo gli ebrei subiscono nuove limitazioni, come risiedere a Buda fuori le mura, ma nel XVIII secolo le riforme di Giuseppe II d’Asburgo-Lorena (le Patenti di Tolleranza) migliorano la loro condizione e possono avvicinarsi al mercato di Pest. Nel XIX secolo, dopo il compromesso austro-ungarico del 1867, gli ebrei ungheresi conquistano piena emancipazione e diritti civili.
Fino al 1944 gli ebrei ungheresi, pur colpiti da leggi discriminatorie, evitano in gran parte le deportazioni di massa che avevano devastato altri paesi europei. Con l’occupazione nazista (iniziata il 19 marzo 1944) e l’ascesa del regime delle Croci Frecciate, il quartiere viene trasformato in un ghetto chiuso e fortificato (novembre 1944). Circa 70.000 ebrei sono costretti a vivere in condizioni disumane in un’area ristretta. Molti perdono la vita a causa delle esecuzioni e delle epidemie.
Dopo l’arrivo dei nazisti, in pochi mesi vengono deportati più di 400.000 ebrei, la maggior parte dei quali inviata ad Auschwitz-Birkenau. A Budapest, durante l’inverno 1944-45, i miliziani fascisti ungheresi delle Croci Frecciate assassinano migliaia di ebrei lungo il Danubio. Quando il 17 gennaio 1945 le truppe sovietiche liberano Budapest, trovano ancora in vita metà della popolazione ebraica che vi risiedeva prima della guerra.
Raggiungiamo la Sinagoga Kazinczy, ortodossa e realizzata in un quasi essenziale stile ungherese Secessionista declinato sulla facciata con mattoni a vista e modanature in pietra bianca. All’interno, cattura l’attenzione la volta azzurra. La luce cade dall’alto, filtrata da finestre a forma floreale. Il soffitto è incorniciato dal duplice ordine dei matronei. La Bimah si trova al centro della sala, secondo l’uso liturgico ortodosso. La parete di fondo, decorata con i simboli di un candelabro a cinque braccia, ha una valenza altamente simbolica e mistica. Come ci spiega Alfonso Sassun, è legato agli insegnamenti della Kabbalah e simboleggia i cinque livelli dell’anima: Nefesh, l’anima vitale o fisica (legata all’istinto e al corpo); Ruach, l’anima emotiva (il soffio vitale, le emozioni e il carattere); Neshama, l’anima intellettuale (la consapevolezza e la moralità); Chayah, l’anima spirituale (la scintilla divina e la percezione della trascendenza); Yechidah, l’essenza più profonda e indivisibile dell’anima, unita direttamente al Creatore.
Ci accoglie la signora Batsheva Lazar di origine milanese, giunta giovane sposa in Ungheria nel 1989, raccontandoci la cura lenta e faticosa di restituire vitalità all’ebraismo offeso della Shoah.
Penultima tappa della giornata è la visita alla Sinagoga Rumbach, chiamata anche Sinagoga Status Quo Ante, e l’incontro con il rabbino della Comunità ebraica. La prima cosa che colpisce entrando è l’ampio spazio ottagonale, la Bimah retrattile al centro, secondo il rito ortodosso, che può sorgere da sotto la pavimentazione per l’uso durante le funzioni religiose. Ospita spettacoli teatrali, concerti, mostre fotografiche e altri eventi culturali. Inaugurata nel 1872, fu progettata dall’architetto viennese Otto Wagner in uno stile neomoresco, che evoca la “Spagna ebraica” medievale e l’Oriente biblico di una identità ebraica distinta ma cosmopolita. Venduto allo Stato dalla comunità ebraica nel 1988, il complesso della sinagoga cambia di mano più volte. Restituito alla proprietà ebraica e con finanziamenti dello Stato, riapre 2021 diventando un centro di arti, cultura, preghiera e educazione polivalente, nonché luogo di memoria. La sinagoga Rumbach è concepita e costruita in un periodo turbolento, a causa dei conflitti interni causati dalla composizione eterogenea degli ebrei ungheresi, che sfociano in uno scisma religioso. Gli ebrei si dividono formalmente in due principali comunità: ortodossa, aderente rigorosamente all’osservanza tradizionale e neolog, la versione ungherese dell’ebraismo riformato europeo a cui aderiscono gli ebrei progressisti. Alcune comunità, però, rifiutano di aderire a entrambe le organizzazioni e mantengono lo “status quo ante” cioè la situazione precedente alla divisione. Sono indipendenti sia dagli ortodossi, sia dai neologhi, tradizionali nella pratica religiosa, ma non rigidamente separatisti, spesso culturalmente moderni e contrari alla frammentazione storica dell’ebraismo ungherese. Tuttavia, la Rumbach rientra amministrativamente nella comunità neologa di Pest, rappresentandone l’ala più conservatrice. Gli ebrei che la frequentano sono spesso osservanti, patrioti ungheresi, borghesi moderni, culturalmente assimilati, ma ancora profondamente legati alla tradizione.
Infine, con la guida raggiungiamo il Teatro dell’Opera, che si trova a pochi passi dal centro di Pest. È situato sul viale Andrássy e commissionato dall’imperatore Francesco Giuseppe I. Completato dopo nove anni di lavori, e inaugurato nel 1884, il teatro fu diretto da Gustav Mahler tra il 1888 e il 1891.
L’edificio combina eleganza neorinascimentale e dettagli barocchi. La facciata è ornata da statue di compositori come Franz Liszt. Dall’atrio giungiamo a una scalinata maestosa. Colonne di marmo italiano rosso e verde, decorazioni dorate e affreschi a tema musicale sul soffitto creano un ambiente sontuoso, con grandi lampadari e un Auditorium a ferro di cavallo che può accogliere 1200 persone. L’armonia di oro e rosso domina tutta la struttura, costituita dalla platea, tre ordini di palchi da 4 posti ciascuno e 84 posti in piedi nel loggione. Un enorme lampadario conta 480 lampadine. Il palcoscenico, molto profondo, è noto per aver adottato il primo sistema idraulico al mondo, che permette di sollevarne e abbassarne le sezioni. Questo sistema consente anche di estendere lo spazio del palcoscenico a scapito della modulabile buca dell’orchestra (Golfo Mistico) oppure di ampliarla per ospitare grandi orchestre sinfoniche. Concludiamo la visita ascoltando due giovani artisti che ci deliziano con arie tratte da La Bohème, I pagliacci, Rigoletto e L’Elisir d’amore.
Martedì 12 maggio
Iniziamo la giornata con una passeggiata nell’area del castello di Buda e la visita della sinagoga medievale, raggiunta attraversando il Ponte Elisabetta che, insieme al Ponte delle catene e al Ponte Margherita, collega Pest con Buda.
La guida ci ricorda che la presenza ebraica a Budapest nel Medioevo si concentra, a partire dall’XI secolo, nella collina di Buda, perché agli ebrei non era permesso risiedere a Pest. Nel XIII secolo il re Béla IV d’Ungheria concede agli ebrei il diritto di residenza e l’autonomia religiosa, impiegandoli nel settore bancario e commerciale e istituisce una “Via degli Ebrei” presso il palazzo reale. Nei secoli successivi la comunità è vittima di persecuzioni, espulsioni e riammissioni: nel XV secolo cresce per numero e prestigio, protetta dal re Mattia; nel Cinquecento, con la conquista turca, ottiene maggiore libertà economica e religiosa ma, con l’assedio e la riconquista della città da parte delle truppe cristiane della Lega Santa, la maggior parte degli ebrei è massacrata o espulsa poiché accusata di aver difeso la città al fianco dei turchi.
Di tutto ciò è testimonianza il quartiere del Castello con la Sinagoga Medievale ora Casa di Preghiera di Buda. Lo spazio, visitabile, si trova al piano terra. Nel 1964, durante i lavori di ricostruzione successivi alle distruzioni della Seconda guerra mondiale, sono state scoperte delle sinopie con iscrizioni ebraiche sulla volta dell’edificio (preghiera di Hannah I Samuele 2-4; Magen David, Numeri 6: 24-26). Nel cortiletto si possono vedere i resti delle colonne della sinagoga e una collezione di lapidi della popolazione ebraica del passato. Oggi il sito espositivo funge anche da luogo di culto.
Proseguiamo verso il Bastione dei Pescatori situato sulla collina del Castello di Buda. Il nome deriva dalla corporazione dei pescatori, incaricata nel Medioevo di difendere questo tratto delle mura cittadine. Costruito tra il 1895 e il 1902 in stile neoromanico e neogotico durante le celebrazioni del Millenario dell’Ungheria, offre una vista panoramica sul Danubio e sul Parlamento ungherese. E’ caratterizzato da sette torri, simbolo delle sette tribù magiare fondatrici dell’Ungheria.
Ci dirigiamo quindi al Museo “Hospital in the Rock”, situato sotto il Castello di Buda, in un sistema di grotte naturali. Oggi si può visitare la mostra Ospedale Rifugio Antiaereo Segreto e Bunker Antiatomico. Attrezzato di tutto il necessario come un ospedale moderno, l’impianto viene usato sia durante la Seconda guerra mondiale, sia durante la rivoluzione ungherese del 1956. Poiché Hitler aveva vietato ai soldati di arrendersi alle truppe sovietiche incipienti, l’assedio di Budapest del 1945 è lunghissimo, con una perdita ingente di militari tedeschi e sovietici. Nonostante le condizioni estreme di sovraffollamento, epidemie, carenza di medicinali e alta mortalità, grazie ai generatori elettrici, nell’ospedale si continuarono a effettuare interventi chirurgici e radiografie. Durante la Rivoluzione ungherese del 1956 viene riaperto per curare i feriti. Ospitò anche alcune nascite.
Durante la Guerra Fredda è trasformato in bunker antiatomico con sistemi autonomi di aerazione, acqua, filtraggio dei gas tossici ed energia elettrica. Figure di cera raccontano la storia dell’ospedale, l’assedio di Budapest, lo sviluppo della medicina militare, l’equipaggiamento della protezione civile e i pericoli delle armi nucleari. L’obiettivo principale del museo è trasmettere il valore della pace, mostrando la vera faccia della guerra e commemorare gli eroi quotidiani (medici, infermiere e volontari) che conservarono la propria umanità in uno dei periodi più drammatici del XX secolo.
Arriviamo quindi al Museo Casa del terrore, riconoscibile dal tetto nero spiovente. Ha sede in un edificio del 1880 che ospitò prima il partito fascista delle Croci Frecciate e poi la polizia segreta comunista. Aperto nel 2002, il museo racconta le dittature fascista e comunista che oppressero l’Ungheria nel XX secolo ed è dedicato alle loro vittime. Musiche e luci ricreano l’atmosfera angosciosa della vita sotto entrambe le dittature. Tra gli elementi principali ci sono: un carro armato sovietico circondato dall’acqua, simbolo delle lacrime, le celle di tortura ricostruite nel seminterrato e una parete con le fotografie delle vittime, nonché manifesti di propaganda. Il museo è stato voluto dal primo ministro Viktor Orbán.
Proseguiamo al memoriale dell’Olocausto “Scarpe sulla riva del Danubio”, composto da 60 paia di scarpe in ferro e bronzo lungo la banchina del fiume vicino al Parlamento. L’installazione ricorda gli ebrei ungheresi assassinati durante la Seconda guerra mondiale dai miliziani delle Croci Frecciate, alleati dei nazisti. Dopo aver rinchiuso gli ebrei nel ghetto di Budapest, i miliziani li uccidevano sulle rive del Danubio, legandoli in gruppi di tre o quatto: sparavano alla nuca di uno di loro che, cadendo in acqua, trascinava nel fiume i corpi degli altri che morivano per annegamento.
Infine, raggiungiamo Piazza della Libertà, nel cuore di Pest. Un tempo dedicata a Francesco Giuseppe, era sede di una caserma-prigione dell’impero austro-ungarico. Gli edifici neoclassici che la costeggiano sono una testimonianza della storia e del patrimonio culturale della città, che è stata teatro di numerosi eventi storici come la Rivoluzione ungherese del 1956. Oggi ospita monumenti spesso controversi. Tra questi vi è il Memoriale sovietico, un obelisco con iscrizioni in cirillico, dedicato ai soldati dell’Armata Rossa che liberarono Budapest dal nazismo nel 1945; per alcuni, simbolo di liberazione, per altri, dell’inizio della dominazione sovietica. Le salme dei soldati sono state successivamente trasferite in un cimitero e l’area sottostante è stata trasformata in un parcheggio sotterraneo.
Molto discusso è anche il Memoriale alle vittime dell’occupazione tedesca installato dal governo nel 2014. L’opera, che raffigura l’arcangelo Gabriele, simbolo dell’Ungheria, aggredito da un’aquila imperiale tedesca, in riferimento all’occupazione nazista del 1944, è stato criticato perché rappresenta l’Ungheria esclusivamente come vittima, omettendo le responsabilità del regime ungherese nelle deportazioni degli ebrei. Eretto di notte a causa delle proteste, non è mai stato ufficialmente inaugurato.. Davanti al monumento è nato spontaneamente un contro-memoriale con fotografie e oggetti personali delle vittime. La piazza ospita inoltre le statue di Ronald Reagan e George H. W. Bush, dedicate al ruolo degli Stati Uniti nella fine della Guerra fredda.
Mercoledì 13 maggio
Iniziamo con la visita al Memoriale dell’Olocausto di Budapest. Durante il tragitto in autobus, la storica Liliana Picciotto racconta la fuga da Auschwitz di Walter Rosenberg, noto come Rudolf Vrba, e Alfréd Wetzler, i primi prigionieri che il 7 aprile 1944, riescono a evadere dal campo per diffondere una denuncia dettagliata di ciò che stava accadendo.
Dopo essersi nascosti per giorni sotto un mucchio di legna cosparso di tabacco per sfuggire ai cani, raggiungono a piedi la Slovacchia e scrivono il celebre Rapporto Vrba-Wetzler, una delle prime descrizioni dettagliate e sistematiche sul sistema dello sterminio nazista: le camere a gas, i crematori, le selezioni all’arrivo dei deportati, l’organizzazione del campo e il numero stimato delle vittime.
Sebbene inizialmente accolto con scetticismo, il rapporto fu tradotto e diffuso tra i leader alleati, i diplomatici e il Papa, contribuendo a far conoscere al mondo la realtà della “soluzione finale” nazista. Le pressioni internazionali spingono il reggente ungherese Miklós Horthy a sospendere, nel luglio 1944, le deportazioni degli ebrei di Budapest verso Auschwitz, salvando decine di migliaia di vite.
Arriviamo al Memoriale dell’Olocausto di Budapest, un moderno complesso museale dedicato alla Shoah ungherese, costruito attorno alla storica sinagoga progettata nel 1924, e ricostruita nei primi anni 2000, sulla base di fotografie degli anni Trenta.
La mostra permanente, “From Deprivation of Rights to Genocide”, accompagna il visitatore in un percorso sotterraneo simbolico e immersivo dalla struttura volutamente asimmetrica a creare una crescente sensazione di instabilità, che evoca il “tempo distorto” dell’Olocausto e il progressivo precipitare della società verso il genocidio.
Entriamo in una sala scura, con pareti di vetro nero, striato da affollate linee orizzontali retroilluminate che simboleggiano le vite umane; ci seguono per quasi tutto il percorso, diradandosi fino a scomparire. All’ingresso, due grandi mappe nere illustrano la presenza degli ebrei in Ungheria nel corso dei secoli e introducono la prima sezione dedicata alla vita degli ebrei e dei Rom prima della guerra.
Il 1867, anno dell’emancipazione giuridica, segna l’inizio dell’età d’oro degli ebrei ungheresi. Durante l’Impero austro-ungarico, soprattutto tra il 1910 e la Prima guerra mondiale, la comunità ebraica è integrata nella società. Dopo il trattato di Trianon del 1920, però, l’Ungheria perde gran parte del proprio territorio e della popolazione; crescono nazionalismo e antisemitismo. Con l’ascesa di Hitler la situazione peggiora rapidamente: vengono introdotti il numero chiuso nelle università, restrizioni professionali, definizioni razziali dell’identità ebraica e il divieto di matrimoni misti.
Fino al 1944 gli ebrei dell’Ungheria subiscono discriminazioni e leggi antisemite, ma non sono ancora deportati in massa come in altri paesi occupati. La situazione cambia radicalmente con l’occupazione nazista dell’Ungheria. Con la collaborazione delle autorità e di parte della popolazione ungherese, circa 437.000 ebrei delle province vengono deportati soprattutto ad Auschwitz-Birkenau, la maggior parte viene assassinata. Budapest resta inizialmente un’eccezione. Nel luglio 1944 le deportazioni vengono temporaneamente interrotte anche per la pressione internazionale seguita allo sbarco in Normandia.
A Budapest vengono istituiti due ghetti: il piccolo “ghetto internazionale”, formato dalle “case stellate” protette dagli Stati neutrali, e il grande ghetto istituito il 29 novembre 1944. Molti ebrei riescono a salvarsi proprio grazie alle case protette e all’intervento di diplomatici stranieri e cittadini ungheresi che rischiarono la vita per aiutare i perseguitati.
Il percorso della mostra è organizzato in sezioni tematiche che mostrano come il genocidio sia stato il risultato di un processo graduale e che la Shoah non iniziò con i campi di sterminio, ma con piccoli atti legislativi e burocratici apparentemente normali.
Con rampe in discesa, pareti inclinate, soffitti deformati, colonne oblique, il museo crea la sensazione di una perdita di orientamento.
La prima sezione, dedicata alla privazione dei diritti, presenta le leggi antiebraiche dal 1938: esclusione dalla vita pubblica, limitazioni professionali e propaganda antisemita. Nei manifesti dell’epoca spesso non compare esplicitamente la parola “ebreo”, ma si ricorre a stereotipi che alludono chiaramente alla comunità ebraica. Lo Stato ungherese ridefinisce gradualmente gli ebrei come “non cittadini”.
Segue la sezione sulla spoliazione dei beni: confische, espropriazioni, perdita delle attività commerciali, sequestri di case e proprietà. La persecuzione appare così anche nella sua dimensione economica e burocratica.
Nella terza fase si passa alla privazione della libertà: ghettizzazione, segregazione, lavoro forzato, internamento. Gli spazi del museo diventano più oppressivi, accentuando il senso di claustrofobia. La sezione successiva affronta la privazione della dignità umana attraverso testimonianze, lettere, fotografie e oggetti personali che raccontano umiliazioni pubbliche, separazioni familiari e condizioni di vita degradanti. La narrazione privilegia le storie individuali e familiari più che i soli dati statistici.
Infine, si arriva alla sezione dedicata al genocidio: deportazioni del 1944, Auschwitz, fucilazioni sulle rive del Danubio e sterminio sistematico. Il percorso raggiunge simbolicamente il “punto più basso” del museo sotterraneo.
Uno degli elementi più intensi dell’esposizione è la lunga linea narrativa che segue persone e famiglie reali attraverso fotografie, documenti, lettere, registrazioni audio e oggetti quotidiani. Man mano che si procede, le tracce delle persone, rappresentate dalle linee retroilluminate delle pareti, scompaiono gradualmente, a simboleggiare l’annientamento delle vite individuali.
Il museo utilizza tecnologie immersive e interattive: touchscreen, mappe digitali, filmati d’archivio, giornali dell’epoca, testimonianze video e registrazioni sonore che mostrano concretamente come una discriminazione graduale possa trasformarsi in genocidio.
Una parte del memoriale è dedicata ai soccorritori: diplomatici stranieri, cittadini ungheresi e membri della resistenza che cercarono di salvare gli ebrei perseguitati.
Il centro documenta anche le persecuzioni contro i Rom, gli omosessuali e i disabili sotto il nazismo. L’ultima sala affronta infine il tema della liberazione, del dopoguerra, dei processi e della responsabilità collettiva e individuale.
Dopo il percorso sotterraneo risaliamo nella sinagoga restaurata. È corredata di fotografie di sinagoghe distrutte, immagini delle vittime e riferimenti ai salvatori: un ritorno alla luce che gli architetti definiscono una sorta di “catarsi.
Nel cortile si trova una grande parete commemorativa con migliaia di nomi delle vittime ungheresi della Shoah.
Conclude il nostro viaggio la visita al Palazzo o Castello Reale di Gödöllö. Risalente al regno di Maria Teresa d’Austria, situato a poco più di una trentina di km da Budapest, è un grande palazzo barocco celebre per essere stato la residenza preferita dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, “Sissi”.
La struttura a doppia “U” visitabile è circondata dal verde. Comprende sale restaurate, dedicate alla storia di Sissi e della corte reale ungherese. Nel 1867 il palazzo viene acquistato dalla Corona ungherese e donato all’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria e alla moglie Elisabetta di Baviera. Il castello è uno dei capolavori del barocco mitteleuropeo. Dopo la fine dell’Impero austro-ungarico, il palazzo viene utilizzato dal reggente ungherese Miklós Horthy; durante e dopo la Seconda guerra mondiale viene occupato da truppe sovietiche e parte degli interni trasformato in casa di riposo.
Visitiamo alcuni tra gli ambienti più famosi: gli appartamenti reali di Sissi, tre camere decorate nei toni lilla e lavanda; quelli di Francesco Giuseppe I d’Austria con stanze più sobrie e arredi scuri e funzionali; il Corridoio degli specchi, che collega gli appartamenti reali; la Sala Grande cerimoniale; il teatro barocco con il palco in legno; la Cappella reale.
I soffitti e le pareti del palazzo sono decorate con stucchi e oro e arricchite di ritratti familiari. Campeggia fra tutti quello dell’incoronazione dei Reali.
Infine, ci dirigiamo all’aeroporto: si torna a casa.




