di Michael Soncin
Fino al 23 agosto 2026, va in scena a Firenze, a Palazzo Strozzi una delle più grandi mostre italiane dedicate a Mark Rothko: un percorso cronologico che racconta l’evoluzione del Maestro e che, a poco più di un mese dall’apertura, ha già superato i 100.000 visitatori, con numeri in continua
Tra la stazione di Santa Maria Novella e il centro storico, Firenze è uno spettacolo di palazzi rinascimentali tra i quali si inseriscono le locandine che presentano la mostra Rothko a Firenze, raffigurando un’opera iconica: rosso come il carattere tormentato e ribelle; verde come l’amara speranza oltreoceano, lontano dalla terra d’origine e dal dramma dei pogrom; viola come la sacralità del Talmud e nero come il diamante, tra i più rari e preziosi, come l’arte che ha creato. Unica nel suo genere e irripetibile. Sono queste le cromie del dipinto che fa da sfondo all’intera rassegna e questo è il magma incandescente e passionale che scaturisce dai colori che lo compone.
LA TRANSIZIONE

È lunga la fila di visitatori che attendono di incontrare il genio dell’espressionismo astratto. Entrato nella sala, non procedo in ordine cronologico: decido di andare subito a contemplare dal vivo quell’opera che dall’esterno, lungo il tragitto, mi aveva colpito e introduce il visitatore dentro l’universo di Mark Rothko. Eseguita nel 1949, No 3. / No. 13 è un olio su tela. Appartiene alla metamorfosi di Rothko, quella fase collocabile temporalmente tra il 1946 e il 1949, chiamata oggi Multiforms che segna il passaggio dagli esordi figurativi poi culminati nell’astrattismo più puro. Come osserva la curatrice Elena Geuna – nel volume che affianca l’omonima esposizione (Marsilio Arte) – in questo periodo cruciale e determinante affiorano tracce di forme e narrazioni precedenti, qui distillate e astratte in un nuovo linguaggio pittorico, segnando una rielaborazione con il passato. Figure mitologiche, ibridazioni, parti anatomiche: il contenuto simbolico dei primi dipinti riemerge in chiazze di pigmento e forme disposte ritmicamente, non hanno una funzione decorativa. A dirlo è stato lo stesso Rothko nei suoi appunti: «Sono elementi unici in una situazione irripetibile. […] Evolvono con libertà interiore e senza la necessità di conformarsi». Uno tra i dipinti che probabilmente meglio racconta la trasformazione messa in atto in questo momento dall’artista è No. 21 [Untitled] del 1947. Qui si coglie con maggiore chiarezza lo snodo evolutivo. Guardandolo ci posiziona direttamente nel mezzo dei due poli opposti della sua produzione: troviamo le famose chiazze, reminiscenza dell’inizio figurativo che sono contemporaneamente l’alba dei suoi famosi rettangoli su fondo monocromo. Invece, scrutando la già citata opera che anticipa la mostra, si può comprendere che è stata realizzata nell’ultimo anno della sua transizione e la si può considerare un preludio di quelle che saranno le sue opere più mature, quelle che l’hanno reso famoso in tutto il mondo. Chi avrà l’opportunità di ammirare le varie fasi pittoriche di persona potrà notare che il cambiamento risiede anche nella dimensione. Geuna scrive: «Le tele diventano fisicamente più grandi e concettualmente più ambiziose. Non sono più concepite come dipinti realizzati al cavalletto, ma come ambienti proporzionati al corpo umano».
DENTRO L’ARTISTA
Nel complesso vi aspetta un corpus straordinario composto da più di 70 lavori che raccontano l’intero scenario artistico. Il dialogo con l’architettura, le manifestazioni surrealiste, espressioniste, l’interesse per la mitologia e l’arte primitiva, la fase figurativa, la serie Black e le ultime opere su carta dalle tinte terra di Siena, rosa e celeste. Olii, acquarelli e inchiostri, molti dei quali mai giunti in Italia, esposti oltre a Palazzo Strozzi anche al Museo di San Marco e alla Biblioteca Medicea Laurenziana. Il consiglio è di fruirli à la Philippe Daverio: il critico d’arte suggeriva di selezionare un piccolo nucleo di quadri e contemplarli nei minimi particolari. Noterete così le pennellate, come è stato detto dal pittore Theodoros Stamos “alla Pierre Bonnard”, assenti quindi contorni netti e definiti. Il figlio Christopher nell’interessante libro Mark Rotkho. Dentro l’opera (Marsilio Arte), scrive: «Quello che avviene dentro le opere di Rothko è una specie di alchimia tra l’artista e lo spettatore: una comunicazione primaria e preverbale mediata dal dipinto».
IN FUGA DAI POGROM
Ma qual è il dietro le quinte del teatro artistico di Rothko che nel corso della sua vita è stato scandito in più stagioni? La sua era una ricerca instancabile ai confini dell’arte, del pensiero politico, del sacro, per tentare ad ogni costo di riparare il mondo. A dirlo è la storica Annie Cohen-Solal, in un saggio magistrale – inevitabile per conoscere la vera essenza dell’artista – Mark Rothko. Riparare il mondo (Einaudi), sottotitolo che non è altro che la trasposizione del concetto ebraico del Tikkun Olam, tradotto anche con “perfezionare l’universo”. Markus Rotkowich, questo il suo nome d’origine, ha dieci anni quando nel 1913 emigra negli Stati Uniti, lasciando la nativa Dvinsk nell’Impero Russo, ora Daugavpils in Lettonia. Appeso al collo un cartello “I don’t speak English”:«Tu non hai idea di cosa voglia dire essere un bambino ebreo con addosso un abito confezionato a Dvinsk, molto diverso dagli abiti che indossavano negli Stati Uniti, e attraversare l’America senza sapere una parola di inglese», aveva detto. Il piccolo Rothko stava fuggendo dalla bufera dei pogrom. Quello avvenuto a Kişinău (attuale capitale della Moldavia) nel 1903, all’altro capo dell’impero, quando era appena nato, denunciato anche da Tolstoj, non era stato che l’inizio di una nuova ondata di violenze.
ROTKHO AL TALMUD TORAH
I terribili massacri verso gli ebrei rafforzano enormemente l’identità ebraica del padre Yacov Rotkowich, un farmacista che, da assimilato, fa teshuvà avvicinandosi repentinamente alla comunità e iscrivendo Markus al Talmud Torah, una scelta in netto contrasto con i tre fratelli maggiori, che non avevano ricevuto un’educazione religiosa. E così all’età di tre anni inizia a frequentare lo heder, imparando l’ebraico e trascorrendo intere giornate sulla Mishnà e la Ghemarà, affiancato dal melamed. Cohen-Solal sottolinea che il periodo iniziale trascorso immerso nei libri di preghiera avrà un impatto profondo sulla personalità del futuro artista. Infatti, lei stessa ribadisce che il complesso rapporto con il Talmud «costituisce uno degli elementi essenziali per capire il percorso e l’opera di Mark Rotkho». Ponendosi davanti a un suo quadro si è indotti alla riflessione, all’introspezione. «Non ho mai accettato di essere stato trapiantato in un Paese in cui non mi sono mai sentito davvero a casa», diceva. E forse un ebreo della diaspora come lui si sentiva a casa solo dentro le sue tele. Danny Kaye, ebreo anch’egli originario dall’Impero russo aveva detto: «La vita è un’enorme tela: rovescia su di essa tutti i colori che puoi». E così ha fatto Markus Rotkowich/Mark Rothko.



