Andy Burnham

Regno Unito, l’era Burnham ridisegna la politica estera: più pressioni su Israele, Ed Miliband agli Esteri segna la svolta del nuovo governo

Mondo

di Nina Deutsch
Il nuovo esecutivo mantiene i pilastri storici della politica britannica, ma apre una fase diversa nei rapporti con Israele e nella gestione della crisi palestinese: Londra cerca un equilibrio tra l’alleanza con Washington, la pressione internazionale e il rilancio del processo verso due Stati.

L’arrivo di Andy Burnham a Downing Street apre una nuova fase politica per il Regno Unito. Dopo essere stato scelto dal Partito Laburista per succedere a Keir Starmer, il nuovo primo ministro ha iniziato il suo mandato imprimendo un cambio di passo sia sul fronte interno sia nella composizione dell’esecutivo.

Tra le nomine più significative figura quella di Ed Miliband al Foreign Office, una scelta destinata a influenzare il modo in cui Londra affronterà le principali crisi internazionali e, in particolare, il conflitto tra Israele e Hamas.

Pur senza prefigurare una rottura con la tradizionale linea britannica, Burnham sembra intenzionato a modificare tono e priorità rispetto alla fase iniziale del governo Starmer, mostrando maggiore disponibilità a criticare l’operato dell’esecutivo israeliano nella Striscia di Gaza e a utilizzare strumenti diplomatici ed economici di pressione.

Un cambio della guardia senza passare dalle urne

La successione è avvenuta all’interno del Partito Laburista, che dispone già di una larga maggioranza parlamentare. Per questo motivo Burnham ha potuto assumere la guida del governo senza indire nuove elezioni generali.

Dopo nove anni alla guida della Greater Manchester come sindaco e una lunga esperienza ministeriale nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, il nuovo premier torna così sulla scena nazionale. Se sul piano interno può contare su un profilo politico consolidato, la sua esperienza internazionale appare invece meno strutturata, soprattutto al di fuori del dossier mediorientale.

Nel suo primo intervento da premier, Burnham ha promesso «un nuovo modello politico» e un piano di lungo periodo per affrontare le difficoltà economiche che pesano sulle famiglie britanniche.

Gaza, il punto di svolta rispetto a Starmer

È soprattutto sulla guerra di Gaza che emergono le differenze più evidenti rispetto alla linea seguita inizialmente da Keir Starmer.

Burnham ha condannato con fermezza l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ribadendo che la lotta all’antisemitismo resterà una priorità del Partito Laburista Allo stesso tempo, però, ha dichiarato che Londra avrebbe dovuto chiedere prima un cessate il fuoco. Come riportato dal Jerusalem Post, il nuovo premier ha detto: «Dobbiamo fare di più per esercitare pressione sul governo israeliano. Ma siamo onesti, il Regno Unito è stato troppo lento a chiedere un cessate il fuoco. E ora dobbiamo fare di più per rafforzare il nostro approccio».

Burnham ha inoltre definito «spaventosa» la situazione umanitaria nella Striscia, sostenendo che esistono elementi che devono essere valutati dagli organismi internazionali competenti per accertare eventuali violazioni del diritto internazionale.

Pur evitando di utilizzare il termine «genocidio» – una valutazione che, secondo lui, spetta ai tribunali internazionali e non ai politici – il suo linguaggio rappresenta un cambiamento rispetto alla posizione assunta dal governo britannico nelle prime fasi del conflitto.

La posizione su Israele e lo Stato palestinese

Le posizioni di Burnham sulla questione israelo-palestinese precedono l’attuale guerra.

Già durante la sua attività parlamentare aveva sostenuto il riconoscimento dello Stato palestinese e definito illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Dopo una visita nei Territori palestinesi, aveva espresso preoccupazione per l’espansione degli insediamenti, dei posti di blocco e delle infrastrutture militari, mettendo in dubbio la concreta possibilità di una soluzione fondata su due Stati.

Allo stesso tempo, Burnham non ha mai sostenuto l’isolamento internazionale di Israele. Ha respinto il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), preferendo eventuali misure mirate contro attività economiche legate agli insediamenti.

La linea che emerge oggi è quindi quella di una maggiore pressione politica, senza una rottura delle relazioni con Israele: sostegno alla soluzione dei due Stati, uso selettivo delle sanzioni e maggiore attenzione alla questione palestinese.

Antisemitismo e critica al governo Netanyahu

Uno dei punti centrali della posizione di Burnham riguarda la distinzione tra la critica alle decisioni del governo israeliano e qualsiasi forma di antisemitismo.

Il nuovo premier sostiene che sia possibile mantenere una linea intransigente contro l’odio antiebraico e, contemporaneamente, chiedere conto all’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu delle proprie scelte politiche e militari.

Si tratta di un equilibrio particolarmente delicato per il Labour, ancora segnato dalle polemiche nate durante la leadership di Jeremy Corbyn, quando il partito fu accusato di non aver affrontato con sufficiente fermezza alcuni episodi di antisemitismo interno.

Ed Miliband e le origini ebraiche

Ed Miliband
Ed Miliband

La nomina di Ed Miliband a ministro degli Esteri rappresenta uno dei segnali politici più rilevanti del nuovo governo.

Ex leader laburista dal 2010 al 2015 e primo leader del partito di origine ebraica, Miliband torna così ai vertici dell’esecutivo dopo una fase in cui aveva ricoperto incarichi meno centrali.

Nel corso della sua carriera ha espresso posizioni critiche verso alcune politiche israeliane, in particolare durante la guerra di Gaza del 2014, sostenendo anche il riconoscimento parlamentare dello Stato palestinese.

La sua scelta viene letta come un segnale della volontà di Burnham di imprimere al Labour un orientamento più progressista sui temi internazionali, pur mantenendo i tradizionali legami strategici britannici con Stati Uniti e alleati occidentali.

Come riportato da The Jewish Chronice, dopo aver dichiarato che è «un onore e un privilegio» ricoprire una delle più alte cariche dello Stato, Miliband ha fatto riferimento alla sua fede e alle sue origini. «I miei genitori arrivarono in Gran Bretagna come rifugiati ebrei in fuga dai nazisti. Per loro, la Gran Bretagna rappresentava sia un rifugio che un faro di speranza nella lotta globale contro il fascismo». E ancora: «Porterò con me la fede dei miei genitori in quello spirito britannico nel mio ruolo di rappresentante del nostro Paese».

Facendo riferimento al conflitto in Medio Oriente, ha affermato che la Gran Bretagna continuerà a «fare la sua parte per cercare di porre fine al conflitto in Iran e riaprire completamente lo Stretto di Hormuz» aggiungendo che il governo contribuirà a raggiungere «una pace duratura in Palestina e in Israele, compresa la fine delle terribili sofferenze della popolazione di Gaza e la sicurezza per il popolo di Israele».

Un governo rinnovato

Il nuovo premier ha ridisegnato la squadra di governo, sostituendo alcuni dei principali esponenti dell’era Starmer. John Healey è stato nominato Cancelliere dello Scacchiere, Wes Streeting ha assunto la guida del Ministero della Difesa, mentre Shabana Mahmood è stata confermata agli Interni, dove dovrà portare avanti la revisione del sistema di asilo britannico.

Iran e Golfo, molte incognite

Se sulla crisi israelo-palestinese la posizione di Burnham appare relativamente definita, restano invece più numerose le incognite sugli altri dossier mediorientali.

Il nuovo premier si è espresso solo marginalmente sul programma nucleare iraniano, sulle tensioni con Teheran e sulle relazioni con i Paesi del Golfo. Ha però sottolineato la necessità di rafforzare la capacità difensiva britannica e investire maggiormente nell’industria nazionale della difesa.

Anche sui dossier riguardanti Siria, Libano e Hezbollah le sue posizioni pubbliche restano ancora poco delineate.

Continuità, ma con un linguaggio diverso

Nel complesso, l’arrivo di Burnham non sembra destinato a produrre uno stravolgimento della politica estera britannica.

L’alleanza con gli Stati Uniti, la cooperazione nella NATO e i rapporti strategici con i Paesi del Golfo resteranno probabilmente elementi centrali della proiezione internazionale di Londra.

Il cambiamento riguarda soprattutto il linguaggio politico e le priorità dichiarate: maggiore attenzione alla crisi umanitaria di Gaza, sostegno più esplicito ai diritti dei palestinesi e disponibilità a valutare strumenti di pressione economica contro alcune politiche israeliane, senza rinunciare alla condanna del terrorismo di Hamas e all’impegno contro l’antisemitismo.

La vera prova arriverà nei prossimi mesi, quando Burnham dovrà trasformare le dichiarazioni politiche in decisioni concrete, bilanciando le pressioni interne, il rapporto con Washington e gli equilibri di un Medio Oriente sempre più instabile.